Roberto Coramusi
ISRAELE - Tre media puntano il lato oscuro
Un inizio anno tra luci e ombre per lo stato di Israele, impegnato ad accogliere con tutti gli onori l’inquilino della Casa Bianca, per la prima volta in visita ufficiale in Terra Santa, e nel contempo chiamato a dare finalmente delle soluzioni che quantomeno arrestino l’acuirsi della distribuzione disomogenea della ricchezza nazionale che sta logorando gli strati più poveri della popolazione. Ma se è ancora presto per valutare il reale impatto che il viaggio del presidente americano George W. Bush avrà nel processo di pace rilanciato a fine novembre ad Annapolis, è doveroso analizzare lo stato di salute dell’economia israeliana ed i riflessi che potrebbe determinare nell’agone politico interno. Già durante la campagna elettorale che ha portato alla vittoria di Kadima e al successivo governo di coalizione con il Labour nel 2006, le tematiche sociali, quali la difesa del potere d’acquisto e la disoccupazione, sono state ampiamente dibattute, ma a un anno dalla guerra in Libano sono tornate nuovamente alla ribalta. Con un’insolita concomitanza, il 7 gennaio scorso, sia il Jerusalem Post che due autorevoli quotidiani italiani, Repubblica e Corriere della Sera, hanno pubblicato tre articoli diversi, ciascuno su un lato oscuro della realtà israeliana.
L’autorevole testata in lingua inglese ha criticato il progetto degli amministratori gerosolimitani di sgomberare da una strada accanto al campo profughi di Shuafat una piccola comunità di beduini. L’intenzione è stata giustificata da una legge sul rispetto dell’ordine e la pulizia delle strade. Da qui il titolo provocatorio “Il Comune di Gerusalemme tratta i beduini come spazzatura” e l’ampio spazio dedicato alle dichiarazioni del legale degli sfrattati che ha denunciato come “la rimozione di questo accampamento sia stata adottata perché contiguo al tracciato del “muro di sicurezza”. Ribadendo come questa decisione peggiorerà la condizione di abbandono e degrado in cui già vertono ottanta persone tra donne, uomini e bambini. La questione dei beduin in Israele è molto controversa perché pur essendo cittadini israeliani, essi sostengono di essere discriminati per motivi di razza, e gli vengono negati i servizi essenziali forniti alle comunità ebraiche, quali fogne, acqua e corrente elettrica. La disputa verte sulla “pretesa”, come sostiene il governo, di costruire la propria casa di lamiera ovunque, generalmente in spazi lontani dalle città (la maggior parte nel deserto del Negev, in tutto Israele si contano circa 160 mila beduini). Un’altra accusa pesante è quella pubblicata nell’articolo apparso sul giornale romano, secondo cui il ministero della Sanità israeliano, come ha denunciato Yedioth Ahronoth, avrebbe sottoposto numerose donne falashà ad un sistema anticoncezionale pericoloso per la salute (Depo-Provera), con lo scopo di ridurre la natalità di quella che è la comunità più povera di tutto Israele. I falashà (100 mila circa), gli “ebrei neri” di origine etiope portati a Gerusalemme con leggendari ponti aerei nel 1984 e nel 1991, soffrono il peso di una scarsa integrazione ed oggi sembrano addirittura al centro di un’operazione di selezione delle nascite per evitare il proliferare del numero degli indigenti. La querelle riportata sulle pagine del quotidiano milanese invece investe direttamente la degenerazione dei rapporti di buon vicinato, tra ricchi e meno abbienti, che sembra interessare gran parte delle città israeliane. Il caso in questione riguarda il lussuoso complesso residenziale privato affacciato sul mare di Cesarea, 4 mila abitanti governati da un fondo che fa capo alla famiglia Rothschild, e l’operosa cittadina di Or Akiva, che ha raccolto le firme di 70 deputati della Knesset per iniziare il processo di annessione delle ville dei ricchi, compreso il conteso campo da golf (il cui accesso, prima gratuito, di recente è diventato a pagamento anche per i cittadini con difficoltà economiche). La campagna è stata lanciata dal sindaco Simcha Yosipov “perché – ha spiegato alla stampa – la disputa con Cesarea dimostra la frattura sociale che sta spaccando il Paese. Preferiscono avere gli abitanti di Or Akiva come domestici nelle loro case piuttosto che come vicini. Vengono a fare la spesa, usano i servizi o le scuole della città. Allora paghino le tasse”.
Da questo quadro si desume quanto il divario ricchezza-povertà si stia ampliando, colorandosi di fosche tinte vicine all’intolleranza, nonostante l’economia nazionale abbia dimostrato la sua solidità superando, quasi indenne, prove molto difficili. La più importante è stata la guerra in Libano dell’estate 2006, alla quale il ministero delle Finanze ha risposto con un vasto progetto di sviluppo nel nord del Paese, oltre ad un uno di potenziamento dell’apparato di difesa. Ciò ha permesso di attutire il colpo inferto dall’instabilità internazionale ed ha fatto da apripista alla ripresa dei flussi turistici, non appena si sono ristabilite le condizioni minime per la sicurezza. “La robustezza dell’economia israeliana – come sottolineato dall’Ice in una sua pubblicazione – ha avuto riflesso soprattutto nel mercato finanziario del Paese che, nel periodo di crisi, ha visto l’apprezzamento della moneta locale nei confronti del dollaro americano e dell’euro”.
Il dibattito sulle prospettive di sviluppo del Paese è molto ampio e investe oggi, con maggior insistenza rispetto al passato, anche i due pilastri su cui si fonda la nazione ebraica: la religione e le forze armate. In particolare, si vuole evidenziare quanto incida sull’economia la devozione a Dio e il servizio per lo Stato. Il percorso educativo religioso canonizzato dall’ortodossia ebraica, che prevede lo studio nelle yeshivot anche fino a 42 anni, e l’impegno in armi di ampie fasce della popolazione attiva israeliana (per gli uomini ebrei, drusi e circassi è obbligatorio vestire la divisa per tre anni ed essere richiamati come riservisti fino a 42 anni, per le donne ebree la coscrizione dura circa 20 mesi) equivale ad una perdita in termini di forza lavoro pari ad oltre un miliardo di dollari l’anno. Gli indicatori economici testimoniano inoltre una lieve ma costante flessione nella crescita del Pil, che è passato, secondo The Economist, da 110 a 117 miliardi di dollari (+6,3%) nel biennio 2005-2006, mentre nel 2007 si è attestato a 123 miliardi (+5,1% rispetto all’anno precedente). Lo stesso è accaduto al Pil reale che, calcolato nell’arco di un decennio, ha registrato dal ’93-’03 +3,5%, dal ‘94-‘04 +3,4% e finire con +3,2% dal ‘95-’05. Seppur ancora lontani dai numeri poco lusinghieri registrati dalle stagnanti economie europee (Italia +1,3%, Francia +2,2%, Germania +1,4%), ciò che allarma molti in Israele è il trend negativo che trova riscontri nella vita di tutti i giorni per alcuni strati della popolazione. Ai partiti politici spetta dare delle risposte chiare a questo senso di insicurezza che sta rapidamente scalando la classifica delle ansie israeliane, finora dominata in solitudine dalla paura per il terrorismo palestinese.
(15 gennaio 2008)