TURCHIA - Diritti umani e ambizioni europee

L’ingresso della Turchia all’interno dell’Unione Europea terrà sicuramente banco nell’agenda di Bruxelles dei prossimi mesi. Questione che sistematicamente torna d’attualità, sia per le costanti pressioni di Ankara sulla faccenda, col governo turco che vede nella Ue l’unico sbocco possibile per la crescita sociale e soprattutto economica del paese, sia per le numerose ed insistite perplessità degli stati membri che, pur riflettendo a più riprese sull’allargamento ad Est, non riescono a voltare la testa rispetto alle contraddizioni e alle violazioni dei diritti umani che spesso e volentieri espongono il paese della mezzaluna all’attenzione della comunità internazionale.

Ultimo tra gli episodi che hanno suscitato l’indignazione degli osservatori, la violenta repressione che in occasione della festa della donna del mese scorso si è scatenata contro le pacifiche manifestanti, percosse e arrestate dall’implacabile polizia con tanto di diretta televisiva degli avvenimenti sull’emittente nazionale Ntv. Gli scontri avvenuti ad Istanbul, in piazza Beyazit, hanno così fatto velocemente il giro del mondo, offrendo il fianco ai detrattori dell’ingresso turco nell’Ue, che lamentano numerosi intralci nel processo democratico del paese. I numeri in questo senso parlano chiaro: una recente inchiesta di Amnesty International ha stabilito come una donna turca su due si sposi contro la sua volontà, o comunque attraverso forti pressioni della famiglia: simile se non addirittura più alta è la percentuale di donne alle quali vengono inflitte violenze domestiche. Poca attenzione viene riservata alla tutela dei diritti femminili e resta molto confusa e frammentaria la legislazione riguardo ai cosiddetti “crimini d’onore”. Di contro, era stata recentemente avanzata una proposta di legge, poi respinta in seguito a forti proteste, che prevedeva che l’adulterio divenisse reato. Questo in un paese che comunque può vantare un felice primato rispetto alla concessione del diritto di voto alle donne, risalente ai tempi di Mustafa Kemal, detto Ataturk, e che si sta adoperando per portare avanti un processo di riforme che appaia convincente, che ha portato finora all’approvazione di un nuovo codice penale più severo riguardo a crimini come lo stupro.

Ad ogni modo gli incidenti di piazza Beyazit hanno messo sotto la luce dei riflettori, partendo dalla questione della condizione femminile, altri problemi e mancanze non meno eclatanti: dalla brutalità della polizia, a partire dalla repressione di qualsiasi tipo di manifestazione, sia essa di tipo femminista, studentesco o politico, alla questione dei diritti dei carcerati, spesso calpestati.

Inevitabile che Bruxelles sia tornata ad interrogarsi sul reale livello di democraticità presente in Turchia. Importanti perplessità in questo senso sono state espresse dal presidente dell’Europarlamento Josef Borrell, che ritiene incompatibili tali episodi con l’ambizione di Ankara di entrare a far parte dell’Unione e dal ministro degli Esteri del Lussemburgo, Jean Asselborn, che ha affermato di non riconoscere nella Turchia delle repressioni uno stato appena entrato nel XXI secolo. Giudizi a cui peraltro si sono associati il commissario all'Allargamento Olli Rehn e il ministro britannico per l'Europa, Denis MacShane. Tutto questo proprio nel momento in cui il primo ministro turco Erdogan aveva invitato a puntare l’attenzione sulle riforme e sui passi avanti compiuti negli ultimi anni dal suo paese. La Commissione di Rehn si sta adoperando per approntare entro il 3 ottobre prossimo l’avvio dei negoziati per l’ingresso nella Ue di dieci nuovi stati membri, ma la vigilanza sui comportamenti della Turchia è divenuta altissima, affinché il paese adempia agli impegni necessari per offrire il proprio contributo per portare avanti il processo di unificazione pacifica del continente europeo.

Fabio Belli
(15 aprile 2005)

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