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Sudan: la tragedia in corso e le ombre lunghe della gestione del potere

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Come spesso accade in Italia e in Europa, solo di fronte a crisi drammatiche l’attenzione per l’Africa viene rivolta per un breve periodo di tempo, per poi tornare a ignorare un intero continente che, sebbene visibile dalla Sicilia quando c’è il sole, deve rimanere invisibile ai più. Le notizie a partire dai primi scontri nel mese di aprile 2023 sono concentrate sul ruolo dell’esercito sudanese, sui suoi maggiori esponenti e sulle influenze politico-economiche nel paese e nella complessa regione del Corno d’Africa. Gli scontri hanno causato numerose vittime e feriti e hanno raggiunto livelli di allarme che hanno provocato l’evacuazione di civili e di personale verso Gibuti da parte di numerosi paesi. Ancora una volta, ci si limita a osservare, in modo più o meno passivo, lo scoppio della crisi, per poi procedere al ritiro “stile Afghanistan” dei cittadini stranieri che si trovano nel sempre più martoriato territorio sudanese.

I combattimenti tra le due fazioni in campo, le forze armate sudanesi guidate dal generale Abdel Fattah al-Burhan (1960-) e le forze di supporto rapido (RFS) condotte da Mohamed Hamdan Dagalo (1973-), sono proseguiti nonostante la tregua di 72 ore annunciata per le celebrazioni (Eid al Fitr) della fine del Ramadan, il mese di digiuno e di preghiera nell’Islam.

Gli interessi regionali sono costituiti da sette paesi che confinano con uno stato fragile nato l’11 gennaio del 2011 dalla divisione con il sud Sudan. Qui, a partire dall’indipendenza, i conflitti tra Dinka e Nuer e le divisioni dei proventi del petrolio sono dilagati. La Repubblica Centrafricana assiste a crisi e a terrorismo acuiti dalla recente presenza russa del gruppo paramilitare Wagner. Ad ovest, in Chad, il suo presidente è rimasto ucciso due anni fa in un conflitto a fuoco e le fazioni ribelli centrafricane si spingono nella regione del Darfur in Sudan occidentale. Attraverso i confini nord-occidentali si trova la Libia, il terminale dei flussi migratori diretti verso il Mediterraneo e l’Europa. L’Egitto difende la propria stabilità soprattutto lungo il Nilo e aveva già precedentemente schierato truppe ai confini con il Sudan. L’Eritrea è il paese più povero e maggiormente chiuso nella regione, dominato dal dittatore Isaias Afewerki (1946-), ed è la fonte di provenienza di flussi di profughi e migranti che fuggono verso la Libia. L’Etiopia condivide un lungo confine con il Sudan e il suo ruolo nella profonda disputa sulla Diga del Nilo ha aumentato le tensioni tra i rispettivi paesi.

Il conflitto in corso ha radici profonde e risale alla gestione cleptocratica e corrotta del potere da parte delle leadership politico-militari locali, alla divisione in due stati che ha lasciato la maggioranza dei giacimenti petroliferi all’interno dei confini del Sud Sudan, e ai diversi schieramenti che attraversano alleanze fluide coinvolgendo sia attori politico-economici sia realtà religiose. Nel 2018, il governo ancora guidato da Omar al Bashir (1944-), dittatore spodestato nel 2019, ha firmato un accordo con il gruppo paramilitare russo Wagner per lo sfruttamento della miniera d’oro di Meroe. Il generale più legato ad Al Bashir è Mohamed Hamdan Dagalo, che ora comanda le forze di supporto rapido. Non solo il petrolio rappresenta la motivazione delle alleanze tra poteri locali e regionali e tra realtà internazionali che, tutte, mirano ad interessi economico-strategici di certo non a vantaggio delle popolazioni locali. Il recente viaggio di papa Francesco nel febbraio scorso in Sud Sudan, il più giovane stato al mondo dove l’83% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà a causa dei continui conflitti, ha ricordato l’urgenza di una mediazione che deve escludere gli attuali gruppi militari. Quale lo scenario peggiore? Nell’immediato, la crisi produrrà sempre più sfollati e sofferenze, nel medio termine potrebbe sfociare in un conflitto esteso a tutta la regione del Corno d’Africa.

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