Marco Cochi
IRAN - Teheran canta vittoria
L'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), alla fine di novembre ha adottato una posizione morbida sul programma nucleare di Teheran permettendo all'Iran di evitare il deferimento al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Dopo la decisione dell'agenzia di Vienna, che ha certificato la sospensione del programma di arricchimento dell'uranio, il regime degli ayatollah si è vantato di "aver fatto piangere gli americani" e di "aver dimostrato di essere capace di isolare gli Stati Uniti nell'ambito di un'istituzione internazionale", come ha detto il rappresentante iraniano all'Aiea, Hassan Rowhani. Nel continuo altalenare di posizioni, Teheran ha ripetutamente avvertito che non ha intenzione di abbandonare la ricerca sul nucleare. Per questa ragione non ha rinunciato al processo di produzione di combustibile nucleare e non intende rinunciarvi neanche in futuro. Per di più la sospensione del programma nucleare non è a tempo indeterminato. Stando a quanto riferito dallo stesso Rowhani sarà solo per il tempo necessario per i negoziati con gli europei, comunque per un periodo ragionevole e non troppo lungo. Si tratterebbe quindi di un’interruzione di mesi, non di anni.
Gli Stati Uniti, sostenuti anche da simili dichiarazioni, non abbandonano la tradizionale diffidenza verso il regime degli ayatollah. Alcuni esperti ritengono che il quantitativo di uranio arricchito che nei mesi scorsi l'Iran ha ammesso di lavorare è sufficiente per la fabbricazione di quattro ordigni nucleari. Uno dei più attenti osservatori agli sviluppi del programma nucleare iraniano, Robert Einhorn, consigliere del Center for Strategic and International Studies ed ex assistente del segretario di stato americano per la non-proliferazione, sostiene da tempo che il problema principale è che Teheran ha finora ricevuto messaggi poco chiari e perciò pensa di “poter prendersi la torta e mangiarsela pure”. Gli ispettori dell’Aiea sono molto scettici sulle intenzioni dell’Iran - spiega Einhorn - però ai livelli alti si fa molta attenzione a non spingere la teocrazia dei mullah a sbattere la porta. Allora, si avvolgono i discorsi in uno strato di zucchero che induce gli iraniani a recepire messaggi sbagliati”. Lo stesso discorso vale, secondo altri esperti, per la quasi totale mancanza di reazioni energiche a quanto avvenuto in Iran durante le elezioni dello scorso febbraio, quando organi non-eletti oltranzisti eliminarono tutti i candidati riformisti. Si è arrivati alla prossimità del punto di non ritorno, che, secondo Einhorn, arriverà tra i sei e i diciotto mesi. Gli stessi osservatori, hanno anche ventilato l’ipotesi che l'Iran abbia realizzato un complesso dove condurre test nucleari e ha accusato l'Aiea di tacere sulle sue preoccupazioni a riguardo. Sarebbe stato proprio un membro di spicco della delegazione americana nel consiglio dei governatori dell'Aiea a lanciare l'allarme. Il funzionario ha espresso i timori degli Stati Uniti sul complesso Parchin, a sudest della capitale. Ci sarebbe il fondato sospetto che il sito venga utilizzato per testare potenti esplosivi. Gli americani hanno criticato l’operato del direttore generale dell’Aiea, Mohamed El Baradei, accusato di omettere una menzione specifica a riguardo nel rapporto sullo stato delle attività nucleari del paese. Nel frattempo, i legati statunitensi continuano ad esercitare forti pressioni sul Palazzo di vetro, al fine di imporre sanzioni all'Iran ed il Congresso prepara una risoluzione bipartisan e bicamerale per autorizzare l’uso di “tutte le misure necessarie” per impedire che gli ayatollah diventino nucleari. Una risoluzione di questo tipo è stata già approvata con soli tre voti contrari su 379.
Ma a Washington si sono levate anche voci a favore di un approccio soft con l’Iran. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale durante la presidenza Carter, Zbigniew Brzezinski, che vanta una lunga esperienza con l’Iran, ne è un convinto sostenitore. Secondo Brzezinski l’amministrazione in carica dovrebbe accodarsi all’Unione Europea e permettere a Teheran di acquistare uranio arricchito a prezzi di mercato. Ci penseranno poi gli ispettori a far sì che i mullah rispettino le regole fornendo così una prova di trasparenza che finora non c’è mai stata. A Washington comunque permangono i timori che se la Repubblica islamica dovesse andare avanti col suo programma nucleare gli effetti potrebbero essere drammatici: materiale atomico nelle mani di un regime radicale, che ha legami con gruppi estremisti, col rischio di rivoluzionare l'intero Medio Oriente.
La possibilità che, dopo l'Iraq, l’amministrazione Bush si prepari a un nuovo scontro con l’Iran è così concreta che l'Atlantic Monthly ha messo in piedi una seduta di "giochi di guerra", una simulazione in piena regola del conflitto. Un gruppo di esperti militari e dei servizi segreti si è riunito per tre ore in una stanza con l'obiettivo di trovare la strategia migliore da consigliare al presidente degli Stati Uniti se dovesse fallire ogni via diplomatica. Nella simulazione l'Iran respinge ogni trattativa e l'intervento armato diventa inevitabile. Ma la situazione è molto più delicata rispetto all'Iraq, perché l'Iran è militarmente più potente, ha un governo riconosciuto a livello internazionale, la sua superficie è quattro volte superiore a quella irachena ed è in grado di controllare un'eventuale resistenza sciita anche fuori dai suoi confini. Inoltre non avrebbe nulla da perdere a rispondere all'attacco di truppe americane, peraltro assolutamente inadeguate a tale nuovo teatro operativo. Uno scenario aggravato dall’assoluta carenza che l’intelligence statunitense ha accumulato in vista di fomentare possibili colpi di Stato. Un nuovo intervento militare americano, questa volta contro il regime dei mullah iraniani, sarebbe un gravissimo errore ed è per questo che alle fine della simulazione gli esperti hanno individuato una strategia molto chiara: è meglio fare in modo che la diplomazia funzioni.
(5 dicembre 2004)