Simona Verrazzo
IRAN - Muslim Women’s Games: tra competizione e tradizione
Si è tenuta a Teheran, non senza polemiche, da giovedì 22 a mercoledì 28 settembre, la IV edizione dei Muslim Women’s Games. Vi hanno partecipato le delegazioni di quasi 50 paesi, musulmani e non provenienti da tutti i continenti, tra cui quelle di Gran Bretagna (la cui presenza è stata autorizzata da una fatwa dello Sceicco Maylawi), Francia, Australia e Stati Uniti. Grande il valore simbolico della partecipazione di questi ultimi, rappresentati dalla mezzofondista ventiseienne Sarah Kureshi, unica atleta ad aver ottenuto il visto per la partecipazione ai Giochi e prima a gareggiare nella terra degli ayatollah dai tempi della Rivoluzione Islamica del 1979. Anche se c’era già un precedente nelle “relazioni sportive” Stati Uniti-Iran, nel 1998, una squadra di wrestling statunitense che partecipò alla competizione internazionale Takhi Cup. Ma la presenza dell’americana di origini pakistane stupisce soprattutto se inquadrata nella nuova situazione politica dell’Iran del presidente ultraconservatore Amadinejad, ricordato come il sindaco di Teheran che impose nel Municipio gli ascensori per sole donne, ed accusato di essere uno degli organizzatori del sequestro di 52 dipendenti dell’ambasciata americana nel 1979. Sarah Kureshi incarna perfettamente il modello di giovane donna che crede che sia ancora possibile separare il concetto di fondamentalismo da quello di Islam. Come riporta La Stampa, prega in moschea cinque volte al giorno, sogna di diventare medico e adora “Leggere Lolita a Teheran”, il romanzo che costò l’esilio alla scrittrice iraniana Azar Nafizi. L’atleta, che gareggerà negli 800 e nei 1500 metri, correrà anche per l’Islam, perché, come afferma di sé stessa, “sono orgogliosa della mia religione al pari del mio passaporto”.
La quarta edizione dei Giochi ha visto le atlete gareggiare nelle discipline del tiro con l’arco, tiro a segno, golf, badminton, basket, calcio, calcio a cinque, ginnastica, pallamano, judo, karate, squash, atletica, nuoto, tae kwon do, tennis da tavolo e pallavolo (queste ultime due hanno visto anche la versione per disabili). La vicina e cattolica Armenia ha inviato atlete per tutte le discipline. La presenza degli uomini, così come quella delle telecamere, secondo la lettura più conservatrice della Shari’a, sono stati banditi da tutte le gare, tranne in quelle dove le atlete sono completamente vestite (tiro con l’arco, tiro a segno e golf) e nella cerimonia di apertura del 22 settembre. Anche le altre tre precedenti edizioni dei Muslim Women’s Games si erano tenute a Teheran, nel 1993, nel 1997 e nel 2001. Promotrice ed organizzatrice, fin dalla loro prima edizione, è Faezeh Hashemi, figlia dell’ex presidente iraniano Akbar Hashemi Rafsanjani, la quale ha sempre fortemente sostenuto di “cercare di promuovere ed incoraggiare le donne musulmane, che sono assenti dalle scene delle competizioni internazionali a causa del loro credo”. Lo scopo per cui i Giochi sono stati istituiti è quello di dare anche alle atlete dei paesi islamici più severi e conservatori l’opportunità di partecipare ad una competizione internazionale, senza infrangere le regole della Shari’a gareggiando davanti ad un pubblico di uomini con un abbigliamento “inappropriato”. Secondo quanto riportato dal sito islamonline.net, “l’Islam incoraggia le donne a praticare sport sotto determinate regole che preservino la loro dignità ed onore, salvaguardandole dall’immoralità e dall’indecenza e garantendo , allo stesso tempo, la loro castità ed il loro diritto a praticare sport”.
