LIBANO - Il fragile equilibrio dell’unico stato multiconfessionale

«Ho scelto di difendere l’unità e la pace in Libano dall’opposizione, in maniera indipendente, per far pesare il ruolo della componente cristiana in una coalizione che altrimenti sarebbe troppo sbilanciata verso gli interessi sciiti, della Siria e dell’Iran». Così rispondeva il generale Michel Aoun durante la sua visita a Roma, nel giugno scorso, a quanti gli chiedevano per quale motivo volesse rompere l’unità politica dei cristiano-maroniti schierandosi al fianco di Hezbollah e Amal nel braccio di ferro con il governo Siniora. Lo stesso ha continuato a ripetere attraverso i suoi portavoce mentre incamerava una vittoria importante nell’elezione suppletiva della circoscrizione di Metn, svoltasi in agosto, dove il suo candidato Camille Khoury ha sconfitto nientedimeno che l’ex presidente Pierre Gemayel, esponente di spicco della coalizione anti-siriana del 14 marzo.

In pochi, a partire dai maggiori analisti internazionali, gli riconoscevano un credito strategico importante nella partita delicata che si sta ancora giocando nel Paese dei cedri. E invece oggi, seppur tra le critiche di quanti ritengono che la sua decisione abbia rafforzato la posizione estremista del Partito di Dio, la sua lungimiranza politica sembra essere stata rivalutata. A cominciare da un articolo di Gad Lerner, apparso l’11 maggio su “la Repubblica”, che si conclude con una presa di posizione tanto realistica quanto innovativa: «è necessario misurarsi con una nevrosi mai guarita dal tempo della guerra civile, (…), tuttora capace di prodursi in crudeltà inaudite. Nessuno in Libano lo vuole. Ma nessuno è in grado di impedirlo se non scendendo a patti con gli Hezbollah». Come dire implicitamente che «Aoun non sbagliava quando affermava che il Libano non sarebbe stato pacificato senza il contributo del partito-milizia degli sciiti».

È da questo bagno di realismo che si dovrà ripensare la strategia europea, e magari anche quella statunitense, per affrontare la questione libanese con l’obiettivo di risolverla una volta per tutte. Molto più difficile che ciò avvenga velocemente all’interno dei confini libanesi, dove la politica è ostaggio degli interessi particolari di gruppi clanici locali legati a quelli stranieri, di quanti vogliono spolpare fino all’osso la carcassa libanese (Iran ed Arabia Saudita in testa). Tanto che, nelle ultime settimane, abbiamo assistito ad un’altra sanguinosa parentesi della storia libanese con scontri armati tra milizie sciite contro combattenti sunniti e drusi. La frattura religioso-ideologica interna alla grande famiglia dell’Islam, in Iraq, in Pakistan, come Libano è lo strumento per difendere interessi di potere che esulano dalle strette logiche confessionali. Non è un segreto che l’Iran finanzia lautamente Hezbollah per contrastare il progressivo impegno economico saudita e kuwaitiano nella finanza, nell’edilizia e nella politica libanese. La scelta del governo Siniora, sostenuta con forza dal leader druso Walid Jumblatt, di rimuovere il capo della sicurezza dell’aeroporto internazionale di Beirut e di interrompere la rete di comunicazioni privata di Hezbollah è stata una scelta quantomeno avventata, soprattutto perché la maggioranza ha dimostrato di non poterla imporla con la forza. Gli scontri di piazza, nei quali i guerriglieri dello sceicco Nasrallah hanno riportato una vittoria schiacciante, e la mediazione della Lega Araba hanno imposto al premier filo-occidentale di rivedere le sue scelte, a testimonianza di quanto il futuro del Libano deve necessariamente essere concertato anche con l’ala radicale rappresentata dal Partito di Dio. Il 10 maggio Ugo Tramballi ha scritto in modo chiaro su “Il Sole 24 Ore” che «in apparenza è solo per un aeroporto e una rete telefonica. In pratica è per un intero paese». A maggior ragione se da questo scalo aeroportuale dipendono le sorti economiche di uno Stato che confina via terra con Siria e Israele, e se dal sistema di comunicazioni di Hezbollah è dipesa la resistenza militare libanese durante l’attacco israeliano di due estati fa.

La comunità internazionale dovrebbe impegnarsi con la massima priorità affinché l’unica democrazia compiuta del Vicino Oriente, fatta eccezione per quella israeliana, ma soprattutto l’unico Stato multiconfessionale della regione, sopravviva agli attacchi dei suoi detrattori, siano essi indigeni od allogeni. Il Libano, con la sua Costituzione ed il suo Patto Nazionale, rappresenta un estremo baluardo di dialogo e convivenza, purtroppo osteggiato dagli estremisti islamici, in quanto esempio pericoloso di una via percorribile per modernizzare l’Islam, e da quelli israeliani, perché il Paese dei cedri è l’unica nazione che può insidiare per ragioni storiche, culturali ed economiche, purché totalmente pacificato, la leadership politica regionale ebraica. Lo sforzo diplomatico europeo ed americano deve necessariamente tener conto delle fratture dolorose acuitesi nella grande famiglia islamica. Intervenire dall’esterno in maniera cieca non faciliterà la pace, né la soluzione del rebus strategico vicinorientale. Il monito di Michel Chiha, figura eminente della storia politica libanese, riecheggia ancora oggi: «Chiunque cerchi di annullare la fede in Libano, vuole in realtà sopprimere il Libano». Il messaggio è chiaro ed è indirizzato ai sobillatori della fitna ed a coloro che minano il carattere multi confessionale del Paese dei cedri.

Roberto Coramusi
foto Gabriele Natalizia
(23 maggio 2008)

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