Trump e il “Next American Century”: come Washington potrebbe mantenere la sua supremazia globale

Alcuni segnali sembrerebbero indicare che gli Stati Uniti stiano attuando una riconfigurazione strategica globale come, quasi, non si vedeva dal confronto con l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda. Considerando alcuni degli imperativi geostrategici del pensiero geopolitico statunitense, il modus operandi del nuovo inquilino della Casa Bianca rivela ad una prima analisi la scelta di applicare formule già proposte dai circoli neoconservatori per ottemperare alla promessa elettorale di rendere l’America “great again”

Trump e il “Next American Century”: come Washington potrebbe mantenere la sua supremazia globale - GEOPOLITICA.info Republican presidential candidate Donald Trump speaks to supporters as he takes the stage for a campaign event in Dallas, Monday, Sept. 14, 2015. (AP Photo/LM Otero)

La prosecuzione dell’installazione dello Scudo anti-missile in Europa centro-orientale e il recente (aprile 2017) dispiegamento – in aperta sfida al noto corollario di John H. Herz noto come security dilemma – del sistema THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) in Corea del Sud sembrano essere parte di un ridispiegamento strategico globale attuato dagli Stati Uniti per mezzo del cosiddetto Ballistic Misssile Defense System (BMDS). Il progetto BMDS sembra avvicinarsi molto ad un modello di “schieramento preventivo” (pre-emptive deployment) concepito per arrestare – ovvero proiettare – la fase iniziale dello scontro oltre (Europa e penisola coreana) il territorio nazionale degli Stati Uniti in caso di conflitto con una o più Potenze nucleari, invertendo in tal modo il concetto di “difesa terminale” (terminal defence). Un simile approccio avrebbe valenza soprattutto nei confronti di quelle Potenze che dispongono di ciò che gli esperti in armamenti strategici definiscono “triade nucleare completa”, vale a dire quella componente strategica integrata (terra-mare-aria) in grado di consentire a chi la detenga di lanciare un secondo colpo nucleare (second strike) da sottomarini o per mezzo di bombardieri strategici a lungo raggio (strategic heavy bombers). E’ la stessa agenzia del Pentagono (Missile Defence Agency -MDA) responsabile del progetto BMDS a rivelare infatti come lo scopo sia quello di creare: << an integrated, “layered” architecture that provides multiple opportunities to destroy missiles and their warheads before they can reach their targets >> [fonte: ].

Radici neocon

Le principali linee guida della foreign policy della nuova Amministrazione Trump ricordano così molto da vicino alcuni degli enunciati fondamentali del think-tank neo conservatore statunitense “Project for the New American Century” (PNAC) attivo dal 1997 al 2006, in particolare la dottrina correlata all’espressione (utilizzata da George H.W. Bush. nel 2002) “Axis of Evil” (Asse del Male) relativa a tre Paesi: l’Iraq di Saddam Hussein, l’Iran degli ayatollah e la Corea del Nord. L’assunto di fondo della dottrina neocon si può rintracciare nel nome stesso – “new american century” – del think-tank da loro fondato: realizzare i presupposti in grado di fare del XXI un nuovo secolo americano promuovendo l’ “American global leadership”. Questo approccio rispetto al ruolo degli Stati Uniti nei world affairs non è peraltro una novità introdotta dai circoli neocon. Esso infatti ha radici profonde che risalgono al periodo della Seconda guerra mondiale, ovvero ai mesi che precedettero il bombardamento giapponese di Pearl Harbor, episodio che sancì l’intervento degli Stati Uniti nel conflitto, sino al conseguimento della vittoria sul Terzo Reich in Europa e sul Giappone nell’Asia-Pacifico. Il primo ad accostare l’aggettivo “american” al sostantivo “century” fu Henry R. Luce (1898-1967) in un editoriale del febbraio 1941 intitolato The American Century apparso su “Time” (tabloid d’informazione da lui co-fondato e stampato per la prima volta nel 1923).

