Roberto Coramusi
LIBANO - Terra di conquista
Gli avvenimenti che hanno recentemente infuocato il paese dei cedri nascondono una sola ed indiscutibile matrice: impedire al Libano di affrancarsi dalle ingerenze straniere. Voci più o meno autorevoli, Stati Uniti e Francia in testa, come ricordano quasi quotidianamente la Rice e Barnier, rispettivamente Segretario di Stato Usa e Ministro degli Esteri francese, addossano alla Siria la responsabilità del precipitare della situazione politica a Beirut. Lo scomodo vicino, che presenzia ancora militarmente la valle della Bekaa attraverso decine di check-point posizionati ben oltre i suoi confini geografici, prolungando così di oltre dieci anni le intese raggiunte con il trattato di Taif, non è più gradito. Dall’interno i drusi, i sunniti ed i cristiani ne chiedono a gran voce il ritiro tramite la mobilitazione di migliaia di persone in quella che è stata chiamata, forse imprudentemente, la “primavera di Beirut”, mentre dall’esterno grandi interessi economici, che fanno riferimento ad alcune nazioni forti, vogliono imporre al presidente Bashar al-Assad di rinunciare alla storica influenza di Damasco sul Libano. “C’è l’intenzione di sfruttare la questione dell’indipendenza libanese per pregiudicare la posizione strategica della Siria”, così ha scritto Flynt Leverett, ex direttore per gli Affari mediorientali al Consiglio per la sicurezza nazionale, sulle pagine del New York Times.
Gli animi si sono di nuovo scaldati con la decisione di Omar Karami di rassegnare le dimissioni dalla carica di primo ministro, costringendo il presidente Emile Lahoud a verificare se rimangono le condizioni per nominare un altro premier o per anticipare il calendario delle elezioni legislative. In tutta risposta Assad ha dichiarato la propria disponibilità a concertare il ritiro totale delle truppe dal Libano, contestualmente però all’apertura di trattative serie con lo storico nemico israeliano. Per dare credito alle sue proposte e per distogliere l’attenzione dalle crescenti critiche internazionali, ha detto che la Siria è inoltre intenzionata a consegnare il fratellastro di Saddam Hussein, il famoso sei di quadri del vecchio regime iracheno.
Sul tavolo di questa vera e propria crisi transnazionale c’è l’applicazione della risoluzione dell’Onu 1559, l’accertamento della verità sui mandanti e gli esecutori dell’omicidio dell’ex primo ministro Hariri, gli equilibri geopolitici dell’intera regione, ma soprattutto la grande fetta di appalti miliardari che si devono ancora assegnare per completare la ricostruzione, altrimenti rallentata da quando i francesi hanno bloccato i loro cospicui finanziamenti. E sì, proprio la Francia, antica dominatrice del Libano e vecchia signora coloniale che ha recentemente rispolverato un’efficace quanto spietata real politik, abbandonando l’asse pacifista con Germania e Russia (vedi guerra del Golfo) per imporre nuovamente il suo famoso pragmatismo in politica internazionale. Jaques Chirac, e Francois Mitterand prima di lui, hanno sostenuto e sovvenzionato la nouvelle epoque libanese, iniziata con la firma dei trattati del 1989, fino a che al potere è rimasto Rafiq Hariri. Poi i rubinetti sono stati chiusi e, mano a mano, Parigi si è defilata a vantaggio dei petrodollari sauditi e kuwaitiani. Sorge quindi il sospetto che la Francia abbia barattato l’appoggio statunitense al ritiro delle truppe siriane dal Libano, così come chiede la 1559, in cambio di un futuro, complice silenzio su eventuali decisioni interventiste nell’area sotto l’egida a stelle e strisce. Tale prospettiva risulta ancora più inquietante se si riflette come, una volta tagliati fuori dal Medio Oriente con l’invasione dell’Iraq, i francesi abbiano deciso di rientrare in gioco dalla porta di servizio, quella che conoscono meglio: il Libano. Un scopo non meno importante può essere quello di voler indirizzare la futura politica di questo piccolo paese, il cui primo compito consisterà nel trovare le risorse necessarie a rifondere i miliardi di euro d’interessi contratti prima, durante e dopo la guerra civile.
La situazione economica dell’ex Svizzera del Medio Oriente è lo specchio di questa continua e controproducente instabilità. Seppure il tasso di crescita continua a tenere (nel 2004 si è attestato al 3,5% del Pil), il flusso di capitali stranieri, concentrato soprattutto nell’industria edile e turistica, ha subito una brusca frenata a seguito degli sconvolgimenti degli ultimi tempi. Per fare un esempio, il principe saudita Walid bin Talal lo scorso ottobre ha promesso ingenti investimenti con la sua Kingdom Corporation, oggi messi a repentaglio dall’ennesimo stato d’insicurezza in cui è piombato il Libano. Nel frattempo i politici che si succedono varano misure tampone che non risolvono il problema grave del debito estero.
Ad alimentare la tensione ci sono poi le minacce di Washington, intenzionata a trasformare il caso-Siria in un nuovo Iraq. La pace e la stabilità in medio oriente non possono prescindere da Damasco: credibile dal punto di vista militare, sostenuta da numerose diplomazie di peso nello scacchiere internazionale e fortemente compenetrata con movimenti islamisti radicati tra la popolazione, tipo Hezbollah, che potrebbero scatenare rivolte più condivise rispetto a quella violenta ma isolata di al-Zarqawi oltre frontiera. Il “partito di Dio” vanta undici deputati in Parlamento, oltre ad un trascinante consenso per aver combattuto contro Israele, almeno pari a quello di cui adesso sono accreditati i sostenitori dell’opposizione anti-siriana.
Il vento della “democrazia ad ogni costo”, così come è stata teorizzata dai neocons americani, non sembra essere la strada percorribile per ammansire la Siria. Tutto ha i suoi tempi e spesso questi non coincidono con quelli pianificati alla Casa Bianca. Il governo Baathista siede su una polveriera, visto che “se ad Hyde Park uno attacca la regina non succede niente, invece dalle nostre parti se qualcuno inveisce contro i cristiani può scoppiare una vera e propria guerra; ecco come mai noi non possiamo avere leggi normali”, usando le parole del presidente siriano. Il primo passo verso la distensione lo dovrebbe fare Israele. E’ arrivato il momento per Sharon di dialogare con i nemici del Golan, per risolvere definitivamente la questione dei confini che è alla base del mantenimento delle truppe siriane in territorio libanese. Risolvendola, Israele toglierebbe ogni alibi a Damasco, la quale sarebbe costretta a riconoscere ufficialmente lo Stato libanese, ma il silenzio degli Usa su questo argomento induce a pensar male e, “nonostante si faccia peccato, si va quasi sempre vicini alla verità”.
(6 marzo 2005)