Marco Giuli
IRAN - Verso una partnership strategica con il Cremlino
In occasione del vertice dei paesi dell’area caspica tenuto a Teheran il 16 ottobre scorso, molti media hanno parlato della nascita di una vera e propria partnership strategica o alleanza fra Russia e Iran. La questione nucleare, su cui era puntata l’attenzione della grande stampa internazionale, non ha subito particolari evoluzioni. La Russia continuerà a procedere, attraverso ZarubežAtomEnergoStroj e AtomStrojEksport, alla costruzione del reattore Vver-1000 di Bushehr. L’Iran sembra piuttosto preoccupato dai continui rallentamenti dei lavori da parte dei russi, che utilizzando il pretesto dei ritardi nei pagamenti accelerano o rallentano i ritmi in base a considerazioni politiche. I lavori costituiscono per Mosca un eccellente regolatore del livello di tensione con gli Stati Uniti, da utilizzare a piacimento per giocare su ogni tavolo, dalla questione dello status del Kosovo all’installazione di missili intercettori in Europa Orientale. Il vertice sembra aver tuttavia tranquillizzato gli iraniani, dato che Putin ha voluto portare con sé oltre al ministro degli esteri Lavrov anche il direttore di RosAtom Sergej Kirenko.
Non è stata la cooperazione sul nucleare a dominare il vertice, bensì la cooperazione in materia di sicurezza regionale. Data la crescente instabilità nell’area derivante dalla persistente incertezza sul futuro dell’Iraq e dalle minacce americane all’Iran, Mosca e Teheran hanno individuato in tale tema un terreno di dialogo decisamente fertile. Ahmadinejad è riuscito a ottenere dagli altri stati rivieraschi che nessuno di loro concederà il proprio territorio o il proprio spazio aereo a potenze terze che decidano di attaccare qualcuno dei firmatari. Il riferimento alla recrudescenza delle minacce americane è più che evidente, così come è evidente la regia russa: dopo aver faticosamente riottenuto la fedeltà delle ex repubbliche sovietiche centroasiatiche, Mosca intende ribadire che non desidera vedere minacciati i suoi interessi nell’area.
Tuttavia la prudenza non è mai troppa, e l’evidenza empirica dimostra che la Russia ritiene l’ipotesi di un attacco contro l’Iran più che plausibile. Ciò è confermato dal fatto che Mosca non auspica affatto lo sviluppo di un arsenale nucleare iraniano – che sarebbe prevenuto da un first strike americano o israeliano – bensì il miglioramento delle forze convenzionali di Teheran, al fine di costituire un credibile deterrente qualora gli Usa volessero procedere da un’invasione finalizzata al regime change, come nel caso iracheno. In questa prospettiva va dunque letta la fornitura di reattori Cernyšev 50-Rd33 per 150 milioni di dollari, destinati ad equipaggiare i caccia iraniani Azarakhsh, e della componentistica per radar Topaz N-019 Me Fazotron. Inoltre il governo iraniano aveva già siglato con RosOboronEksport, il monopolio statale russo sull’export di armamenti, un contratto per la fornitura di 29 batterie lanciamissili Tor-M1 da destinare alla contraerea.
Ma più che la vendita di armi sembra il settore energetico il vero catalizzatore della cooperazione russo-iraniana in materia di sicurezza. L’Iran subisce oggi un assedio finanziario e tecnologico da parte degli Usa con cui Bush ritiene di portare al collasso il regime dei pasdaran prima che esso riesca a riorganizzare il settore degli idrocarburi, in particolare nei punti della catena del valore in cui il paese sembra più debole: raffinazione e trasporto. La necessità di dotarsi del nucleare a scopo civile sembra curiosa per un paese che dispone del 10% delle riserve petrolifere mondiali (137 miliardi di barili) e di riserve di gas per 28000 miliardi di metri cubi. Eppure la produzione di petrolio non supera da anni i 4 milioni di barili/giorno con un declino del 6% annuo. Il regime sa bene che la carenza di investimenti rischia di avere conseguenze drammatiche, dato che il paese è in grado di resistere per circa due anni grazie solo ad un ingente quantitativo di riserve in valuta estera, ma le sanzioni americane stanno rendendo deserti i tender lanciati da Teheran. Il quadro della situazione si completa con la paradossale insostenibilità dei consumi interni, incoraggiata da una politica di sussidi ai consumi di benzina che ha l’unico risultato di favorire il contrabbando di prodotti raffinati verso i paesi confinanti e di dover ricorrere ogni giorno all’importazione di 30 milioni di litri di carburante che drenano la rendita da esportazione. Non va meglio per quanto riguarda il gas, che nonostante gli immensi giacimenti al momento viene impiegato principalmente per ripressurizzare i pozzi petroliferi.
Proprio in queste inefficienze risiedono le ragioni della cooperazione energetica fra Russia e Iran. Finora la Russia ha investito soprattutto nel miglioramento delle capacità di raffinazione della Repubblica Islamica attraverso il gruppo Itera. Il progetto più ambizioso è però quello di Gazprom, un gasdotto da 2775 km che dal campo iraniano di Assaluyeh raggiungerebbe l’India attraversando il Pakistan. Il progetto è stato annunciato nel 2006 e l’obiettivo è ultimare la costruzione entro il 2010. Secondo le stime russe fra il 2010 e il 2015 potrebbero passare per il corridoio 35 miliardi di metri cubi annui di gas, che diventerebbero 70 dopo il 2015. secondo Igor Tomberg dell’Accademia Russa delle Scienze la realizzazione di tale gasdotto sarebbe per Mosca un vero colpo da maestro: la Russia ha interesse ad assecondare il riorientamento verso est della politica energetica iraniana. Data la fame di know how Teheran ha sempre cercato di collaborare con l’Europa, che vedeva nell’Iran una concreta opportunità di diversificazione nelle forniture di gas rispetto alla tenaglia russo-algerina. Non è un caso che le major maggiormente coinvolte nel paese fossero Shell e Total, tuttavia le evoluzioni politiche hanno indebolito queste prospettive. Quello che la Russia otterrebbe dal nuovo gasdotto è l’eliminazione di un concorrente potenziale sul mercato europeo e un massiccio ingresso di Gazprom nel secondo forziere mondiale del gas naturale. Ahmadinejad sembra avere piuttosto fretta e insiste con Mosca affinchè sorga un vero e proprio cartello multilaterale del gas, guidato proprio dai due paesi che da soli detengono il 43% delle riserve planetarie. La Russia, data la sua posizione di forza, continua a preferire le intese bilaterali auspicando la nascita di due sottosistemi di controllo delle forniture: Russia-Algeria per l’Europa e Russia-Iran per l’Asia.
Appare ancora piuttosto affrettato leggere l’intensificazione della cooperazione fra Russia e Iran come espressione di una strategia di ampio respiro. Secondo la dottrina geopolitica neoeurasista, la Russia dovrebbe elaborare un progetto di riorganizzazione continentale per la quale il rapporto con Teheran è fondamentale, sia per la stabilizzazione degli assetti politico-religiosi in Asia Centrale che per garantire l’accesso russo alle acque temperate del Golfo Persico. Nella pratica, tuttavia, una relazione così sbilanciata e dettata da considerazioni realiste derivanti dall’esistenza di una comune minaccia rappresentata dagli Usa non basta per essere considerata una vera e propria grand strategy.
(11 dicembre 2007)