IRAQ - L’esempio del Kurdistan perde credibilità

L’intervista fatta a due alti esponenti della politica curda, nel programma Inside Iraq, mandato in onda da Al Jazeera il 12 gennaio scorso, è l’ennesima prova di una situazione che sta divenendo sempre più scottante. Nel dibattito sono intervenuti animatamente Fereydun Hilmi, esperto di politica curda e Fored Hussein, portavoce del governo Barzani: l’accusa principale lanciata da Hilmi è relativa alla cattiva gestione dei proventi degli investimenti esteri nel paese. In particolare vengono citati 7 miliardi di dollari, del programma Oil for Food (1995), che evidenziano la cronica inefficienza amministrativa della burocrazia curda (per comprenderne l’entità basti osservare che il Kurdistan ha raggiunto l’anno scorso un bilancio di 6 miliardi di dollari in attivo). In relazione a questa, emerge un’altra sconcertante realtà: i due maggiori clan del paese, i Barzani e i Talabani, hanno creato una fitta rete di parentele tra le maglie della burocrazia, tanto da far ipotizzare una diffusa corruzione almeno per quanto riguarda il sistema delle nomine alle cariche pubbliche.

La questione forse susciterà scalpore agli occhi dei molti che in questi anni hanno creduto alla “favola curda” come esempio per il resto della società irachena. L’accusa generale che sta alla base del lavoro di molti giornali indipendenti, diventati così “scomodi” al governo curdo, è quella di corruzione. Il problema viene minimizzato da tempo dallo stesso Krg (presieduto da Masoud Balzani, nella foto) ma andrebbe altresì analizzato più attentamente insieme a quello forse più spigoloso dell’informazione. Da mesi ormai si accusano senza mezzi termini il ruolo e gli atteggiamenti sempre più dittatoriali che il governo sta imprimendo sulla regione. Atti antidemocratici come l’approvazione parlamentare, nella prima metà del dicembre scorso, di una proposta di legge piuttosto ambigua come quella sulla censura contro atti di terrorismo per chi danneggia l’immagine del governo, sono una reale minaccia per la democrazia in Kurdistan. Nel marzo del 2006, le autorità avevano condannato a 18 mesi di carcere il giornalista curdo Kamal Sayid Qadir, proprio per aver criticato Balzani, la condanna gli è stata successivamente revocata grazie alle pressione internazionale sulla vicenda. Il presidente Barzani, cui spettava la ratifica della proposta di legge, si è impegnato a rimandarla in parlamento per una modifica ma la sostanza non cambierà di molto.

L’accaduto getta nuova luce su quello che sta avvenendo all’interno del paese. Ad oggi non esiste una democrazia vera e propria ma il governo regionale curdo (Krg) viene retto da una fragile alleanza tra Puk e Kdp, che va a formare quello che assomiglia più ad un governo di coalizione eletto effettivamente solo dai rispettivi partiti, aiutati dalle lobby straniere, che ad una vera e propria democrazia parlamentare scelta a suffragio universale. Manca del tutto un vero e proprio sistema giudiziario che vigili sulle questioni di carattere economico e finanziario operate dal governo come sugli appalti pubblici, dove ormai la maggioranza di chi non si fa scrupoli cerca facili guadagni illeciti. A condividere questa versione, in un’intervista fatta dalla giornalista della Bbc Kate Clark, c’è un ex ufficiale della guerriglia curda peshmerga, Ari Harsin, ora collaboratore del giornale Awene: egli sottolinea come il governo somigli ad una “mafia di stato”, dove solo le elite partecipano al processo e ai benefici del risanamento economico dovuto ai proventi del petrolio. Dall’altra parte c’è chi, tra le fila del Krg, cerca di far spostare l’ago della bilancia sui notevoli miglioramenti del paese in campo economico e sociale; tra questi c’è il capo del dipartimento per gli affari esteri, Falah Mustafa Bakir, che sostiene la politica attuale nel paese, seppur ammettendo l’esistenza di qualche difficoltà. Forse non si tratta solo di piccole difficoltà quando si riscontrano ancora problemi risalenti a più di dieci anni fa, come quello della scarsa copertura della rete elettrica in molti centri urbani o della totale mancanza di una rete idrica efficiente che fanno ipotizzare una mala gestione dei fondi. La città di Sulaimaniya, una delle più grandi della regione, ha una fornitura energetica ad oggi poco sufficiente ad affrontare le 24 ore, ed è proprio l’alleanza tra questi due partiti a creare questo status quo, formato da accordi e manovre poco chiare. C’è da sottolineare inoltre come proprio questa alleanza in Kurdistan sia stata storicamente costellata da alti e bassi: in molti casi si è passato ad un vero e proprio scontro armato, come nella prima metà degli anni ’90, quando fu causato indirettamente da un aiuto finanziato dal governo americano, teso come rimedio all’embargo economico imposto da Saddam. Il problema su chi avesse dovuto gestire questi proventi fu il casus belli di molti scontri ma con la successiva costituzione di un fronte unito nel combattere Saddam Hussein, grazie agli accordi di Washington del 1998, i due partiti misero da parte le loro divergenze. Paradossalmente, dopo la caduta del regime baathista nel 2003 i due partiti, storicamente leader nel paese, sono tornati nuovamente ai ferri corti e questo sempre per via di questioni economiche, come la legge sul petrolio iracheno, che non riesce a concretizzarsi, per via dei troppi interessi personali sulla questione tra le alte sfere dell’amministrazione irachena e del Krg.

Oggi, in quei luoghi dove fino a poco tempo fa si respirava l’odore dei villaggi bruciati ed era abituale il rumore costante degli aerei della coalizione Usa-Uk che solcavano i cieli della no fly zone, ora è il momento della rinascita, una irrinunciabile occasione per il popolo curdo di risalire la china da un passato travagliato ma che non bisogna dimenticare. Questo è lo slogan del movimento intellettuale curdo, che ha preso netta distanza dall’attuale governo e fa presa sul malcontento della gente per porre un rimedio efficace alla vicenda e poter così presentare la propria “vetrina al mondo”.

Luca Bellusci
(29 febbraio 2008)

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