Tommaso Tetro
IRAQ - Coscienza democratica
Le consultazioni elettorali dell'Iraq portano con sé dei legittimi dubbi. Si pongono almeno due questioni fondamentali, in contrasto concettuale tra loro: l'effettiva riuscita "democratica" delle votazioni e l'effettività della "democrazia" rappresentativa. Il problema principale è caratterizzato dal clima di "guerra" interna presente nel Paese. L'offensiva jihadista è, infatti, in pieno sviluppo. Il maggiore oppositore alle "libere" elezioni è il gruppo di Al Zarqawi: in questi drammatici giorni la serie di attacchi stragisti è stata devastante. L'obiettivo è destabilizzare la società civile irachena, per ottenere un'elevata percentuale di astensioni. In particolare, i più colpiti dalla guerriglia sono gli "apostati". Ciò che i fondamentalisti armati, vogliono ottenere da queste azioni esemplari è riempire la loro assenza con la paura di una possibile presenza. Il risultato è l'espansione della tensione psicologica tra la popolazione. Ma la vera operazione che i guerriglieri vogliono portare a termine è la guerra civile. Ed il mezzo con cui ottenere un'esposizione oltre che mediatica anche politica è l'offensiva armata. Le motivazioni teoriche che spingono a tali attentati risiedono nella constatazione, "indigena fondamentalista", che chiunque intenda governare fuori della sovranità di Dio viene ritenuto un infedele. Da qui deriva la minaccia degli attacchi ai seggi.
Il tentativo di sollevare i sunniti contro Allawi, considerato più che un'esponente della comunità sciita, una testa di legno degli americani, rientra nella "missione" del gruppo sotto il comando di Al Zarqawi. Così come rientra nell'ottica dei terroristi, scuotere l'animo di quanti vedono nel padre spirituale degli sciiti, Al Sistani, un possibile gestore del potere futuro. La voglia di andare al voto per la popolazione sciita è alta: gli sciiti aspettano, infatti, di tornare a votare liberamente dal 1921, cioè da quando decisero di restare fuori dal processo nazionale, pagandone un prezzo di emarginazione. Ma per i sunniti conta, più che le terribili minacce del mujaheddin giordano contro la "democrazia idolatra", il boicottaggio dei più influenti attori politici e religiosi della propria comunità. Il Consiglio degli Ulema usa la rete delle moschee per convincere i fedeli a non andare a votare. Anche se la decisione di astenersi dal voto è stata presa da tempo: dopo l'assedio americano che ha ridotto Falluja in macerie. Inoltre, la scelta di non recarsi ai seggi è il prodotto di una scelta politica: la mancanza di assicurazioni sul ruolo sunnita nel nuovo assetto politico del paese è causa di assenza di intesa. Dal momento che l'opposizione visibile dei sunniti si scontra con la componente "invisibile", clandestina.
Gruppi terroristi a parte, con obiettivi e logiche proprie, preoccupa la frangia islamonazionalista della guerriglia: ex baathisti e nazionalisti laici uniti dallo sforzo congiunto avverso all'occupazione straniera. La scelta di questa parte di sunniti è quella di portare al fallimento delle elezioni. Disertare le urne significherebbe mettere in evidenza la fragilità di un quadro politico nazionale, dominato, per numero, da sciiti e curdi. Pensare di stabilizzare politicamente il Paese senza la componente sunnita "aperta al dialogo", di conseguenza non schierata con al Qaeda, sarebbe impensabile. Per evitare il fallimento della consultazione elettorale, le pressioni degli americani, di questi ultimi mesi, sono state più forti. L'ovvia derivazione è stata la proliferazione di liste autonome, formate dalla scissione di importanti membri della comunità sunnita. E' quanto ha fatto anche l'attuale Presidente della Repubblica, Ghazi Al Yawer, il quale ha costituito una propria lista. Destinata, pur all'interno del magmatico scenario politico iracheno, a confluire in sede parlamentare in un unico gruppo con la formazione del capo sciita Allawi. Ciò risponde, più che a convinzioni politiche, alla possibilità di rimanere in gioco, nel caso che piccole formazioni trasversali assumessero un ruolo di mediazione poltica e sociale.
Quello che conta, quello cui dobbiamo guardare sia con rimorsi sia con rimpianti, è la strada percorsa per giungere alle elezioni di domani. Le migliaia di morti e feriti dovrebbero aver dimostrato che un'elezione è alternativa alla violenza e che essa non rappresenta in sé la democrazia, ma soltanto il suo primo ed indispensabile passaggio. Andare oltre la violenza, oltre la fisicità degli scontri è auspicabile ma non è pensabile senza una crisi di coscienza che dimostri la supremazia del processo politico.
Per questo il successo elettorale rappresenterebbe un inevitabile successo della democrazia. Senza dimenticare che il sacrificio delle molte vite andate perse assumerebbe un significato. Diverso forse, da quello che si voleva ottenere in partenza, qualora fosse mai possibile pensare una cosa del genere. Ma anche diverso dalla vana e mistica possibilità di esportare democrazia e cultura occidentale in un paese che occidentale non è.
(30 gennaio 2005)