IRAN - Quando il petrolio non basta

Il Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran si trova a fronteggiare una difficile equazione: da un lato mantenere le sue promesse di miglioramento sociale per ampi strati della popolazione e dall’altro fronteggiare la complessa situazione dell’economia iraniana basata sulla rendita petrolifera. L’aumento da 800 a 1000 rials del prezzo della benzina al litro, ovvero da 9 a 11 centesimi di dollaro, e l’annuncio - in precedenza più volte rinviato - del paventato piano di razionamento ha scatenato violenze e assalti contro le stazioni di benzina. Le conseguenze dell’annuncio fatto a fine giugno (per i singoli cittadini la quota è stata fissata in 100 litri/mese) erano state messe in preventivo dai responsabili politici di Teheran, ma di certo non gettano una buona luce su Mahmoud Ahmadinejad, che ha vinto le elezioni del 2005 presentandosi come sostenitore delle istanze dei più poveri e meno fortunati iraniani, ed inneggiando slogan come “far arrivare i proventi del petrolio sulla tavole della gente povera”. Anche i prezzi di molti generi alimentari e delle abitazioni sono saliti negli ultimi sei mesi.

È una fase politica che vede un neopresidente in vistosa difficoltà. Questo non ha appoggiato ma, nemmeno potuto ostacolare, il varo del piano di razionamento, che partirà da marzo dell’anno prossimo, dettato da una situazione molto critica del bilancio statale, soprattutto se analizzata in prospettiva futura. Difficoltà interne che ora si sommano a quelle nei rapporti internazionali, scatenate dalla pressione di Washington e dai primi assaggi delle sanzioni decise in sede di Consiglio di Sicurezza Onu, causate dall’avvio del contrastato programma sull’energia atomica di Teheran. Il paese, inoltre, vive una notevole contraddizione: pur possedendo l’11 per cento delle riserve mondiali di petrolio e il 15 per cento di quelle di gas naturale, a causa della obsolescenza delle strutture estrattive (rimaste in pratica ferme agli anni Settanta) e della ridotta capacità degli impianti di raffinazione, si trova a reimportare il 40% del proprio petrolio raffinato per immetterlo nuovamente nelle rete distributiva nazionale. Necessità causata dai fortissimi consumi interni, tra l’altro in crescita esponenziale negli ultimi cinque anni. Da tempo il gas naturale viene pompato nei pozzi esistenti per migliorarne lo sfruttamento, ma è pur sempre una misura transitoria e comunque dispendiosa.

Rispetto agli altri paesi del Golfo, per l’Iran la rendita petrolifera, nonostante il rally del prezzo al barile, non è così proficua: da un lato il 70% delle entrate di Teheran deriva dagli idrocarburi, dall’altro ben il 38% di queste sparisce nel pozzo senza fondo del sussidio al prezzo “politico” del carburante. Inevitabilmente pesano sull’industria degli idrocarburi iraniana i mancati investimenti da parte delle major petrolifere internazionali bloccate, a vario titolo, dalle pressioni statunitensi. Come il recente caso della Japan’s Inpex Corp che aveva sottoscritto un’accordo con la National Iranian Oil Co. per lo sfruttamento dei ricchissimi giacimenti di Azadegan, vicini al confine con l’Iraq, stimati in 26 milioni di barili. L’azienda giapponese ha rinunciato alla maggioranza azionaria della partecipazione riducendo la propria presenza al 10%. La Inpex ha addotto come motivazione l’insicurezza causata dalla presenza di mine lungo lo Shatt al-Arab, conseguenza della lunga guerra tra i due paesi, ma, in realtà, il vero motivo potrebbe essere la tensione derivante dalla questione del programma sull’atomica di Teheran. Le gare indette per lo sfruttamento dei nuovi giacimenti vanno quasi deserte, anche perché l’ambiguo regime giuridico dei contratti si presta da par suo a scoraggiare l’investitore straniero. È quindi un fatto senza precedenti che oltre sessanta economisti del paese abbiano scritto ad Ahmadinejad per segnalare queste gravi disfunzioni nel governo dell’economia nazionale.

Secondo molti analisti del settore, si prevede che, nel caso non venga drasticamente invertito il trend dei consumi interni di benzina e aumentata l’estrazione di petrolio, entro il 2014/2015 Teheran potrebbe non avere più petrolio da destinare all’export. Come dichiarato dallo stesso ministro per l’industria degli idrocarburi, Kazem Vaziri-Hamanch, servono almeno 15 miliardi di dollari di investimenti nel settore estrattivo. Ed in questa partita gioca un ruolo importante il programma sul nucleare, il quale oltre a dotare di un peso geopolitico diverso l’arsenale bellico iraniano, prevede nello specifico di ottenere a regime (stimato sui venti anni) una capacità erogativa pari a 7000 megawatt, così da costituire una solida fonte alternativa per soddisfare i consumi elettrici degli oltre settanta milioni di iraniani.

Anche il contesto sociale mostra evidenti segni di crisi. Il potere d’acquisto viene eroso da un’inflazione che ufficialmente è al 14%, ma nella realtà risulta almeno doppia, mentre la disoccupazione (come noto moltissimi elettori del presidente si trovano in questo strato sociale) è salita intorno al 30%. Il brain drain è in ulteriore aumento negli ultimi anni: secondo la Banca Mondiale sono oramai 150mila le persone che ogni anno lasciano il paese, principalmente per cercare un buon posto di lavoro, con un “costo” stimato in almeno 35 miliardi dollari. La fuga di cervelli fa sì che negli Stati Uniti vi siano docenti iraniani in numero triplo di quelli che insegnano nelle università iraniane. Alla luce di tutto ciò è convinzione di tutta la dirigenza politica, tanto quella conservatrice quanto quella riformista, che sia il momento di affrontare una volta per tutte la delicatissima questione dei costi dei consumi energetici interni, un sussidio insostenibile che raggiunge i 20 miliardi di dollari l’anno, ed in cui il programma sull’energia atomica è sicuramente strategico per la diversificazione delle fonti. Ahmadinejad sta cercando di compiere questa scelta tecnico-economica rinviata invece dalla dirigenza precedente (Rafsanjani-Khatami). Tra i nuovi provvedimenti ventilati dagli Stati Uniti vi sono quelli che impatterebbero sulle grandi banche commerciali, danneggiando sicuramente l’economia iraniana e, soprattutto, quella parte della base elettorale del presidente che comprende i potenti Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, i quali controllano tutto l’apparato militar-industriale e sono coinvolti nei progetti di sviluppo dell’industria petrolifera. Forte timore suscita, anche tra la dirigenza più fedele al presidente, la legge bi-partisan proposta dal Congresso americano che impedirebbe l’accesso all’Iran alle importazioni di petrolio raffinato. Sarebbe un colpo durissimo a cui Teheran sta cercando di far fronte con accordi come quello recentissimo con il Venezuela di Hugo Chavez. La sfida che attende i conservatori al potere, da una parte, è cercare di conciliare il risanamento del bilancio statale, dall’altra, scegliere un nuovo programma da proporre ai propri elettori per cercare di vincere sia le elezioni parlamentari del 2008 che quelle presidenziali del 2009.

Marco Leofrigio
(14 settembre 2007)

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