LIBANO - I dubbi del dopo elezioni

Le elezioni parlamentari sono ormai in archivio, rimane la paura per gli attentati terroristici e le incertezze sul futuro del paesi dei cedri. La prima consultazione elettorale senza la presenza delle truppe di Damasco è iniziata il 29 maggio e si è conclusa, dopo quattro turni, il 19 giugno con le votazioni nelle regioni del nord. I risultati hanno confermato la tendenza che vedeva vincente la coalizione “anti-siriana” guidata da Saad Hariri, figlio di Rafiq assassinato il 14 febbraio scorso senza che le indagini abbiano ancora indicato i colpevoli. La mappa geo-religiosa della popolazione libanese si è schierata con i soliti partiti, unica variabile lo stato emozionale seguito alla cosiddetta “primavera di Beirut” che ha catalizzato l’attenzione dei media senza che nulla sia poi effettivamente cambiato.

La struttura costituzionale, imperniata sul modello confessionale, prevede che in parlamento (128 deputati), a presidenza sciita, siedano 64 parlamentari cristiani ed altrettanti musulmani, che il presidente della Repubblica sia maronita e che il premier sia scelto tra i sunniti. La ripartizione dei ruoli di queste tre figure cardine è bilanciato in modo tale che il presidente designa il primo ministro solo con l’approvazione dell’Assemblea Nazionale e la maggior parte delle sue decisioni deve essere controfirmato dal premier stesso. Per legge è stabilita anche la religione di appartenenza dei trenta ministri, i quali devono rappresentare proporzionalmente la consistenza numerica delle rispettive comunità. In uno Stato dove si è messo fine ad una sanguinosa guerra civile, durata più di venti anni, solo con la spartizione dei poteri, la strada per risolvere le questioni ancora aperte è molto più difficile da percorrere di quanto si voglia far credere. Il ritiro dei soldati siriani oltre frontiera è stato lo specchietto per le allodole che abbagliato gli occhi ai burocrati del Palazzo di vetro di New York, ma la verità è connaturata nella complessità della società libanese divisa tra clan, conflitti sociali e religiosi. Dopo il boom degli anni ’60 nel quale il Libano era considerato la Svizzera del Medio Oriente, pioniera delle operazioni off-shore in campo finanziario e della “dolce vita” internazionale, la ricostruzione è iniziata dal 1990 con i finanziamenti francesi per poi passare completamente in mano araba. Soprattutto i sauditi ed i kuwaitiani hanno investito risorse ingenti, impossessandosi del settore bancario e dell’edilizia, prima che una spirale di sangue facesse piombare di nuovo la tensione all’interno dei confini.

L’immobilismo di cui oggi è attanagliato il Libano è figlio soprattutto della politica “familiarista” che detta i ritmi, lenti, di un paese giunto alla stagnazione economica. La presenza di circa venti confessioni ben radicate nel territorio non fa che complicare il quadro di per sé reso fragile da decenni di scorribande e conquiste straniere, non ultima quella israeliana, inziata nel ‘78 e terminata ventidue anni dopo. Per mantenere saldo il proprio centro di comando, i gruppi delle famiglie influenti hanno preferito svendere nel tempo pezzi di Stato a chi ne aveva interesse, per poi rivendicarlo, spesso con la violenza, quando questi non hanno fatto più al caso loro. Ciò che i libanesi pagano a caro prezzo è una mancanza di prospettiva a lungo termine e di un progetto ambizioso che diano al tempo stesso stabilità e slancio all’economia. Nemmeno la designazione quasi plebiscitaria (126 voti favorevoli su 128) a premier di Fuad Sinora può essere interpretata come un’inversione di tendenza cruciale. Infatti l’autorevole sunnita non può certo essere considerato un uomo nuovo della politica libanese visto che è stato a capo del principale dicastero economico dal 1992 al 2004, sopravvivendo a cinque governi Hariri ed alle pressioni siriane.

Analizzando nel profondo i retroscena della vita politica del paese dei cedri, il dubbio che il fronte democratico e pacifista uscito vittorioso dalle urne non sia in grado di risolvere i problemi è più che lecito. Il grido di allarme è stato lanciato all’indomani del successo da uno dei leader più influenti e rispettati, Walid Jumblatt, guida della comunità drusa: “L’alleanza tra cristiani e sunniti, nata con l’opposizione alle ingerenze di Damasco nella nostra vita, deve superare la dura prova del programma. Le priorità sono purtroppo differenti per tutti”. La previsione sembra quasi un maleficio lanciato sul soggetto politico multiforme sorto sulla scia delle manifestazioni di Piazza dei Martiri. “Noi, per esempio – ha continuato Jumblatt – vogliamo un cambio ai vertici dell’intelligence ma siamo contrari al disarmo degli Hezbollah come imposto dalla risoluzione 1559 dell’Onu. Bisogna proteggere la resistenza”. Di altro avviso i suoi alleati. In prima fila Ghenwa Jalloul, stretta collaboratrice dell’ex primo ministro Rafiq Hariri, che ha incentrato la sua campagna elettorale sul vento del cambiamento che ancora stenta a spirare in Libano: “Queste elezioni hanno un grande significato, dato che sono avvenute per la prima volta da 30 anni in piena libertà, per mettere fine al cosiddetto regime di sicurezza instaurato in precedenza. E’ l’inizio di una straordinaria era democratica”.

La difficile percezione dei vincitori su quale sia l’obiettivo primario da perseguire è in netto contrasto con l’intransigenza e la sicurezza delle dottrine della rappresentanti sciiti che hanno fatto man bassa di voti nel meridione. Il cartello Amal-Hezbollah ha conquistato i seggi nelle due circoscrizioni del sud, rilanciando una politica in netto contrasto con le ingerenze statunitensi ed israeliane nell’area, accompagnata ad una visione sociale e caritatevole che i poveri e gli emarginati sciiti non hanno mai ravvisato nei partiti di governo. Il grande credito riscosso dal “partito di Dio” dopo il ritiro dei soldati con la stella di David ha consolidato la posizione di Hezbollah anche nelle istituzioni, i cui esponenti sono disposti a tollerare il canale privilegiato che intrattiene con la Siria in nome di un nazionalismo di comodo. L’unica via possibile per coinvolgere la rappresentanza sciita è formare un governo che abbia in primo luogo bisogno di trovare coesione nell’identità nazionale. Il messaggio per adesso è chiaro, il Libano liberato non é ancora pronto alla smobilitazione delle milizie anti-israeliani.

Roberto Coramusi
(23 luglio 2005)

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