Herman Bashiron
PALESTINA - L’ultima stretta di mano
All’alba della scontata vittoria ottenuta alle ultime elezioni dello scorso 9 gennaio, il nuovo Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, aveva subito dichiarato la propria volontà di incontrare il suo più prossimo antagonista, l’israeliano Ariel Sharon. Poco dopo i risultati delle presidenziali, Mahmoud Abbas rispose così ad una delle molteplici domande riguardanti il dialogo con Israele: “Ho detto un’infinità di volte che sarò pronto ad incontrare il primo ministro israeliano in qualsiasi momento, dopo le elezioni. E' nostro dovere trovare una soluzione a questo conflitto. Ma non possiamo trovarla senza parlarci e senza impegnarci in negoziati che sicuramente saranno duri. Ma che dovranno, alla fine, condurre ad un accordo”.
L’incontro al quale accennava Abu Mazen è realmente avvenuto martedì 8 febbraio nella località egiziana di Sharm el-Sheik e al termine di questo incontro si è diffusa la notizia che le due parti fossero giunte ad uno “storico” accordo. La stampa internazionale ha immediatamente dedicato grandi titoli alla “stretta di mano” che avrebbe aperto la porta ad un futuro senza più spargimenti di sangue, ad un cessate il fuoco bilaterale che avrebbe fatto intravedere spiragli di pace non solo nella zona calda in questione, ma in tutto il Medio Oriente. Le parti impegnate nel vertice di Sharm el-Sheik si sono mirabilmente prodigate in larghe promesse che, come insegnano i precedenti, saranno difficilmente mantenute. L’Egitto e la Giordania, attraverso i rispettivi Ministri degli Esteri, hanno dichiarato la ferma volontà di riaprire le Ambasciate a Tel Aviv e inviare i loro relativi rappresentanti diplomatici. Israele ha innanzitutto promesso una tregua militare nei confronti dei palestinesi e si è detta poi disponibile ad ammorbidire i toni pratici della sua occupazione e delle sue azioni quotidiane. Eppure nei giorni che hanno seguito tali dichiarazioni la situazione è cambiata molto poco, anzi.
Era prevista la rimozione di alcuni check point militari, ma di fatto i palestinesi continuano a doversi mettere in fila ogni qual volta intendano uscire o entrare dai propri villaggi e città e si trovano come sempre in balia in balia dell’umore del soldato israeliano di turno. Cinque città della Cisgiordania, si è detto, verranno riconsegnate alle forze di sicurezza dell'Anp nelle prossime settimane. Qualche tempo fa Sharon promise anche lo sgombero di alcune colonie situate nella Striscia di Gaza, ma fino ad oggi si è assistito solamente a qualche corteo di protesta organizzato dai coloni. Anche il capitolo riguardante i detenuti palestinesi avrebbe bisogno di un posto privilegiato nella classifica delle promesse israeliane. Nelle carceri sono rinchiusi migliaia di palestinesi, la maggior parte imprigionati senza alcun motivo tranne quello del sospetto, al di fuori di ogni legalità. Tra di essi ci sono almeno 344 bambini, i quali, come gli altri, subiscono diverse pratiche di tortura, tuttora legale in Israele. L’8 febbraio si era promessa la liberazione dei primi 500 detenuti palestinesi, tutti ancora in attesa davanti a grate e porte blindate.
Il giorno dopo l’accordo, un giovane palestinese di 20 anni proveniente dal campo profughi di Rafah nel sud di Gaza, è stato ucciso presso l'insediamento israeliano di Atzmona, protetto da una guarnigione armata. Educato alla strategia del "basta un rumore sospetto e puoi far fuoco per uccidere", un militare israeliano ha dichiarato che le truppe hanno sparato colpi d'avvertimento, sospettando un tentativo di infiltrazione. E’ bastato quindi un solo giorno e la morte dell’ennesimo palestinese ha fatto crollare ogni speranza nelle promesse e nelle parole pronunciate a Sharm el-Sheik. Chi aveva a suo modo previsto questa immediata evoluzione dei fatti, è stata l’organizzazione di Hamas. Subito dopo gli accordi siglati in Egitto, il portavoce Hasan Yusuf, aveva rilasciato questo commento: “Non crediamo a questi incontri e alle parole degli israeliani. Noi non vogliamo le parole ma vogliamo vedere i fatti sul terreno, ciò che vogliamo come popolo è che gli israeliani prendano provvedimenti sul terreno per finire l'occupazione. In passato abbiamo già sentito promesse di questo genere da parte degli israeliani senza che siano state mantenute”.
La “storica stretta di mano”, l’ennesima, sembra quindi aver dato un fin troppo rapido entusiasmo alle parti presenti. Il Segretario di Stato americano, Condoleeza Rice, che credeva si fosse compiuto un passo in avanti, dovrà rivedere le sue posizioni. L’Egitto e la Giordania forse sono state troppo frettolose nell'annunciare il loro ritorno diplomatico a Tel Aviv e sarebbe più appropriato concentrare i loro sforzi verso una maggiore protezione del popolo palestinese. Quest’ultimo, invece, è stato probabilmente l’unico a non farsi illudere e sa bene che difficilmente troverà la pace attraverso le ennesime parole spese durante l’ultimo vertice.
(17 febbraio 2005)