Gabriele Natalizia
PALESTINA - Il rompicapo delle elezioni
Un vero e proprio terremoto ha scosso al Fatah. Il popolare leader dei Tanzim Marwan Barghouti (nella foto), recluso nel carcere di Beersheva dove sta scontando cinque ergastoli, ha deciso di candidarsi come indipendente nella corsa presidenziale per la successione a Yasser Arafat. La notizia ha colto alla sprovvista i vertici del movimento che avevano puntato sul leader dell’Olp Abu Mazen, considerato la figura più adatta per traghettare l’Autorità nazionale palestinese dalla seconda intifada verso una nuova stagione di trattative con il governo israeliano. Mahmud Abbas gode di grande credito presso gli ambienti diplomatici, ma a Gaza come in Cisgiordania è molto meno popolare del suo imprevisto rivale, che potrebbe incassare anche il tacito appoggio delle organizzazioni più radicali. Quella che sembrava una competizione dall’esito già stabilito, si è trasformata in un percorso ad ostacoli.
Due uomini, due storie, due scelte profondamente diverse, accomunati dallo stesso duplice obiettivo: ottenere il riconoscimento da parte di Tel Aviv dello stato di Palestina e porre fine alla spirale di violenza che da oltre mezzo secolo insanguina questa terra. La parola d’ordine è “trattare”. Chiunque uscirà vincitore dalla competizione, avrà in mano un’occasione storica. La permanenza di Arafat sulla scena ha costituito, grazie al rifiuto degli accordi di Camp David in cui gli erano stati offerti il 97% dei territori contesi ma non veniva fatta menzione del diritto di ritorno per quasi quattro milioni di profughi, una sorta di “alibi” per Israele, che ha reiterato più volte il rifiuto di sedersi a qualsiasi tavolo di pace. Viene meno inoltre l’assioma “Arafat uguale terrorismo uguale Bin Laden”, sbandierato dall’ala intransigente del Likud dopo gli attentati dell’11 settembre per giustificare una lunga serie di arresti arbitrari e la campagna di omicidi mirati. Al cospetto di un nuovo presidente questa accusa non sarebbe supportata da nessun fatto concreto. La comunità internazionale non può accettare che “le colpe dei padri ricadano sui figli”.
Il dibattito potrebbe ripartire dai quattro punti cardinali della road map, coinvolgendo più direttamente le parti in causa. La stagione dell’unilateralismo inaugurata da Sharon, per quanto rappresenti un momento di svolta rispetto al problema dei coloni, è destinata a concludersi. Le numerose contraddizioni che la affliggevano sono state messe a nudo dal corso degli eventi. Non è un caso se i “falchi” del governo e gli ortodossi hanno cercato di boicottare in tutti i modi un provvedimento messo in salvo solo da un inedita collaborazione alla Knesset tra il capo dell’esecutivo conservatore ed il partito laburista.
La complessità della situazione offre all’Unione Europea una possibilità irripetibile. Presentarsi come garante di un processo di pace che segnerà un’epoca. L’attuale amministrazione statunitense è troppo screditata agli occhi dei palestinesi per essere considerata un interlocutore credibile. L’ostinazione con cui John Negroponte, ex-ambasciatore americano presso le Nazioni Unite (ora inviato a Baghdad), ha bloccato per anni con il suo veto qualsiasi risoluzione di condanna nei confronti di Israele e le recenti dimissioni del Segretario di stato Colin Powell, fautore del multilateralismo, hanno fatto perdere a Washington quel tradizionale “appeal” che la rendeva luogo d’incontro per antonomasia nella risoluzione dei conflitti più spinosi. La sua stessa collocazione geografica impone all’Europa di occupare una posizione alto profilo nella controversia. Nel Vicino Oriente affonda le radici quella enorme fetta della nostra cultura che va dai poemi omerici alla genesi del cristianesimo, passando per l’epopea di Alessandro Magno e gli splendori dell’impero romano. Al tempo stesso questo turbolento “vicino di casa” è anche un potenziale partner commerciale, un mercato di esportazione per beni lavorati e di importazione per le materie prime. Un’Europa che pensa in grande non può dipendere per il suo fabbisogno energetico da regimi ostili, né si può permettere di trascurare i suoi confini orientali abbandonandoli in un perenne stato di guerra. La questione palestinese si riconferma come “nodo gordiano” dei rapporti tra Mondo Arabo ed Occidente.
Parlare di democrazia e diritti sembra paradossale per un popolo che vive in un regime di segregazione razziale paragonabile solo a quello dei neri nel Sudafrica dell’apartheid. Un tranquillo svolgimento del dibattito politico favorirebbe la nascita di un clima di dialogo, rendendo possibile lo svolgimento di elezioni libere sia dai check-point che dal terrore.
(9 dicembre 2004)