LIBANO - Corsi e ricorsi storici

Tra le ceneri dell’ennesima guerra sanguinosa e le speranze di una pace fragile, il Libano è conteso dai soliti pericolosi interessi. Le immagini dei bombardamenti, i pianti per le vittime innocenti (su 3.000 morti l’80% sono civili) e le arringhe alla resistenza dei fedayn di Hezbollah hanno fatto da sfondo ad una partita complessa che ha come oggetto primario lo sfruttamento delle risorse finanziarie e strategiche della “terra dei cedri”. I protagonisti sono gli stessi che hanno fatto la fortuna e la miseria di questo splendido paese da oltre un ventennio, con il decisivo contributo delle fazioni presenti sul territorio. Siria, Iran, Israele, ma anche Francia, Arabia Saudita e Kuwait sono gli attori, dichiarati o meno, di una partita a scacchi che ha come prima vittima il popolo libanese, ancora profondamente diviso dalle frizioni tra i clan e le famiglie più potenti. Dietro ogni guerra infatti c’è un business redditizio che alimenta il mercato degli armamenti ed anima il settore dell’edilizia generando potere e forti guadagni. A leggere tra le righe delle prime reazioni dopo il “cessate il fuoco”, mentre l’Onu si è affannato, con l’aiuto italiano, a trovare da subito una via d’uscita a quella che si prospetta come una delle missioni più pericolose di sempre, si capisce come il sangue versato in 36 giorni di combattimenti non abbia cambiato di una virgola gli equilibri di questo palcoscenico.

La tipica mentalità libanese impone alla vita di ricominciare a scorrere un secondo dopo il silenzio delle armi. Le stime della ricostruzione sono state immediate e servono agli statisti come cartina di tornasole per valutare la forza di quanti ancora vogliono investire da queste parti. In un primo momento sembrava che per dare un nuovo volto al Libano occorressero dai 3 (Consultation and Research Institute) ai 7 miliardi di dollari (Centro ricerche economiche del Libano), iniziati ad affluire in maniera generosa ma disordinata. E’ di fine agosto invece la stima di Jean Favre, portavoce a Ginevra del Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite, che attesta addirittura sui 15 miliardi di dollari i danni provocati dal conflitto. Hezbollah, oltre al prestigio militare, vanta un appoggio incondizionato della gente più povera perché ha sviluppato negli anni un welfare state da fare invidia a tutti i paesi arabi, ed è stato il primo a stanziare i fondi necessari per pagare l’affitto di un anno alle famiglie rimaste senza casa. Inoltre ha disposto tramite la sua banca, che peraltro segue alla lettera i dettami islamici e quindi non esige interessi, la concessione di prestiti agevolati di 20.000dollari per riparare o ricostruire le abitazioni. L’Arabia Saudita e il Kuwait, distintisi nell’ultimo lustro in una fremente attività per colmare il vuoto di finanziamenti lasciato dalla Francia a seguito della uscita di scena dell’ex presidente Mitterand, hanno stanziato rispettivamente 500 e 70 milioni di dollari, con la promessa di altri 500 e 400 non appena si siano calmate le acque. Le famiglie ricche libanesi stanno facendo altrettanto: attraverso Solidère, gli Hariri si sono impegnati per la ricostruzione di cinque ponti nella regione di Saida, l’ex premier Najib Mikati ricostruirà il ponte di Mafdoun e Amal Hourani, influente immobiliarista, quelli di Nabatye e Marjeyoun.

Il problema è che questi aiuti non sono soggetti ad alcun coordinamento e men che meno ad un controllo. Il non-Stato libanese è tagliato fuori dalla gestione di questo denaro, così come quello che verrà inviato per mezzo di beni di prima necessità e attrezzature ospedaliere dall’Unione Europea sotto l’egida delle Nazioni Unite. Questo flusso incontrollato finanzia di fatto singoli settori del sistema produttivo libanese e porzioni, più o meno grandi, della società civile perché risponde ad interessi di parte che ben si conciliano con la sua complessa struttura. L’esempio più eclatante, per il quale nessuno in Libano si è soffermato più di tanto, riguarda la famiglia dell’ex premier Rafiq Hariri (assassinato lo scorso 14 febbraio in un attentato terroristico) che ha intenzione di aiutare principalmente la popolazione di Sidone, perché residente nel loro storico feudo elettorale. E quando non ci sono diretti interessi politici, è l’economia a venirci in aiuto per districare almeno una parte della matassa libanese: il fratello di Rafiq, Chafik, è titolare di un’impresa, la Geneco, che costruisce ponti e così anche gli Hourani che già prevedono un grande introito dalla ricostruzione. Solo a fine mese il governo libanese si è fatto sentire per bocca del premier Fuad Sinora, promettendo circa 30.000 euro per ciascuna casa devastata, ma c’è già chi sospetta che alle dichiarazioni di facciata non segua l’effettivo stanziamento del denaro.

Dal punto di vista strategico, per la sua posizione geografica che lo rende parte integrante del Vicino Oriente e allo stesso tempo finestra affacciata sul Mediterraneo, e per il suo essere così multiculturale e tollerante, il Libano è una pedina fondamentale per il dialogo e purtroppo anche per lo scontro tra Oriente e Occidente. E’ qui che in via informale si incontrano le diplomazie di mezzo mondo nel tentativo di disegnare gli scenari futuri della regione ma è sempre su questa terra che Iran e Siria da una parte e Israele dall’altra cercano sfogo alle loro problematiche interne. L’alta tensione tra i guerriglieri del “partito di Dio” e Tsahal aveva superato il livello di guardia già da un anno, culminando nell’uccisione di due militari israeliani più di nove mesi fa, ma nessun opinion maker internazionale gli aveva dato la giusta risonanza. La brace degli odi mai sopiti ha preso improvvisamente fuoco quando lo Stato ebraico si è visto attaccare nell'operazione che ha portato al rapimento di due militari al confine con il Libano, ha constatato che le incursioni per il rilascio del caporale Gilad Shalit nella Striscia di Gaza non hanno portato alcun risultato e contemporaneamente la Repubblica degli ayatollah ha voluto distogliere l’attenzione sulla crisi del nucleare che la vede ancora scomoda protagonista. Ciò che ne è scaturito è sotto gli occhi di tutti ed ha avuto un solo grande vincitore, il temutissimo Hezbollah, che ha dimostrato ai libanesi, prima che al mondo intero, di tener testa ad un esercito sicuramente più preparato e meglio armato grazie ad un addestramento tale da utilizzare con profitto anche sistemi sofisticati della moderna guerra tecnologica. I dividendi politici della mancata vittoria israeliana sembrano aver rafforzato il ruolo istituzionale dei seguaci di Nasrallah che da fanatici religiosi quali erano oggi sono accreditati di una maturità e di un realismo tali da riconoscergli l’ambito ruolo di “difensori della patria”. A far da termometro della situazione sono stati inviati i caschi blu dell’Onu che, prima ancora di testare l’operatività della missione, hanno gravi problemi di organico. Oltre allo sforzo umano ed economico di Italia, Francia, Germania, e probabilmente Turchia infatti, difficilmente si raggiungerà il numero di 15mila soldati fissato dalla risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza, soprattutto se Israele confermasse il rifiuto ad accettare che il pattugliamento del suo confine con il Libano sia affidato alle truppe di paesi islamici con i quali non intrattiene rapporti diplomatici, Indonesia e Malesia in testa.

Roberto Coramusi
(1 settembre 2006)

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