LIBIA - Armi per non uccidere le infermiere bulgare

Il dinamismo politico del presidente francese Sarkozy non conosce soste, ed ha già portato al primo successo internazionale, la liberazione delle infermiere bulgare e del medico palestinese detenuti in Libia dal 1999. Nell’operazione ha avuto un ruolo importante la moglie Cecilia, nel ruolo di intermediaria, che ha avuto la capacità di sciogliere le riserve di Gheddafi e far rimpatriare i detenuti. Quella che da molti è stata valutata come un’abile azione diplomatica, vede dietro le quinte molti altri risvolti, come ha rivelato nei giorni scorsi al quotidiano francese Le Monde Seif el-Islam Gheddafi (nella foto), figlio del presidente libico. Vi sarebbe un importante accordo multilaterale come contropartita al rilascio delle infermiere bulgare, che prevede la cessione di un ingente quantitativo di armi e forniture militari a Tripoli ed il rimpatrio da Londra dell’ex spia libica Abdel Basset Ali al-Megrahi, detenuto nel Regno Unito dal 1988 per la strage di Lockerbie, che causò la morte di 270 persone.

Le cinque infermiere di origine bulgara Kristiana Valcheva, Nasya Nenova, Valentina Siropulo, Valya Chervenyashka e Snezhana Dimitrova, erano stati arrestate, insieme al medico di origine palestinese Ashraf al Azouz, nel febbraio del ‘99 a Bengasi, con l’accusa di aver iniettato il virus dell’Hiv a più di 400 bambini. La pena di morte inizialmente imputata era stata commutata dal Consiglio superiore in ergastolo, dopo un accordo con i famigliari dei bambini, che riceveranno un milione di euro come risarcimento per ogni vittima, come assicura il loro portavoce Idriss Agha. A metà luglio, nella lunga e complessa vicenda giudiziaria, i sei imputati avevano avuto la conferma della condanna a morte. Secondo l’accusa, avrebbero agito come parte attiva di un complotto ordito ai danni della Libia dai nemici storici, Stati Uniti e Israele, con la mano invisibile dei rispettivi servizi segreti, Cia e Mossad. La difesa, al contrario, ha sempre sostenuto l’innocenza delle infermiere con prove che per alcuni sembrerebbero schiaccianti, sostenendo che le confessioni sarebbero state ottenute sotto tortura. La non colpevolezza delle donne è stata appoggiata inoltre da diverse associazioni e gruppi umanitari come “Avvocati senza frontiere” e “Uniti contro la pena di morte”, oltre che dall’Onu e da Amnesty International, e nel corso degli anni numerose sono state le manifestazioni e le raccolte di firme nelle piazze europee (Francia in primis) a sostegno della scarcerazione. La mattina del 24 luglio scorso i sei sono stati trasferiti a Sofia, accompagnati dal commissario europeo alle relazioni esterne Ferrero-Waldner, dal segretario generale dell’Eliseo Claude Gueant e dalla first lady francese, che ha svolto nella vicenda un ruolo di primaria importanza. Il successo dell’operazione di dialogo e distensione ha dato prestigio internazionale alla giovane presidenza francese, la quale, si legge in un comunicato, «si congratula insieme al presidente della commissione europea José Manuel Durao Barroso per l’accordo», che ha permesso il rientro in patria dei detenuti. Il presidente francese ha inoltre precisato che per la riuscita dell’operazione non sarebbe stata versata alcuna contropartita in denaro.

A smentire le parole di Sarkozy giunge la dichiarazione-shock del figlio del Colonnello. Seif el-Islam ha ricordato il viaggio che il presidente francese ha fatto all’indomani della consegna dei detenuti, per un accordo sulla fornitura di un reattore nucleare ad uso civile, per la produzione di energia da vendere per lo più all’Italia. Rientrerebbero nell’accordo franco-libico anche la Sagem e la Thales, aziende di assoluta rilevanza nell’ambito della tecnologia difensiva, i cui rappresentanti in questi giorni stanno conducendo trattative nell’ex colonia italiana. Nell’operazione per il rilascio, sarebbero stati ceduti al paese africano anche i Milan, missili anti-carro portatili di media gittata, che devono la loro ottima fama in campo militare al ruolo essenziale che hanno rivestito nella vittoria inglese nella guerra delle Falkland. Vi sarebbe ancora nella contropartita, la “conduzione di esercitazioni militari congiunte” ed il probabile coinvolgimento dei militari francesi in caso di aggressione esterna alla Libia. Valore totale dell’accordo: 160 milioni di euro circa. Ultima ma non meno importante è l’intesa che sarebbe stata raggiunta con il Regno Unito, secondo la quale dovrebbe rientrare in patria al-Megrahi, l’agente segreto libico implicato nello schianto del boeing 737 della compagnia Pan Am, esploso sul cielo di Lockerbie il 21 dicembre 1988. Il coinvolgimento libico in affari internazionali poco limpidi risale al tempo del colpo di stato guidato da Muammar Gheddafi, che nel 1969, sulla scia del presidente egiziano Nasser, aveva preso il potere a Tripoli, con l’intento di espellere i militari statunitensi dal paese. I rapporti tra il presidente libico, rappresentante del nazionalismo arabo, e gli stati occidentali sono stati sempre piuttosto tesi e quello dichiarato dal suo secondogenito Seif el-Islam in viaggio a Nizza, sarebbe il primo accordo libico con paesi europei dalla fine dell’embargo nel 2004.

Alessandro Ricci
(10 agosto 2007)

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