Altra partecipazione dal grande valore simbolico e politico, è quella della Gran Bretagna, soprattutto se letta alla luce degli attentati del 7 luglio scorso e considerando che Londra sarà l’organizzatrice delle Olimpiadi del 2012. Anche in questa manifestazione il regno di Sua Maestà ha confermato la sua vocazione di società cosmopolita e multiculturale quando, nel 2001, fu il primo ed unico paese non-musulmano a partecipare ai Giochi. Quest’anno la delegazione britannica è stata rappresentata dalla squadra di calcio a cinque, composta da 12 elementi capitanate dalla ventiduenne di origine pakistana Rimia Akhtar. La presenza della Gran Bretagna ai Giochi è stata preceduta da una grande mobilitazione della comunità islamica inglese. La squadra è stata sponsorizzata dall’unico mensile islamico indipendente del Regno Unito, Muslim News, stampato ad Harrow, che ha dato vita alla Muslim Women’s Sport Foundation (Mwsf). Come sostiene Elham Buaras, dello stesso Muslim News, britannico musulmano di origini sudanese, “L’Islam non è contro la partecipazione delle donne nella società e nello sport, finchè loro seguono l’insegnamento dell’Islam”. Concludendo che “lo stesso Profeta Maometto disse “insegnate ai vostri figli la corsa con i cavalli”, non semplicemente “insegnate ai vostri ragazzi”. Anche al livello politico la partecipazione della squadra britannica è stata appoggiata ed apprezzata. La Mwsf ha ricevuto le congratulazioni ed i complimenti, per i successi ed il lavoro svolto, dal sindaco di Londra, Ken Livingstone, e da Deborah Jeans, direttrice di “Londra 2012”, l’agenzia creata per l’organizzazione dei Giochi nella capitale inglese. “La Mwsf ha rappresentato un’importante ed unica opportunità per dimostrare nel Regno Unito il talento sportivo delle donne musulmane”, ha dichiarato Livingstone; mentre per la Jevans, “Il merito del lavoro della Mwsf, di sostenere e consolidare una squadra di valore e successo, e di provvedere a garantire una nuova dignità allo sport delle donne musulmane di questo paese, continuerà ad avere tutto il supporto di Londra 2012.”
Alla luce di quanto riportato, diversi sono gli spunti di riflessione. Si è ritornati sulla questione del velo, l’hijab, indossato dalle atlete durante le competizioni. È vero che in Iran è obbligatorio per le donne coprirsi il capo, anche per le straniere, ma la maggior parte delle ragazze dichiara che sia una loro libera scelta. Si tratta di un argomento molto controverso e diverse possono essere le prospettive, anche al livello sociale, con la quale può essere considerato. Da una parte, infatti, i Giochi rappresentano la conferma di come la religione islamica tenda a coinvolgere ogni aspetto ed ambito della vita, sia individuale che sociale. È questo uno dei punti che viene maggiormente proposto in quello che molti definiscono “scontro di civiltà”, ed uno degli aspetti da tenere sempre in considerazione. D’altra parte i giochi vengono visti come un’opportunità di emancipazione e di apertura per le stesse donne islamiche, che hanno così l’occasione di dimostrare il loro valore in un evento di livello internazionale. Così come sono stati definiti i giochi, Muslim Women’s games, l’appartenenza religiosa è requisito fondamentale. Ma la fede, non solo musulmana, può avere diversi “gradi” di partecipazione: possiamo trovarci di fronte al fedele ultra-ortodosso, o ad una persona che appartiene ad una determinata confessione per il semplice fatto di essere nato in quel dato paese, oppure al fedele che vive contemporaneamente, e senza alcuna forzatura, sia la sua fede sia la sua vita “terrena”. Lo stesso si potrebbe dire per i Giochi: l’appartenenza religiosa è prerequisito per la partecipazione al gioco stesso, e si incontrano tutti i tipi di credenti, dalla più tradizionalista alla più liberale. Non dovrebbe perciò stupire e tanto meno scandalizzare che in una manifestazione tenuta sotto l’egida dell’appartenenza religiosa, l’hiijab, da molte ostentato come simbolo dell’essere musulmana, sia indossato. Sarebbe stato assurdo immaginare che in un paese come l’Iran, dove persino le straniere non musulmane hanno l’obbligo di coprire il capo, una manifestazione che raduna le “atlete di Allah” da tutto il mondo, non preveda tale obbligo. Pretendere di leggere i Muslim Women’s Games con le stesse “lenti culturali” con le quali si sono guardate le Olimpiadi di Atene rischia di non far mettere a fuoco assolutamente nulla.
(18 ottobre 2005)