Salvatore Santangelo
IRAQ - Le reti informatiche e i loro limiti nella guerra in Mesopotamia
Art Cebrowski, ex vice-ammiraglio e direttore dell’Office of Force Transformation del Pentagono, ha auspicato una trasformazione del conflitto attraverso l’applicazione della tecnologia definita Network Centric Warfare, che consisterebbe nella fine della costruzione di nuove “piattaforme” (sempre più costose, ma anche sempre più vulnerabili, come portaerei e bombardieri invisibili), con la contemporanea inclusione di quelle esistenti in una rete informatica, integrate con intelligenze artificiali di enorme potenza, sensori e centri automatici di comando e di controllo disseminati sull’intero pianeta. L’intero globo terrestre sarebbe inglobato in una “griglia” a cui sarebbero collegati satelliti, droni, navi e persino singoli commandos. «Queste forze future - ha affermato Cebrowski - avranno una maggiore sopravvivenza, in quanto le loro macchine belliche non saranno concentrate e le operazioni non dipenderanno in modo essenziale da poche piattaforme di grande costo; una accresciuta adattabilità, poiché la potenza di combattimento sarà facilmente scambiata fra unità di superficie, aeree e sottomarine; un migliore bilanciamento, perché la potenza di fuoco potrà essere ammassata dove serve». L’ex vice-ammiraglio ritiene addirittura di poter eliminare quella che Clausewitz chiamò “la nebbia del campo di battaglia”: quella faccenda di sangue e di fango, legata a uomini che combattono, al loro terrore, alle loro ferite, dove l’indicibile orrore della linea del fuoco ottenebra le comunicazioni, e i comandi devono sempre affrontare, nel corso dei combattimenti, un margine ineliminabile di azzardo, di false informazioni, di incertezza.
Il “sistema di sistemi” esposto alla guerra può rivelare anelli deboli non immaginati, come dimostra la vicenda raccontata nell’articolo pubblicato con il titolo “Il fallimento della tecnologia in Iraq”, dall’analista americano David Talbott sul sito www.technologyreview.com. Il 2 aprile 2003, il tenente colonnello dell’esercito Ernest Marcone condusse un battaglione corazzato rinforzato alla conquista dell’Objective Peach, nome in codice di un ponte sull’Eufrate che costituiva l’ultima barriera naturale prima di Baghdad. Quella notte, le truppe furono colte di sorpresa dal più massiccio contrattacco iracheno di tutta la campagna: i sensori e le tecnologie di comunicazione non riuscirono a preavvertirlo dell’azione di circa 10.000 uomini sostenuti da 100 tra corazzati e altri veicoli blindati. La vittoria statunitense fu dovuta solo ad una superiorità tattica e di equipaggiamento. In teoria, l’entità dell’attacco iracheno si sarebbe dovuta conoscere con largo anticipo: i soldati statunitensi erano coadiuvati da una panoplia tecnologica senza precedenti. Nel corso della guerra, centinaia di sensori di movimento e calore, rilevatori di immagini e intercettatori di comunicazioni su velivoli e satelliti, coprivano l’intero territorio iracheno. I comandi statunitensi in Qatar e Kuwait avevano a disposizione una larghezza di banda 42 volte maggiore di quella possibile nella prima Guerra del Golfo, e allo stesso modo collegamenti ad alta larghezza di banda venivano utilizzati anche dalle unità di intelligence sul campo. Un nuovo sistema di localizzazione di veicoli indicava la posizione delle unità in azione, permettendo perfino l’invio di e-mail ai mezzi corazzati durante una battaglia. Questa potenza di fuoco digitale aveva convinto molti del Pentagono che ormai la guerra si potesse combattere con forze molto ridotte rispetto ai normali standard. Eppure, all’Objective Peach, il Ten. Col. Ernest Rock Marcone, comandante del 69° battaglione corazzato della Terza Divisione di Fanteria, rimase quasi completamente privo di informazioni su posizione e consistenza della minaccia irachena. La sua unità era la punta settentrionale dell’offensiva verso Bagdad: L’Objective Peach offriva un accesso diretto al Saddam International Airport. «Nell’imminenza della caduta di Baghdad – ha affermato Marcone - quel ponte era l’area più importante del fronte. Ma nessuno seppe dirmi da cosa fosse difeso: quante truppe, unità, blindati... Niente. Informazioni ricevute, zero». Mentre si avvicinavano all’obiettivo, gli uomini di Marcone furono oggetto di ripetute imboscate. Ma le dimensioni delle carenze dell’intelligence divennero evidenti dopo che gli americani ebbero preso possesso del ponte. Il battaglione si dispose in uno schieramento difensivo in attesa di rinforzi. Solo una