Roberto Coramusi
PALESTINA - Crisi umanitaria e politica a Gaza
Alla fine è successo: la crisi istituzionale, politica e militare in corso a Gaza si è trasformata dolorosamente in un dramma umanitario dalle proporzioni ancora indecifrabili. Il containment israeliano alla Striscia è degenerato negli ultimi giorni in una morsa che ha colpito indiscriminatamente la popolazione civile e una sparuta minoranza di i militanti terroristi. La chiusura ermetica degli accessi al cosiddetto “Hamastan”, complici gli stenti e il risentimento delle persone comuni, ha spinto il milione e mezzo di cittadini palestinesi sempre più tra le braccia del movimento estremista palestinese, sortendo l’effetto contrario rispetto alle intenzioni palesate da Israele e aprendo un nuovo fronte nello scenario già critico in atto in Palestina.
Il partito in armi fondato dallo sceicco Yassin ha sfruttato la marea montante alla frontiera con l’Egitto per aprire una nuova breccia nel muro divisorio, dalla quale sono transitati in poche ore 350 mila palestinesi per andarsi a sfamare oltre confine, ma soprattutto per rinsaldare una comune progettualità con i Fratelli Mussulmani egiziani, di cui Hamas si è sempre proclamato una costola. Il movimento islamista de Il Cairo ha forzato la mano al presidente Mubarak che, alla fine, ha optato per il non intervento dell’esercito egiziano. Riportare l’ordine con la forza lungo il valico di Rafah sarebbe stata un’azione indigesta all’opinione pubblica musulmana, molto più partecipe alla causa palestinese rispetto a tutti i governi arabi. Sono rimaste inascoltate le grida interessate di esperti internazionali che hanno denunciato il rischio di un atteggiamento così duro di Tsahal, a seguito della decisione di chiudere Gaza in una morsa in risposta ai ripetuti lanci di razzi Qassam verso le cittadine israeliane di confine. Il primo è stato John Dugard, il responsabile delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi, che avvertiva del disastro umanitario imminente e ammoniva Israele per «la violazione dello stretto divieto di punizione collettiva contenuto nella quarta Convenzione di Ginevra». Ma le voci di protesta si sono levate anche da parte israeliana, tanto che uno scrittore illuminato come Abraham Yehoshua chiedeva ripetutamente con lucido vigore «l’ora della tregua». Purtroppo però, sintomo di un collasso generalizzato, non doveva suggerirla certo un insigne letterato l’unica via d’uscita a questa crisi. Il cessate il fuoco è la sola arma di pace nelle mani di israeliani e palestinesi per cercare di rimettere insieme i pezzi, se ancora ci sono, di un vaso di pandora andato ormai in frantumi.
Il quadro che si sta delineando è abbastanza controverso, perché numerosi sono gli attori in grado di fare la loro mossa a Gaza. A partire da Hamas per finire ad Israele, passando per i clan armati che gestiscono familisticamente il potere in Palestina, ognuno ha interesse a rafforzare la propria posizione. Sullo sfondo Abu Mazen (nella foto insieme ad Arafat, in un manifesto politico affisso a Ramallah), screditato ed inerme, assomiglia sempre più ad un presidente moribondo nonostante il tentativo fallito di rianimarlo operato dell’amministrazione statunitense. Dopo il putsch dei miliziani di Hamas, che per prevenire l’aggressione dei soldati di Mohammed Dahlan, ex responsabile della sicurezza di Fatah nella Striscia, hanno finito per prendere il controllo di tutto il territorio, si è deteriorato il rapporto con il partito del presidente, sempre più schiacciato su posizioni filo-occidentali e solleticato, più di una volta, dall’idea di lanciare con aiuto americano la reconquista di Gaza. Di traverso si sono messi gli interessi sempre più ingenti della mafia palestinese, armata e influente, che nella Striscia sta cercando di imporre la propria legge. La variabile impazzita, grazie al fiorente traffico di armi, si è arricchita con la frammentazione istituzionale palestinese, tanto da portare una delle emergenti dinastie di Rafah, il clan Dugmus, a mettersi in proprio, rifiutando di rispondere ai comandi del vertice di Hamas per noleggiare le proprie prestazioni delittuose al miglior offerente, fosse anche al-Qaeda.
Da questo quadro si desume quanto sia controproducente l’atteggiamento di sostanziale indifferenza della comunità internazionale che alimenta la divisione tra le forze politiche palestinesi – nonostante la telefonata di condoglianze di Abu Mazen a Mahmud al-Zahar, leader di Hamas nella Striscia di Gaza, che ha perso il figlio negli ultimi giorni – invece di lavorare per una liaison in grado di stemperare gli estremismi. È insensato perché produce effetti opposti a quelli che, almeno a parole, sembrano essere gli obiettivi ampiamente condivisi: la costruzione di uno stato palestinese indipendente e moderato, la garanzia per Israele di vivere in pace e in sicurezza. Oggi più di ieri sembra impossibile raggiungere questi fini senza coinvolgere in modo serio le due anime più rappresentative del popolo palestinese, Hamas e Fatah. Dal loro dialogo dipende la capacità dell’Anp di rinnovarsi e di proporsi ad Israele come un interlocutore credibile.
foto Federica Fusciardi
(30 gennaio 2008)