SIRIA - Damasco prova ad uscire dall’isolamento

Questa prima decade del 2005 ha riproposto la contrapposizione tra Stati Arabi moderati, gli Usa e quelle forze che fanno da corollario a chi risulta refrattario al dialogo. In prima fila, tra chi vorrebbe una soluzione moderata ai tanti problemi riguardanti il Medi Oriente vi è proprio quella Siria, divisa, incerta e pressata dall'America di Bush, che continua a non vederla di buon occhio. A minacciare di riaccendere il candelotto delle possibili sanzioni economiche è la possibile vendita da parte della Russia a Damasco di missili Iskander-E o Ss-26, dotati di una gittata di 280 chilometri. Queste armi sono una versione migliorata degli Ss-22, meglio conosciuti come Scud, utilizzati dall'Iraq contro Israele durante la prima guerra del Golfo.

La possibile vendita di queste armi, che coincide con l'imminente visita di Stato del presidente siriano Bashar al Assad a Mosca, ha ovviamente allarmato tanto Israele quanto il Pentagono. A questo proposito si debbono registrare le dichiarazioni nettamente contrastanti da parte di Israele e Russia. Nella giornata di ieri la radio pubblica israeliana ha dichiarato che le relazioni russo-israeliane attraversavano "una grave crisi", un modo per far comprendere al Cremlino che a Tel Aviv la preventivata vendita di missili alla Siria rischia di compromettere il processo distensivo con Damasco. Dalla parte opposta della barricata la Russia ha commentato laconicamente "di non constatare nessun segno di deterioramento delle relazioni con Israele". Risposta che può essere interpretata come una decisione da parte russa di non accettare condizionamenti da nessuno. Putin, prosegue pertanto la propria politica dettata dalla necessità di non abdicare al ruolo di grande potenza. Vi sono in gioco il prestigio di quella che sino a qualche anno fa era una temibile forza militare e il desiderio di consolidare alleanze sul fronte Mediorientale. Ambizioni e strategie che rischiano però di innescare ulteriori tensioni con gli Stati Uniti.

Proprio ieri gli americani hanno ammonito la Russia a non vendere missili alla Siria, ricordando che una eventuale fornitura di armi potrebbe essere causa di sanzioni. Con toni tali da non ammettere repliche Washington, tramite il portavoce del dipartimento di Stato Richard Boucher, ha affermato che "la legge americana prevede potenziali sanzioni e che queste dovrebbero essere esaminate se tale vendita dovesse avere luogo". L'atteggiamento deciso degli Usa è stato confermato da quanto dichiarato dal segretario di Stato Colin Powell pochi giorni fa durante un colloquio con il ministro russo della Difesa, Sergei Ivanov. Il Segretario di Stato uscente tra l'altro ha ricordato la posizione della Casa Bianca sulla questione della proliferazione. Gli americani hanno inoltre sottolineato come "i russi sono al corrente della nostra politica e della nostra legge". Come reagirà Putin? Quali saranno le reazioni di Damasco? Nel complesso tutto sembra legato all'elezione di Abu Mazen nella misura in cui quest'ultimo riuscirà ad isolare gli irriducibili. Il gioco della diplomazia in queste ore sta portando ad un cauto ottimismo. Il presidente siriano Bashar al Assad, attualmente costretto a divincolarsi tra la sua ricerca del dialogo con Usa ed Israele e le forti componenti estremiste che non gli rendono la vita facile, ha sottolineato l'importanza di capire il concetto ed il fenomeno legato al terrorismo. Ieri, nel corso di un suo incontro con il ministro degli Esteri italiano Gianfranco Fini, Assad ha osservato che non è sufficiente l'uso della forza militare per sconfiggere il terrorismo. A questo proposito ha ribadito l'importanza che la Siria attribuisce all'unità e all'indipendenza dell’Iraq, unite ad un ritorno del paese arabo alla normalità. Speranze, quelle di Assad che hanno subito una vera doccia fredda dopo quanto è accaduto con l'attacco al valico di Karni, dove sono stati uccisi cinque soldati israeliani, con le successive triplici rivendicazioni da parte di gruppi contrari al dialogo.

I prossimi mesi saranno decisivi per lo sviluppo della politica siriana. Sembra infatti che le nazioni occidentali siano disposte a dare credito politico a Damasco solo se sarà in grado di uscire da quella che in molti definiscono "ambiguità sul terrorismo". Su questo tema è stato molto esplicito Fini nel corso della sua visita a Damasco. "Nel momento in cui ci si tende la mano, è bene che quella mano sia disarmata", ha rilevato il nostro ministro degli Esteri. Un percorso obbligato per abbattere quel muro di diffidenza che la contrappone agli Stati Uniti. Se Damasco riuscisse a convincere Washington a revocare l'embargo questa sarebbe una grande vittoria per tutte le fazioni moderate che si muovono nel paese. Prospettiva non facile anche a causa del pessimismo che tuttora aleggia negli Usa in relazione alla normalizzazione dell'Iraq.

Pierandrea Saccardo
(15 gennaio 2005)

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