Roberto Coramusi
ISRAELE - Le lacerazioni del tessuto sociale israeliano
Ariel Sharon va avanti deciso per portare a termine quanto prima il ritiro delle truppe israeliane dalla striscia di Gaza. Anche contro il parere della maggioranza degli iscritti al Likud, il partito conservatore dell’ex-generale, s’intensifica l’attuazione del piano di riposizionamento delle colonie in Cisgiordania. Il trasloco forzato infatti non è teso a limitare gli insediamenti ebraici nei territori palestinesi, ma a ricollocarli in zone, definite dall’intelligence, più difendibili e meno rischiose.
Il prolungato clima di terrore che alberga in Israele da quando è cominciata la nuova intifada ha innescato delle reazioni a catena che si ripercuotono inevitabilmente nella politica interna e nella politica internazionale dello stato ebraico. Il piano di mobilitazione permanente con cui l’esercito della “stella di David” accerchia da anni la popolazione palestinese, sta facendo registrare dei costi dolorosi ed impensati fino a qualche tempo fa.
Il numero delle vittime ed il logorio psicologico dei soldati che presidiano i check point stanno fiaccando le strenue convinzioni della famiglia israeliana media, ormai poco incline a veder partire per il fronte i propri figli. Il ministero della difesa e lo stato maggiore dell’esercito chiedono di continuo al governo sempre più riservisti perché il morale delle truppe nei territori è in caduta libera. Quello che più fa male in Israele è che, pur mantenendo una pressione militare costante ed aggressiva verso i palestinesi, la piaga degli attentati kamikaze non è stata debellata anzi, rischia di ritorcersi in maniera molto violenta contro le proprie avanguardie: i soldati ed i coloni.
Si va poi incrinando una delle grandi certezze della società israeliana fondata sul benessere diffuso, visto che si sta allargando la fascia di chi non riesce ad arrivare a fine mese. Il campanello d’allarme è suonato con lo sciopero generale di 48 ore nel servizio pubblico, indetto alla vigilia dello Yom Kippur, che ha letteralmente paralizzato il paese. L’inaspettata solidarietà dei lavoratori del settore bancario ha acuito una ferita che ancora oggi alcuni ministri si rifiutano di accettare. “In Israele non si muore di fame. In Israele ha fame solo chi sta a dieta!”, così ha tuonato il ministro dell’interno Avraham Poraz.
Sotto accusa è finita la politica di tagli al welfare adottata dal ministro delle finanze Benyamin Netanyahu che, per reperire fondi in nome della sicurezza, riduce i sussidi ai disoccupati, alle madri single e all’infanzia. Aprire gli occhi su una realtà tanto cruda (gli ultimi dati riportano il tasso di disoccupazione all’11%) vorrebbe mettere in discussione più di una decisione del governo emergenziale di Sharon, andando ad intaccare la base stessa della società israeliana. Facendo registrare un aumento ingente dei furti tra la popolazione povera, Gerusalemme è l’esempio lampante di questo malcontento. Ma anche dal Negev e da Beer Sheva l’opposizione monta e non è più silenziosa. La protesta di Vicky Knafo, una mamma single, che un anno fa ha piantato una tenda sotto gli uffici di Netanyahu dopo una marcia di 200 chilometri, non sarà difficilmente dimenticata.
Nel più breve tempo possibile Ariel Sharon ed il governo israeliano dovranno capire bene l’incidenza di queste larghe sacche d’insoddisfazione. Perché solo così Israele potrà rimanere unito, proprio oggi che si iniziano a palesare delle crepe dolorose all’interno del suo solido tessuto sociale.
(25 ottobre 2004)