ISRAELE - Il problema dei coloni è all’ordine del giorno

L’uscita dalla scena politica israeliana del primo ministro Ariel Sharon pone un grande ipoteca sull’ipotesi di prosecuzione del processo di pace coatto, imposto dall’alto tanto alla popolazione palestinese quanto ai coloni ebraici, che all’ex premier deve il nome. La sua azione unilaterale ha rischiato di lacerare l’opinione pubblica nazionale, ma è stata capace di restituire almeno un simulacro di sovranità all’Anp su quella Striscia di Gaza nella quale fino allo scorso agosto imperversavano i tank di Tzahal. Oggi la situazione è ancora ben lontana dalla normalità sia per lo stato di semianarchia causato dall’incapacità delle autorità palestinesi di controllare i gruppi armati che fanno capo alle organizzazioni più radicali, sia per la condizione di semiprigionia nella quale versano gli abitanti di questa sottile lingua di territorio. E l’affermazione di Hamas alle recenti consultazioni elettorali non fa che rendere più complessa la trama della vicenda.

L’incognita maggiore incombe, nonostante tutto, sull’altro campo della contesa. La grave defezione di “Arik” rischia di mettere in crisi non solo la prosecuzione di qualsiasi cammino verso la soluzione di una contesa che si protrae da oltre cinquanta anni, ma la stessa “bussola” che ha guidato la controversa condotta politica di Israele sin dagli anni Settanta palesandosi meglio nell’ultimo lustro. Non è un caso se i “falchi” del Likud e gli ebrei ortodossi abbiano cercato fino all’ultimo di boicottare congiuntamente il provvedimento con cui veniva sancito il disimpegno da Gush Katif e dagli altri stanziamenti minori, messo in salvo solo dall’inedita collaborazione alla Knesset tra il capo dell’esecutivo conservatore ed il partito laburista. Il ritiro forzato dei coloni risulterebbe quale estrema conseguenza di una serie di considerazioni condivise tanto da Sharon e l’ala moderata del partito conservatore, quanto da Peres e i suoi fedelissimi. L’idem sentire che ha permesso la nascita della formazione centrista Kadima (Avanti) ruota intorno alla presa di coscienza riguardo due questioni intimamente legate tra loro: l’inconsistenza strategica del mantenimento degli insediamenti nella Striscia di Gaza e l’importanza della consolidazione delle posizioni di forza israeliane nella Cisgiordania, volte ad impedire la piena autonomia del futuro Stato di Palestina.

Sharon sin dall’inizio del suo mandato si è trovato di fronte ad un paese dilaniato dalle sue contraddizioni interne, ossia tra la sua anima laica e quella religiosa, che la fanno apparire non tanto come una nazione coesa, quanto una federazione di comunità tribali riottose ad assumere un’identità in grado di sostituire lo spirito del colonialismo sionista. Storicamente ne è stato favorito l’insediamento oltre la Green line del 1949 per diluire la maggioranza etnica araba e fornire il pretesto per una modifica dei confini più favorevole al tavolo della pace. È cresciuto tuttavia un fronte interno maggioritario che considera uno sperpero destinare una quota ingente delle risorse nazionali per finanziare un’impresa della quale non condividono gli obiettivi. Si tratta di una cifra che si aggira intorno ai 14 miliardi di dollari (circa il 15% del Pil nazionale), secondo le ultime stime pubblicate dall’Istituto israeliano per la ricerca economica e sociale.

Le comunità che hanno optato per questa scelta di vita presentano, in nome di una interpretazione letterale della Bibbia, un tasso di prolificità quasi tre volte maggiore rispetto a quello dei loro connazionali, tra i quali la crescita naturale si attesta sull’1,8% annuo a fronte del 5,5% registrato oltre i confini della Linea Verde. Ma nella Striscia di Gaza questa battaglia era già persa: le ragioni di 8.000 coloni non avrebbero mai potuto costituire un valido argomento di pressione a fronte di 1.100.000 palestinesi che si dividevano 375 kmq, che con 2.900 abitanti per kmq rappresenta la più alta densità abitativa del mondo (la cui media è 44 abitanti per kmq). Senza contare che qui nel 2005 la popolazione araba è cresciuta di quasi il 4%, ma in anni passati è stata superata persino la soglia del 5%, e si registra la più bassa età media dell’intero globo, 14,4 anni rispetto al dato generale di 26,4 anni (Italia e Giappone sono in testa alla classifica dei più vecchi con 40,2 anni). E i fatti sembrano dar ragione alla difficile decisione presa da Sharon. L’economia locale per assorbire la nuova forza lavoro dovrebbe crescere dell’8% annuo, ma non sembrano esserci le condizioni per una evoluzione simile finché resteranno in vigore le ferree restrizioni alla mobilità delle merci e delle persone. Le pressioni di una fetta importante dell’opinione pubblica israeliana ed internazionale, entrambe convinte della necessità di una risoluzione della contesa per la sorte degli equilibri geopolitici mondiali, unite al desiderio di limitare gli ingenti costi derivanti dal controllo militare di Gaza e dalla sorveglianza delle colonie, hanno indotto Sharon a prendere una decisione tanto difficile come quella del ritiro. Ma la rinuncia al progetto della Eretz Israel è funzionale al rilancio di quello della Grande Gerusalemme, per certi versi più significativo sotto il profilo religioso ma, principalmente, imprescindibile sotto quello politico. E potrebbe essere questa seconda mossa a permettere ad Israele di dare scacco matto agli avversari.

