Pierandrea Saccardo
IRAQ - Elezioni, ma la pace è un'altra cosa
Tutto bene ciò che finisce bene. L'arcivescovo siro-cattolico di Mosul, monsignor Basilios Georges Casmoussa, dopo aver trascorso meno di 24 ore nelle mani dei rapitori, è ritornato a casa dissipando gli incubi e le paure che avevano scosso l'opinione pubblica dopo il suo sequestro. In questo momento è azzardato avanzare un'ipotesi sui moventi o le ragioni per cui il prelato sia stato rapito, ammesso che ve ne siano. Nella girandola di ipotesi, commenti e giudizi sollevati in merito a questa vicenda, merita attenzione quanto sostenuto da monsignor Emmanuel Delly, patriarca cattolico caldeo di Baghdad, le cui affermazioni tendono ad escludere la matrice anticristiana del rapimento. Certamente, monsignor Delly ne sa più di noi, ma il dubbio, ci sia consentito, rimane. In pratica, non si può escludere che il monsignore sia stato sospinto, nelle sue dichiarazioni rassicuranti, dalla volontà di non inasprire ulteriormente i rapporti tra la chiesa e le bande armate, fazioni intente a scorazzare nell'Iraq insanguinato, senza tenere in nessun conto l'aspetto politico derivante dalle imminenti elezioni. Azzardiamo questa ipotesi perché, proprio il monsignore, nel corso di un'intervista ha dichiarato: "Il vero problema è che l'Iraq si trova nel caos: dobbiamo pregare - e lo chiediamo anche a voi - affinché nel nostro martoriato Paese vi sia pace".
Pregare per la pace perché l'Iraq è nel caos, una dichiarazione sintomatica del disagio di un paese in cui, a distanza di due anni dalla caduta di Saddam, non comandano gli sciiti o i sunniti, ma regna il caos più totale. Il rapimento di monsignor Casmoussa ha finito per strappare il velo delle tante bugie, delle promesse, coartate a fine propagandistico, di un equazione tra elezioni in Iraq e ritiro delle truppe occidentali. Lo scorso ottobre, al "Congresso mondiale dei giornalisti cattolici" tenutosi a Bangkok, in Thailandia, parlando dell'Iraq monsignor Casmoussa aveva affermato: "Un'infinità di emittenti arabe hanno un folto pubblico in Iraq e, disponendo di notevoli mezzi finanziari, hanno in alcuni casi una linea editoriale marcatamente islamica. Non a caso il commercio più fiorente nella settimana successiva alla caduta di Saddam fu quello delle parabole satellitari. Canali che in certi casi hanno avvicinato, ma in altri hanno dato luogo a una cacofonia discordante: una vera Torre di Babele in cui è difficile capire la lingua del proprio vicino". Parole, quelle del monsignore, che fanno intendere come da un lato l'intervento della coalizione occidentale abbia aiutato gli iracheni a liberarsi di un satrapo di nome Saddam, dall'altro abbia contribuito a scatenare una reazione a catena quasi simile alla bomba atomica ideata da Oppenheimer. Non si tratta di fare dell'allarmismo pret a porter, ad uso e consumo dei lettori, ma non è casuale che il conflitto iracheno abbia coinciso con l'accresciuto programma atomico dell'Iran, oltre che con il conseguente aumento degli stati canaglia trascritti sul fondo nero della lavagna americana. Dunque, i segnali sul futuro dell'Iraq non sono davvero incoraggianti, nonostante i buoni propositi del premier provvisorio iracheno Ayad Allawi che, nel corso di una conferenza stampa, ha dichiarato che se il 30 gennaio sarà riconfermato come guida del governo farà della sicurezza la sua massima priorità politica.
Allawi emerge, pertanto, come un politico equilibrato e lungimirante condizionato, purtroppo, da lotte intestine che potrebbero divenire incontrollabili. Ne è convinto Thomas Friedman, columnist del New York Times che, in un suo recente articolo ha scritto: "Qualche regola per capire il Medio Oriente. Uno: mai fidarsi delle tregue se si vuole uscire da Gaza e/o dall'Iraq; tanto non durano 24 ore. Due: vanno prese sul serio solo le dichiarazioni fatte in pubblico, in arabo o in ebraico; tutto quello detto in inglese non conta. E soprattutto, tre: nella politica mediorientale non c'è un "giusto mezzo". Quando una funzione è debole, pensa: "Come posso accettare un compromesso?", ma non appena recupera forze, si chiede: "perché dovrei accettare un compromesso?". Le opinioni di Friedman hanno spinto molti americani a pensare che, forse, se Bush si fosse fidato dei giornalisti, oggi non si troverebbe costretto a minacciare la Siria e l'Iran a giorni alterni. A quanto sembra i responsabili della carta stampata hanno dimostrato d'essere più competenti dei militari e dei consiglieri politici del presidente. Alla luce di questo stato d'animo generale cresce il dubbio sulla possibilità che le prossime elezioni possano davvero pacificare il paese.
(20 gennaio 2005)