comunicazione lo raggiunse: una brigata irachena si stava spostando verso sud, proveniente dall’aeroporto. Ma Marcone ricorda che né sensori né reti di comunicazione lo misero a conoscenza di una realtà ben più grave, che si sarebbe trovato ad affrontare alle tre del mattino del 3 aprile. Non si trovò davanti una brigata, ma ben tre: circa 30 carri armati T-72, 80 mezzi blindati trasporto truppe, artiglieria, e circa 10.000 soldati iracheni in arrivo da tre diverse direttrici d’attacco. Questa ingente forza assaltò circa 1.000 uomini appoggiati da soli 30 carri armati M1A2 Abrams e 14 blindati Bradley. Lo schieramento iracheno si muoveva in modo compatto e convenzionale, il più semplice da rilevare. «Eppure, non ne abbiamo saputo niente, fin quando non ci sono piombati addosso». La situazione all’Objective Peach non è stata molto diversa da quella verificatasi in occasione di altri scontri minori nel corso del conflitto. Parti di un rapporto in preparazione da parte della Rand Corporation confermano che nella rete dell’intelligence statunitense il punto debole era ubicato proprio nel posto più delicato: le truppe sul fronte di battaglia. Il 69° battaglione corazzato trovò il nemico andando a sbattergli contro, cosa che in guerra si fa dall’alba dei tempi. Descrivendo la battaglia all’Objective Peach, il ricercatore della Rand John Gordon osserva: «Si faceva così nel 1944». In ogni caso, Art Cebrowski afferma che esistono le prove di un complessivo successo del sistema di rete in Iraq: «Nei conflitti precedenti, i piloti venivano ragguagliati sui loro bersagli prima del decollo, e passavano ore tra l’identificazione di un obiettivo e l’attacco vero e proprio. Nella guerra in Iraq, più della metà delle missioni aeree cominciavano senza obiettivi prestabiliti e i bersagli venivano individuati e comunicati ai piloti durante il volo. La linea di fuoco si spostava troppo rapidamente, e così anche le opportunità. Bisogna essere all’interno del network, se si vuole che funzioni».
Risulta chiaro che il sistema non sia così efficace, almeno nelle operazioni al suolo. Ci sono stati casi in cui non si sono ottenute le informazioni necessarie. «Si trattava di un’operazione molto vasta, è normale aspettarsi il buono, il brutto e il cattivo - riconosce Cebrowski - ma sarebbe un errore usare le problematiche emerse contro la sostituzione dei mezzi pesanti. I grossi carri richiedono non solo molto tempo ed energia per raggiungere le linee di combattimento, ma anche colonne di rifornimento più grandi, suscettibili a loro volta di attacco. Continuare a usare i carri armati pesanti come perno delle nostre forze non fa che spostare la nostra vulnerabilità altrove: sulla linea dei rifornimenti». Una cosa è sicura: gli americani non sapevano cosa stava per accadere all’Objective Peach. Sensori progrediti ed elementi della futura guerra di network, progettati per battaglie difficili e non convenzionali, non riuscirono ad avvertirli di un attacco in massa convenzionale. Marcone ha affermato: «Sono convinto che la Guardia Repubblicana Irachena non abbia fatto niente di particolare per nascondere le proprie intenzioni o i propri movimenti. Hanno attaccato in massa, con una tattica simile a quella sovietica nella II Guerra Mondiale». E così, in un punto critico sia nello spazio (un vitale ponte sull’Eufrate) sia nel tempo (la mattina del giorno in cui le forze statunitensi occupavano l’aeroporto di Baghdad), gli americani si accorsero di cosa avevano di fronte solo quando il nemico cominciò a sparar loro addosso. Nelle prime ore del 3 aprile, furono l’addestramento vecchio stile, la maggiore potenza di fuoco, il miglior equipaggiamento, il supporto aereo e l’impreparazione del nemico, a rendere possibile la schiacciante vittoria delle truppe statunitensi. «Al sorgere del sole, la vista del prezzo in vite umane che gli iracheni pagarono per quell’assalto, dei veicoli in fiamme, è qualcosa che non dimenticherò mai» dice Marcone. Eppure solo otto soldati statunitensi rimasero feriti, nessuno in modo grave, durante la battaglia per il ponte: mentre i carri armati statunitensi non subivano danni dai colpi diretti degli iracheni, i colpi ricevuti dai veicoli iracheni li facevano saltare come fuochi artificiali.» Gordon è stato piuttosto deciso: «Se alla testa della colonna ci fossero stati gli Stryker per il trasporto truppe, ci sarebbero stati molti morti tra i nostri. All’Objective Peach, quello che ha protetto Marcone non furono le armi dell’informazione, ma le armi e basta».
(16 febbraio 2006)