EGITTO - Il potere di Mubarak è in discussione

Per lunghi anni l’Egitto ha rappresentato un modello di Islam moderato e l’interlocutore privilegiato delle democrazie occidentali rispetto al fenomeno del terrorismo, oggi, al contrario, sembra essere sull’orlo di perdere il controllo della sua situazione interna. Dopo gli assalti di Alessandria, il 14 aprile, a tre chiese copte in occasione delle celebrazioni della Pasqua e l’attentato, il 24 aprile, alla località turistica di Dahab, nel Sinai, il presidente Mubarak (nella foto) deve fronteggiare una protesta che per la prima volta coinvolge un apparato dello Stato come la magistratura. Nel paese non è possibile scendere in piazza e chiedere riforme democratiche: le agenzie internazionali per la tutela dei diritti umani (tra cui Human Rights Watch e l’apposita commissione dell’Ue, che esprime “la sua preoccupazione”) denunciano, in continui rapporti, i ripetuti abusi da parte della polizia alla libertà di associazione ed i gravissimi atti di censura ai mezzi di informazione. Tra aprile e maggio centinaia di attivisti sono stati arrestati (soprattutto tra i Fratelli Musulmani) con l’accusa di aver manifestato (sebbene in maniera pacifica) contro le nuove misure restrittive adottate dal governo e tuttora si trovano in carcere in attesa di giudizio senza un’accusa ben definita. Tra le persone coinvolte anche i corrispondenti locali di Al-Jazeera e della Reuters, rilasciati dopo poche ore.

C’è un dato ancora più rilevante, anche se poco considerato, che permette di comprendere l’importanza di quanto sta accadendo in questo periodo nel paese. Alla protesta dei magistrati si sono aggiunti i giovani che chiedono democrazia, riforme, libertà e indipendenza per i mezzi di informazione. Sono i figli della media borghesia egiziana, studenti universitari (in particolare della American University in Cairo), istruiti, attenti ed aggiornati a ciò che succede dentro e fuori dall’Egitto grazie ad Internet. È la generazione che è nata e cresciuta con lo stesso presidente Mubarak, ma che oggi, a venticinque anni dalla sua salita al potere, protesta contro di lui. Un duro colpo alla libertà di espressione è stato inferto, il 7 maggio, con l’arresto del più famoso blogger egiziano, Alaa Abd El-Fatah. Era divenuto famoso, anche all’estero, nel 2005, quando “Reporters sans frontières” gli ha conferito il premio come “Miglior blogger dell’anno”. Le accuse, come per tutti gli altri casi di censura, partono dalla turbativa dell’ordine pubblico alle ingiurie contro l’immagine del presidente. Solo dopo quarantacinque giorni di detenzione, il 22 giugno, El-Fatah è riuscito ad ottenere la scarcerazione. Il quadro che ne emerge è sempre lo stesso: prima ad essere colpiti erano i professori universitari, i giornalisti, gli scrittori (tra tutti basti pensare a Nagib Mahfuz, unico autore in lingua araba insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1988), oggi le forze dell’ordine prendono di mira i blogger e tutti coloro che esprimono le loro idee e il loro dissenso attraverso la rete. Cambiano i mezzi ma la risposta del regime è sempre la stessa: reprimere con la forza l’opposizione.

Mubarak, dunque, si trova a dover fronteggiare una protesta che mai, prima d’ora, aveva raggiunto dimensioni tanto estese: dalla sempre presente opposizione politica dei Fratelli Musulmani a quella della “minoranza” copta (l’8% della popolazione, circa 10 milioni di persone, la più numerosa comunità cristiana del Medio Oriente), dagli studenti universitari alla quasi totalità della magistratura. Diverse possono essere le interpretazioni a quanto sta accadendo: in questi giorni i giornali stranieri titolano “Intifada dei giudici”, mentre gli analisti di politica internazionale parlano più esplicitamente di “Inizio della fine”. Come chiaramente fa notare Hisham Qassem (tra i più noti analisti politici egiziani, direttore del quotidiano indipendente Al-Masri Al-Yom e portavoce della Egyptian Organisation for Human Rights): «Per la prima volta in Egitto una parte dello Stato, la magistratura, sembra decisa ad andare contro il governo. Se succederà sarà un evento ben più importante dell’avanzata in Parlamento dei Fratelli Musulmani […] Sarà l’inizio di una crisi molto seria». Occorre tener presente che lo “strappo” tra governo e magistratura non è un fatto riconducibile agli ultimi due mesi. Un anno fa, prima delle elezioni presidenziali dello scorso autunno, centinaia di giudici protestarono nelle piazze delle più importanti città egiziane (Il Cairo ed Alessandria in testa), minacciando di boicottare le elezioni se alla magistratura, ed ai suoi giudici, non fosse stata garantita, nel corso del nuovo mandato presidenziale, l’indipendenza che gli articoli 165 e 166 della Costituzione prevedono. Anche un anno fa, come in questi giorni, le proteste di piazza finirono con gli attacchi e gli arresti da parte della polizia. Ad aumentare la tensione il 30 aprile sono state prorogate, per altri due anni, le Leggi d’Emergenza. Si tratta di misure speciali adottate subito dopo l’attentato a Sadat, il 6 ottobre 1981, e rimaste in vigore per un quarto di secolo. Alla vigilia del suo quinto mandato Mubarak aveva garantito che tali misure restrittive non avrebbero avuto più seguito in alcun modo, ma la “lotta globale al terrorismo”, ha consentito una proroga di ventiquattro mesi. Alla luce di quanto è accaduto, la lotta contro il terrorismo islamico ha rallentato quel processo di riforma, chiesto a gran voce da tutte le componenti della società egiziana che il governo si era ripromesso di mettere in atto.

