PALESTINA - L’Anp è alla ricerca di un nuovo leader

La lunga passeggiata di Ariel Sharon, cominciata il 28 settembre del 2000 sulla spianata delle moschee, per ora si è fermata. A Ramallah, alla Muqata. Lì dove il nemico giurato, da sempre odiato ed inseguito, era accerchiato. Proprio lì dove alla fine è stato sepolto e consegnato alla memoria storica. Chiuse le cerimonie funebri, pace all’anima sua. Ora Sharon può dare requie al suo rovello esistenziale: non avergli fatto la ghirba a Beirut era ormai un pentimento che aveva sul groppone da vent’anni. Forse con un’agonia tumorale (qualcuno parla di avvelenamento), la natura ha decretato la fine del rais e della sfida dei due più agguerriti contendenti in quest’ultima fase del conflitto israelo-palestinese.

E ora da dove si ricomincia? Dalla Road Map? Forse, e sarebbe l’ennesimo tentativo dopo i fallimenti di Oslo prima e Camp David poi. Due accordi finiti uno dietro l’altro nel gorgo di sangue della seconda Intifada, in cui tra rappresaglie e kamikaze si è giocato ad un rilancio continuo. Ora si riparte da capo, a cominciare dalla scelta del successore di Arafat. Su quel vuoto da riempire tutti vogliono far pesare la propria influenza, sia fuori che dentro i confini della Palestina. Il gioco delle candidature, da cui salterà fuori il nome del futuro leader dell’Anp, gira attorno ad alcune personalità influenti all’interno di Fatah (il movimento fondato in Kuwait nel ‘59). Quello di Abu Mazen per esempio. Appena giunto a Gaza per rinsaldare le fila di chi lo sostiene nella corsa al vertice del proto-stato palestinese, è stato accolto con una raffica di pallottole. Il fuoco dei dissidenti di al Fatah gli ha intimato un sonoro alt. Forse hanno voluto intimidirlo perché non è un “combattente”, certo è che non hanno gradito la visita di chi ha stretto la mano di Sharon, dimostrando troppa indulgenza verso le sue condizioni. Anche qui il baldanzoso passo del generale Ariel si è dovuto fermare.

Questo grave avvertimento ha messo in discussione la leadership di Mahmud Abbas, insieme alla certezza che possa essere lui l’uomo che, nel futuro politico della Palestina, sia in grado di tenere unite la miriade di fazioni rivali. Anche se la sua ascesa è tuttora fortemente caldeggiata dagli Usa ed Israele, deve far fronte ad una bassa popolarità. Del resto il ventre molle della “vecchia guardia tunisina” gode di uno scarso appeal presso un popolo che ha fatto del “martirio” il simbolo estremo della sua strenua resistenza. Per la piazza Abu Mazen ed Abu Ala sono corrotti e non si sa “dove erano quando noi soffrivamo”. Il capo dell’esecutivo poi, è stato “pizzicato” recentemente con le mani nel cemento. Quello comprato a poco prezzo in Egitto e rivenduto a compagnie israeliane che si occupano della costruzione del muro. L’attentato all’ex primo ministro palestinese giunge dopo aver incassato il sostegno del “duro di Gaza”, Mohammad Dahalan. Si tratta del vecchio capo delle forze di sicurezza nella Striscia che in diverse occasioni si è trovato in contrasto con gli estremisti radicali, guadagnandosi col tempo la simpatia degli stati arabi moderati (in primis l’Egitto) e, negli ultimi due anni, l’antipatia del rais.

La trama politica tessuta dal plumbeo Mazen è passata anche per un patto di non-belligeranza con Hamas. Il gruppo terroristico si ritrae a spettatore della partita in attesa di tempi migliori. La legittimazione politica lo potrebbe rendere un partito di riferimento nel futuro stato. La stessa sorte toccata a Hezbollah in Libano. Il fuoco lanciato contro il “servo di Israele” non deve essere sottovalutato insieme al rischio che tutto piombi in uno stato di anarchia, specie se in un momento di passaggio delicato come questo le forze in campo non trovano il difficile punto di equilibrio. Cosa potrebbe succedere se, in uno scenario di caos totale, Bin Laden riuscisse a mettere le mani sulla polveriera palestinese, monopolizzando la lotta terroristica? Sarebbe la fine e l’isolamento politico della Palestina. Persino Yassin (leader di Hamas ucciso dall’esercito israeliano) ne fiutò la pericolosità, respingendo nettamente tutti gli ammiccamenti dello sceicco del terrore. Dunque Abu Mazen e Abu Ala, diretti interlocutori di Sharon durante i mesi dell’isolamento di Arafat alla Muqata, sono sempre più distanti dal popolo e dall’immagine del vecchio leader combattente, sempre stretto alla fondina della pistola. Un simbolo di lotta, lo stesso che vedono incarnato in Marwan Barghouti, il pluriergastolano rinchiuso nelle carceri israeliane. Il leader di Tanzim (braccio armato di Fatah) ha ufficializzato la sua candidatura alla guida dell’Anp, nonostante il suo rilascio sia duramente ipotecato da un netto rifiuto del governo israeliano. La sua popolarità è seconda solo a quella di Arafat, dato che gli ultimi sondaggi lo danno favorito col 48 per cento di gradimento. Ma per ora nessun plebiscito potrà sottrarlo alla condanna (cinque ergastoli). Dagli accordi di Oslo in poi, la sua linea politica si è orientata ad una dura intransigenza su due punti fondamentali: il pieno ritiro israeliano dai territori del ‘67, compresa Gerusalemme est; il riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi del ‘48. Dalla dura contestazione come capofila della fronda radicale nel Consiglio Legislativo (parlamento palestinese) è passato in seguito alle armi della seconda Intifada ed al dissenso terroristico. Poi l’arresto ed infine la detenzione e la condanna.

Ma le sbarre del carcere possono anche rappresentare una semplice situazione di passaggio. Anzi, nella storia hanno spesso aperto la strada al cursus della gloria futura: dal consenso plebiscitario, dovuto all’infatuazione per l’eroe della propria lotta d’indipendenza, al riconoscimento internazionale, il passo è molto breve. Il crisma della legittimità purifica dalle colpe passate ed il superamento di una situazione palesemente ingiusta spesso le attenua. È successo all’ex “terrorista” Mandela. Potrebbe succedere al “Mandela palestinese”, anche se forse è ancora presto. La pace si fa con interlocutori decisi (anche alle inevitabili rinunce) e soprattutto rappresentativi dei rispettivi popoli. Questa seconda condizione è assolutamente indispensabile. Altrimenti per Striscia di Gaza e Cisgiordania si rischia la guerra civile.

Marco Politi
(19 novembre 2004)

HOME

SEGNALA QUESTO ARTICOLO AD UN AMICO