Translatio Imperii

All’interno dell’high society a stelle e strisce della prima metà del Novecento, Luce fu una personalità intellettuale di primo piano. Dapprima Alumnus a Yale e Oxford, membro della società “Skull and Bones” [fonte: “The Washington Post”], in seguito contribuì in maniera considerevole ad alimentare il dibattito relativo alla missione universale degli Stati Uniti soprattutto in qualità di eredi dell’Impero britannico. Nel 1935 sposò Clare Booth (divenuta così Booth Luce), che nel 1953 fu nominata dal Presidente Dwight D. Eisenhower Ambasciatrice degli Stati Uniti a Roma, incarico da lei ricoperto sino al 1956. Secondo il pensiero di H.R. Luce – così come espresso nel suo editoriale del ’41 – gli Stati Uniti avrebbero dovuto rivolgere la loro riflessione politica su due priorità. Anzitutto affiancare Londra nella lotta contro la Germania nazionalsocialista, accorgimento poi effettivamente adottato dal governo statunitense con la formula “Germany first” concernente il piano del Pentagono “Rainbow Five” che prevedeva di concentrare gli sforzi bellici sul teatro europeo. In secondo luogo aggiunse che: << Americans have a feeling that in any collaboration with Great Britain we are somehow playing Britain’s game and not our own. Whatever sense there may have been in this notion in the past, today it is an ignorant and foolish conception of the situation. In any sort of partnership with the British Empire, Great Britain is perfectly willing that the United States of America should assume the role of senior partner >>. Con questa seconda considerazione, Luce sollecitava la necessità di quel passaggio di consegne tra Gran Bretagna e Stati Uniti che, cominciato nel primo dopoguerra, si sarebbe concluso solamente nel ’45 dopo un lungo processo non sempre perfettamente consensuale, ovvero tale da lasciare perfino trasparire momenti di profondo contrasto, come dimostrò, ad esempio, negli anni Venti lo scontro diplomatico tra Washington e Londra per la questione delle concessioni petrolifere mesopotamiche connesse alla Turkish Petroleum Company.

Ricostruire le difese

Anche l’esortazione di Trump rivolta agli alleati europei della NATO circa il rispetto del budget del 2% del Pil per il settore difesa è indicativa di una certa continuità con i tradizionali canoni della politica euro-atlantica di Washington rispetto alla questione del burden-sharing. Risulta inoltre indicativo il fatto che secondo l’adagio attribuito a Lord Ismay (primo Segretario Generale NATO), l’Alleanza fosse sorta per tre scopi: tenere fuori i russi, dentro gli americani, sotto i tedeschi. Così se oggi – sulla falsariga del mix di conteinment ed engagement (congagement, Khalilzad 1999) con cui taluni circoli del Deep State US vorrebbero approcciare Pechino – aggiungiamo ai russi anche i cinesi il quadro delineato sinteticamente da Ismay risalta in tutta la sua attualità. Non sono infatti solo i riferimenti di George Friedman alla necessità, per Washington, di tenere tra loro distinti e distanti tedeschi e russi (discorso “Europe: Destined for Conflict?” tenuto al Chicago Council on Global Affairs, marzo 2015) a rendere plausibile questa conclusione, ma soprattutto due documenti frutto di apparati dell’establishment a stelle e strisce. Nel primo – pubblicato dal PNAC nel 2000 con il titolo Rebuilding America’s Defense – si affermava che: <>, tra cui la difesa missilistica globale. Secondo tale principio un: << network against limited strikes, capable of protecting the United States, its allies and forward-deployed forces, must be constructed >>. Veniva rivelato come: << according to the CIA, a number of regimes deeply hostile to America – North Korea, Iraq, Iran, Libya and Syria >>. In particolare: << North Korea, is on the verge of deploying missiles that can hit the American homeland […] Thus the requirement for upper-tier, theater-wide defenses like the Army’s Theater High Altitude Area Defense (THAAD) […] >>. Inoltre: << America’s global leadership, and its role as the guarantor of the current great-power peace, relies […] the preservation of a favorable balance of power in Europe, the Middle East and surrounding Energy producing region, and East Asia […] American strategy for the coming decades should seek to consolidate the great victories won in the 20th century – which have made Germany and Japan into stable democracies […] >>. Per consolidare e mantenere la supremazia globale Washington avrebbe quindi dovuto (anche) creare: << permanent bases […] abroad provide the first line of defense of what may be described as the “American security perimeter.” […] Guarding the American security perimeter today – and tomorrow – will require changes in U.S. deployments and installations overseas […] Across the globe […] The network of American overseas installations and deployments require reconfiguration >>.