In Egitto, attualmente, si stanno portando avanti due processi che avrebbero potuto rilanciare l’immagine di Mubarak, in particolar modo il livello del suo consenso all’interno del paese, e chi sono trasformato in altre due occasione mancate dal Raiss egiziano. Il primo riguarda due magistrati, Hisham Bastawisi e Mahmoud Mekki, sottoposti a procedimento giudiziario per aver denunciato brogli durante le ultime elezioni presidenziali all’indomani dei risultati definitivi. Si tratta di rivelazioni gravi, considerando che provengono da due tra i più importanti uomini di legge egiziani, che al momento di rilasciare quelle dichiarazioni erano i vice-presidenti della Corte di Cassazione. Attualmente sono rimossi dal loro incarico e le accuse di frode e diffamazione contro i due magistrati restano in piedi. Tutta la categoria si è schierata dalla loro parte, come ha dichiarato Zakariya Ahmed Abdelaziz (presidente dell’associazione giudici e magistrati egiziani) alla stampa straniera: “La magistratura non rinuncerà mai alla sua indipendenza”. Ormai è scontro aperto tra le due parti: il potere giudiziario non vuole più essere sottoposto a quello esecutivo. Il secondo procedimento riguarda Ayman Nour, leader del partito d’opposizine El-Ghad, arrestato lo scorso dicembre e condannato a 5 anni di reclusione. Il 18 maggio c’è stato l’appello che ha visto la conferma della condanna. Ayman Nour ha rappresentato una seria minaccia per il regime: scarcerato nel maggio del 2005, dopo 40 giorni di detenzione, Mubarak non si è potuto opporre alla sua candidatura alle elezioni presidenziali del settembre scorso. Secondo le fonti egiziane il partito d’opposizione avrebbe ottenuto il 7%, mentre secondo gli osservatori internazionali (che hanno segnalato gravi irregolarità prima, durante e dopo il voto) la percentuale salirebbe a 13. Il risultato ottenuto dall’El-Ghad è stato superiore alle aspettative, soprattutto di quelle del partito al potere, e per questo è scattata l’accusa di brogli elettorali proprio a carico di Ayman Nour.

Gli Stati Uniti, in questa complicata situazione, si sono diplomaticamente tenuti fuori dagli affari interni del più importante alleato del Nord Africa, posizione che l’International Herald Tribune ha acutamente definito “incoerente”, per un paese che fa della “esportazione della democrazia nel mondo” uno pilastro della propria politica estera. Illuminante è la conclusione di un editoriale rilasciato da una delle più importanti scrittrici egiziane contemporanee, Ahdaf Soueif, che ormai vive e scrive in Inghilterra. Nell’articolo, apparso su The Guardian il 26 maggio, si prendeva in esame la situazione dell’Egitto negli ultimi 30 anni, sottolineando che ogni settore della società egiziana è sull’orlo della rivoluzione e come ciò porterebbe al collasso il paese. Conclude, riferendosi al proprio presidente, la scrittrice: “I giornalisti si riferiscono a Mubarak chiamandolo “Faraone dell’Egitto”, ma la ragion d’essere dei faraoni, 3000 anni fa, era quella di parlare ed attuare la verità, così che potesse essere assicurato il benessere per tutti gli egiziani e la sopravvivenza dell’Egitto. Oggi, purtroppo, i nostri attuali politici non sono dei faraoni".

Simona Verrazzo
(28 giugno 2006)

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