I governi che si sono avvicendati a Tel Aviv non hanno mai fatto mistero delle loro mire sulla città santa: all’indomani della guerra dei sei giorni lo Stato ebraico vittorioso vi trasferì la sede del governo, sebbene la decisione rimase sulla carta a causa del mancato riconoscimento internazionale. Il piano non venne comunque accantonato, ma inserito in una strategia di più ampio respiro. Sulle colline che cingono Gerusalemme, a soli 4,5 km di distanza dal suo confine orientale, sorge su di un’area di circa 55 kmq la più importante colonia nei territori occupati: Ma’ale Adumim. Il suo nucleo originario risale al 1975, quando all’epoca del primo esecutivo guidato da Yitzhak Rabin vi si stanziarono ventitre famiglie. Il momento di svolta per la sua crescita è stato però il 1977, anno in cui venne fatta classificare dal nuovo primo ministro Menahem Begin quale “zona di sviluppo altamente prioritario”, ottenendo così una serie di sovvenzioni edilizie, riduzioni di imposte e prestiti a basso interesse che attirarono nuovi abitanti. Nell’ottobre del 1992, divenendo la prima colonia ad ottenere lo status di città, ha colto l’opportunità di inaugurare un’espansione su vasta scala grazie allo stanziamento dei fondi necessari ad acquisire le terre dei villaggi palestinesi di Abu Dis, El Izriyeh, El Issawiyeh, El Tur e Anata, ed alla successiva espulsione dall’area delle tribù beduine dei Jahalin e dei Sawahareh.

Le alte sfere politiche e militari israeliane hanno compreso il suo potenziale strategico affidando alla nuova municipalità il controllo del cuore pulsante della West Bank. Ma’ale Adumim costituisce, infatti, una vera e propria roccaforte dalla quale controllare quei 250.000 abitanti arabi che costituiscono il 30% della popolazione complessiva di Gerusalemme. Quest’ultima verrebbe circondata su quattro lati da consistenti nuclei abitativi ebraici e, nel caso la barriera di protezione attualmente in costruzione finisse per comprendere l’intera area, anche la parte araba della città sarebbe inglobata definitivamente all’interno dei nuovi confini di Israele. La Palestina non solo perderebbe la sua capitale, ma si troverebbe a dover gestire una Cisgiordania la cui continuità geografica tra Samaria e Giudea risulterebbe gravemente inficiata. Il futuro asse di collegamento tra Ramallah e Betlemme, per evitare il passaggio attraverso la frontiera israeliana, sarebbe costretto a seguire un percorso decisamente tortuoso a forma di semicerchio intorno al gigantesco insediamento, con tutte le ricadute negative del caso in vista sul già precario sistema economico-commerciale palestinese. Allo stesso modo anche la direttrice est-ovest tra Gerico e Gerusalemme finirebbe, per più di metà del suo percorso, sotto la sorveglianza dello Tzahal. Senza il controllo delle arterie di comunicazione tra i suoi centri principali lo Stato palestinese nascerebbe con una grande ipoteca sulla sua indipendenza, che permetterebbe ad Israele di conservare la sua egemonia sulla regione. Ma non è tutto. l’approvazione di due progetti destinati a cambiare il volto dell’area in questione. La superficie complessiva della colonia, infatti, è maggiore di quella della stessa Tel Aviv (circa la metà di quella di Parigi), ma gli insediamenti che la compongono (Ma’ale Adumim, Mishor Adumim, Kfar Adumim e Allon) per il momento coprono solo 3,7 kmq, mentre i residenti attuali ammontano a circa 35 mila. L’Amministrazione dell’edilizia civile lo scorso aprile ha sottoscritto la costruzione nell’area denominata E1 (1300 ettari), che separa l’insediamento dalla capitale, di 3500 unità abitative, un albergo e la sede centrale regionale del distretto di polizia. Così mentre i mass media internazionali avevano l’attenzione puntata sul disimpegno israeliano da Gaza, lontano dalle luci dei riflettori veniva assestato un duro colpo all’autonomia palestinese.

S prospettano concrete probabilità che Israele, se nel prossimo futuro verranno confermate le opzioni politiche dell’amministrazione targata Kadima, sarà disposta a procedere anche allo sgombero degli insediamenti minori della Cisgiordania. Il programma territoriale presentato da Ehud Olmert, delfino di Sharon e suo ex ministro delle Finanze, è chiaro: nessuna concessione verrà fatta al contrario su Ariel (in Samaria), Gush Etzion (a sud di Gerusalemme) ma, soprattutto, su Ma’ale Adumim. Il risultato finale sarebbe l’annessione ad Israele del 18% della West Bank, della valle del Giordano ma, soprattutto, di Gerusalemme.

Gabriele Natalizia
(13 febbraio 2006)

HOME

SEGNALA AD UN AMICO