LIBIA - A Tripoli soffia un vento nuovo

Nel corso dei festeggiamenti per il trentennale della fondazione della Jamahiriya, lo “Stato delle masse” istituito in Libia il 2 marzo del 1977, Muammar al Gheddafi ha indicato nella democrazia diretta il modello politico più adatto alle peculiarità dei paesi africani: sarebbe l’unico che, presentando una struttura flessibile, può garantire al continente nero una concreta possibilità di eliminare i conflitti inter-etnici che lo dilaniano. A supporto di questa conclusione ci sarebbe la constatazione che, mentre nel mondo occidentale i partiti sono espressione di classi e ceti sociali, in Africa si formano per appartenenza ad una linea tribale o clanica. L’esclusione anche solo temporanea di una “famiglia” dalle leve del comando, senza la presenza di quelle istituzioni che garantiscono una trasparenza nelle gestione della res publica, rischia costantemente di far trascendere l’agone politico in una lotta senza esclusione di colpi. Per tale ragione, secondo il colonnello, le elezioni organizzate in passato sarebbero state funzionali ad assecondare la volontà dei principali partner stranieri, dagli Stati Uniti d’America alla Francia, ma hanno mostrato nella maggior parte dei casi la scarsa capacità di rappresentanza della realtà locale, dando vita a sanguinose dittature. Questo era il nodo centrale del discorso tenuto da Gheddafi nel palazzetto dei congressi di Sebha, un centro urbano in pieno deserto del Fezzan, che è stata teatro di una “due giorni” intitolata Democracy in the 21st century: Thirty years since the announcement of establishment of People’s Authority, cui hanno preso parte delegazioni composte da personaggi del mondo accademico e giornalistico di ogni angolo del globo.

Sebbene all’interno di altri passaggi le parole del rais suonassero come un attacco diretto al sistema della democrazia rappresentativa e quindi all’occidente, le sue parole non hanno mai ricordato i toni di un tempo, assumendo il tenore tipico dei leader del movimento terzomondista. Appaiono lontani i tempi in cui la Libia veniva considerata uno stato canaglia. A fronte di un atteggiamento di opposizione, ma non di sfida, tenuto nel corso dell’incontro con gli ospiti stranieri, è stato il suo intervento nel corso dell’altro evento celebrativo, riservato ai cittadini libici, che si è tenuto a Fort Leclerc, una base militare alle porte della città verso il quale tutte le guide sconsigliano di puntare l’obiettivo delle macchinette fotografiche. In questa occasione Gheddafi ha rispolverato il registro dei tempi andati, non esitando a definire George W. Bush «un presidente senza saggezza che non ama la pace». Anche la conclusione, rivolta direttamente ai suoi connazionali, non lasciava spazio a fraintendimenti: «Dovete fare attenzione alle forze coloniali che ci spiano e che mirano ad impadronirsi delle nostre ricchezze. Il nemico non lancia un attacco frontale, ma sta mobilizzando i suoi agenti per soddisfare i suoi interessi e toglierci forza, come accaduto in Iraq dove gli infiltrati hanno venduto il martire Saddam Hussein alla coalizione guidata dagli Usa». Parole forti, capaci di infuocare gli animi di una folla che ancora conserva vivo il ricordo dei bombardamenti subiti negli anni Ottanta.

Un solo passaggio, avvolto nell’ombra grazie alla cripticità del linguaggio diplomatico, poteva far presagire ben altre intenzioni nei confronti del mondo occidentale da parte di Tripoli: «Non abbiamo bisogno di seguire il modello americano perché siamo un paese libero. Ciò nonostante la Libia vuole cooperare con gli altri governi per conseguire benefici comuni». Dietro questa frase si celano accordi che probabilmente la popolazione locale ancora non è pronta ad accettare di buon grado, come quello che garantisce l’invio da Washington di tecnologia nucleare e prevede la formazione di personale libico nelle più prestigiose facoltà statunitensi. Si tratta del primo vero segno tangibile di apertura della Casa Bianca nei confronti della Libia, che ha fatto seguito alla rimozione dell’embargo. Ottenuto, peraltro, a costo della dismissione delle armi di distruzione di massa e della rinuncia allo sviluppo di un programma volto alla produzione di missili balistici. Ma anche un regime che non ammette l’esistenza di un’opposizione interna, deve comunque ricercare il consenso della popolazione per non trovarsi costretto ad amministrare il paese con la sola forza. Un metodo che, come la storia insegna, alla lunga conduce inevitabilmente all’implosione di qualsiasi organizzazione statale.

Per quanto riguarda i rapporti con l’Europa si registrano miglioramenti simili. Il paese riveste un’importanza strategica in quanto è uno dei luoghi di transito delle ondate migratorie verso il nostro continente, e la sua collaborazione risulta indispensabile nella lotta all’immigrazione clandestina. Allo stesso modo non si deve sottovalutare il suo ruolo nel settore energetico, tale da farlo configurare quale possibile elemento di rottura per l’Europa-mediterranea dalla dipendenza delle forniture di gas dell’asse in via di formazione tra Russia e Algeria. Non a caso sul Tripoli Post, settimanale libico in lingua inglese, campeggiano inserzioni di lavoro delle principali società europee del settore, dalla spagnola Repsol all’austriaca Omv. Ma il discorso vale anzitutto per l’Italia. Secondo le proiezioni sulle importazioni nazionali per il prossimo lustro, il gas libico acquistato dalla Penisola passerà, grazie al gasdotto sottomarino Greenstream, dall’1 per cento della quota totale del 2004, all’11 per cento previsto per il 2010, determinando un’ulteriore intensificazione delle relazioni commerciali (ed inevitabilmente politiche) con quella che Gaetano Salvemini definì troppo sbrigativamente lo “scatolone di sabbia”.

Gabriele Natalizia
(2 aprile 2007)

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