Le sfide alla supremazia americana

Secondo il PNAC vi sarebbero tuttavia: << potentially powerful states dissatisfied with the current situation and eager to change it, if they can […] >>. Nel secondo documento sopra evocato – pubblicato nel 2015 dal Joint Chief of Staff [JCoS] e noto come The National Military Strategy of the United States of America – si accennava a queste Potenze avversarie in grado di minacciare la stabilità regionale e globale nonché il ruolo di Washington quale attore primario nel sistema di relazioni internazionali. Così, ad esempio, per i militari Usa la Russia ha: << repeatedly demonstrated that it does not respect the sovereignty of its neighbors and it is willing to use force to achieve its goals >>. Mentre dal canto suo l’Iran: << also poses strategic challenges to the international community. It is pursuing nuclear and missile delivery technologies […] It is a state-sponsor of terrorism that has undermined stability in many nations, including Israel, Lebanon, Iraq, Syria, and Yemen. Iran’s actions have destabilized the region […] >>. Nell’Asia-Pacifico: << North Korea’s pursuit of nuclear weapons and ballistic missile technologies […] These capabilities directly toreate its neighbors, especially the Republic of Korea and Japan. In time, they will toreate the U.S. homeland as well >>. Rispetto alla Cina il documento del JCoS sembrava confermare l’approccio ambivalente fondato sul congagement quando affermava: << We support China’s rise and encourage it to become a partner for greater international security. However, China’s actions are adding tension to the Asia-Pacific region >>.

Il monito di Kagan

Ancor più recentemente (febbraio 2017), Robert Kagan – che nel 2000 fu tra i project partecipans all’estensione del citato documento del PNAC – ha analizzato il timor potentiae statunitense in un articolato intervento online per “Foreign Policy” dal titolo Backing into World War III, in cui l’autorevole politologo ha rispolverato espressioni che la storiografia utilizza solitamente per descrivere quelle Potenze europee rivelatesi scontente dello scenario geopolitico scaturito dalla pace del 1919 e per tale ragione definite “revisioniste” o Potenze “Have Nots”. Per Kagan infatti: << ambition and activism of the two great reivisionist powers, Russia and China >> rappresentano insieme uno dei due: << significant trend lines in the world today >>. L’altro è: << the declining confidence, capacity, and will of the […] the United States, to mantain the dominant position it has held in the international system since 1945 >>. Il ragionamento di Kagan si spinge sino a sostenere che: << Granting the revisionist powers spheres of influence is not a recipe for peace and tranquility but rather an invitation to inevitable conflict >>. La conclusione è la seguente: << For the United States to accept a return to spheres of influence would not calm the international waters. It would merely return the world to the condition it was in at the end of the 19th century, with competing great powers clashing over inevitably intersecting and overlapping spheres. These unsettled, disordered conditions produced the fertile ground for the two destructive world wars of the first half of the 20th century. The collapse of the British-dominated world order […] contributed to a highly competitive international environment in which dissatisfied great powers took the opportunity to pursue their ambitions in the absence of any power or group of powers to unite in checking them >>.
E’ altresì significativo che, nel 2000, il documento del PNAC proponesse un modello geopolitico in cui al vecchio sistema bipolare in vigore durante la Guerra Fredda, nel corso della quale le priorità strategiche degli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Sovietica si fondavano sulla dottrina del Containment (Kennan, 1947), veniva contrapposto uno nuovo fondato sul momento unipolare, che nel XXI secolo dovrebbe trovare la sua ratio nella salvaguardia della Pax Americana.