LIBANO - Lo scontro tra sunniti e sciiti sconvolge anche la Terra dei Cedri

Sull’incantevole passeggiata della Corniche al Manara si è consumata l’ennesima tragedia che fa tornare ad aleggiare lo spettro della guerra civile sul Libano. L’ultima vittima è il parlamentare sunnita Walid Eido, uno degli esponenti più in vista del raggruppamento delle “Forze del 14 marzo”. Sconosciuti gli attentatori, ma se da un lato il “partito” filo-siriano, per bocca del presidente della Repubblica Emile Lahoud e di quello del Parlamento Nabih Berri, si è limitato a condannare l’attacco in termini generici, dall’altro i rappresentanti del fronte anti-siriano non sono riusciti a celare nei loro discorsi dure accuse contro il regime di Damasco, ritenuto l’orchestratore occulto dell’eliminazione di alcuni dei suoi più strenui oppositori. Continua anche in questo frangente quel dialogo tra muti che aveva toccato il suo picco nel corso dell’ultimo vertice della Lega Araba di Riyad, dove Beirut è stata rappresentata da due delegazioni distinte, l’una guidata da Siniora, con i ministri Sami Haddad e Tarek Mitri, l’altra da Lahoud, al cui seguito in qualità di consiglieri si erano presentati due ministri dimissionari, Fawzi Salloukh e Yaakoub Sarraf.

Contemporaneamente nel campo profughi di Nahr el Bared, a pochi chilometri di distanza dalla città di Tripoli, la seconda per importanza ed abitanti del Libano, la rivolta della formazione terroristica Fatah al-Islam ancora non è stata definitivamente domata dalle forze dell’Armée Libanaise, dopo venti giorni di combattimenti. Nonostante da quelle parti la situazione sia precipitata per una particolare combinazione di eventi fortuiti (l’esercito stava compiendo delle perquisizioni per una rapina e si è ritrovato nel covo dei terroristi che hanno reagito con le armi), già da mesi il ministro della Difesa Elias Mur aveva denunciato che in alcuni slum palestinesi stava prendendo piede un fenomeno dalle sfaccettature inquietanti.

Gli ultimi avvenimenti rendono sempre più complesso uno scenario politico le cui radici si intrecciano ben al di là dei confini della Terra dei Cedri. Mentre oscuri centri di potere decretavano la condanna a morte di Eido, la battaglia casa per casa combattuta a Nahr el Bared ha segnato l’ingresso dell’ultimo attore internazionale che ancora non agiva in questo angolo del Vicino Oriente, per mezzo di una pedina locale: al Qaeda. Lontano dalle luci della ribalta, che tornano ad illuminare questa piccola ma fondamentale regione del Vicino Oriente solo in occasione di picchi estremi di violenza, un nuovo muro sta tornando a dividere la popolazione libanese, sebbene le alleanze in campo tra il 1975 ed il 1990 siano state sparigliate da nuovi fattori. Gli schieramenti locali continuano a intrattenere rapporti intensi con padrini stranieri: i francesi sostengono, come da tradizione, i cristiano-maroniti, gli statunitensi e gli israeliani hanno optato per gli eredi di Rafik Hariri, il figlio Saad e il suo uomo di fiducia Fouad Siniora, Iran e Siria confermano l’asse sciita con Hezbollah e, in seconda battuta, con Amal, mentre le monarchie arabe appoggiano i drusi e i palestinesi della fazione istituzionale di Fatah. Anche il network del terrore, che fino ad oggi era rimasto alla larga da Beirut e dintorni, ha compiuto la sua scelta: armare fino ai denti quella parte di giovani dei campi profughi più sensibili al radicalismo religioso di matrice salafita e non più disposti a credere alla promessa degli eredi di Arafat riguardo un improbabile ritorno in quella patria che non hanno mai conosciuto. Visto che probabilmente non potranno mai mettervi piede, alcuni di loro hanno pensato sia scattata l’ora di prendere parte in prima persona alla sfida che occuperà la scena dei prossimi anni in Asia Minore, quella tra sunniti e sciiti. O, volendo interpretare queste due anime dell’Islam quali sovrastrutture di poteri concreti, tra l’Arabia Saudita e l’Iran.

Per questa ragione sembra verosimile l’interesse di Damasco alla scomparsa di Eido sebbene, a differenza di quanto sostenuto da molti analisti, questo colpo di scena non solo non intacca la validità della risoluzione 1757 dell’Onu, ma imprime un colpo d’acceleratore all’istituzione del tribunale internazionale per la strage di San Valentino. Al contrario, appaiono pretestuose le accuse levate nei suoi confronti di aver sostenuto e armato Fatah al-Islam: minare definitivamente la solidità di una maggioranza parlamentare ostile, che ora si regge su un gap di soli quattro parlamentari, rappresenta una prospettiva auspicabile, ma di certo non al costo di assistere alla crescita di formazioni di estremisti sunniti che potrebbero controllare la principale arteria stradale tra il proprio confine ed una delle zone nevralgiche dell’economia libanese. Il paese è parte integrante di quella mezzaluna sciita che, partendo da Teheran, passa attraverso le province meridionali del tormentato Iraq, raggiunge la Siria, le cui redini del potere sono tenute in mano dalla famiglia alawita degli Assad, fino ad allungare le sue propaggini nella Striscia di Gaza, dove si profila la costituzione di una sorta di Hamastan, e in Libano, dove Hezbollah mostra un dinamismo a 360 gradi.

Le dodici confessioni in cui si dividono i cristiani libanesi sembrano aver ceduto di fronte a questa spaccatura, rinunciando ad interpretare un ruolo autonomo. Mentre nel settore economico e culturale continuano a costituire una vera e propria elite, a livello politico si sono divisi appiattendosi sulla contrapposizione esistente tra i musulmani. Così mentre il generale Aoun e l’attuale presidente Lahoud si sono schierati con la fazione sciita e filo-siriana, ergendosi a salvatori della patria per aver evitato con questa mossa che il paese finisse nel baratro dopo le tensioni del 2005, quelli di Geagea si sono allineati ai partiti sunniti ed anti-siriani eredi di “Mr Lebanon”, che al tempo della guerra civile erano i loro più acerrimi nemici. La morte di Pierre Gemayel, il cui carisma politico era indiscusso, ha contribuito ad esasperare una lacerazione che sicuramente non verrà ricomposta per le prossime elezioni. Le rispettive fazioni si contendono un premio che fa gola a troppi: la nomina a nuovo presidente della Repubblica.

Gabriele Natalizia
(18 giugno 2007)

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