VIETNAM - Un cambio di rotta sin troppo repentino

La Cina persevera nella sua politica ambivalente nei confronti del Vaticano, talvolta mostrando aperture verso una linea sottoscritta con un vero e proprio patto, talvolta nominando vescovi che non vengono riconosciuti dalla Santa Sede. Il Vietnam sembra voler seguire l’esempio cinese. Recentemente è stato nominato un altro vescovo cattolico – stavolta in accordo con Roma - il quale va ad aggiungersi a coloro che guidano la seconda comunità religiosa del paese dopo quella buddista. Tutto ciò fa parte di una linea di tendenza avviata da anni dal Governo di Hanoi, per la quale si applica un insieme di teorie liberiste in campo economico, sebbene frammiste a forme repressive in ambito interno in tema di libertà di pensiero. Da questo punto di vista, il “laboratorio” Vietnam è ritenuto interessante da parte degli analisti, rappresentando una via di mezzo tra il liberismo estremo del Giappone guidato da Koizumi e l’applicazione di rigidi schemi di repressione e controllo in ambito interno, in stile vetero-comunista “alla pechinese”. Su quest’ultimo fronte, si verifica una particolare assonanza con la Repubblica popolare, liberista all’esterno, comunista all’interno.

Nel “caso” vietnamita però, nonostante siano applicati leggi repressive e venga anche usata la tortura, secondo quanto verificato dalle agenzie internazionali che monitorano il rispetto dei diritti umani, sul fronte religioso le aperture sembrano più decise rispetto al grande fratello asiatico. È altrettanto probabile, tuttavia, che si tratti di una strategia volta a conseguire un’immagine migliore sullo scenario economico-politico internazionale. Lo scorso 13 maggio il governo vietnamita ha deciso, in accordo con la Chiesa cattolica nazionale, di offrire alle comunità limitrofe un rifugio in caso di difficoltà: ancora non si conoscono le ricadute che questa scelta potrebbe avere in territorio cinese, visto la complessa situazione con cui si trova a dover interagire la Chiesa Patriottica appoggiata dal Governo di Pechino. Il cardinale vietnamita Pham Minh Man, arcivescovo di Ho Chi Minh City, ha espressamente invitato per i primi di dicembre 2006 in Vietnam i cardinali di Giappone, Thailandia, India, Corea e Filippine. Non solum sed etiam, nella stessa occasione il Pham Minh Man ha chiesto ai gesuiti di raccogliere materiale e organizzare un vero e proprio laboratorio sulla loro missione locale ed ha parlato delle attuali difficoltà della Chiesa nel suo paese. Quest’ultima annotazione non è casuale, in quanto lo scorso 12 maggio è salita alla ribalta delle cronache la notizia relativa alla morte di un altro cristiano nelle carceri vietnamite, proprio a causa dei maltrattamenti subiti. Come riporta anche il sito asianews, il quale a sua volta veicola quanto appurato dall’International Christian Concern, un gruppo per la tutela dei Diritti dell’Uomo, Siu Liul, 62 anni, è morto il 24 aprile scorso per le privazioni e le torture subite. Il montagnard del villaggio di Ploi Kueng, comune di Habong distretto di Cu Se provincia Gia Lai, dal 2004 era nel carcere della città di Ha Nam, dove è stato sepolto perché la famiglia non aveva i soldi per pagare il trasporto fino al villaggio.

Anche il gruppo per la tutela dei diritti Human Rights Watch (Hrw) ha denunciato che il Vietnam vuole entrare nell’Organizzazione mondiale del commercio, ma prosegue le sistematiche violazioni dei diritti umani e della libertà religiosa. Rifiuta al Comitato per i diritti umani della Nazioni Unite l’incontro con i prigionieri di coscienza. Ad aprile, subito prima dell’inizio del decimo Congresso nazionale del Partito comunista, centinaia di persone – sacerdoti cristiani, monaci buddisti, professionisti, ex comunisti, ex detenuti, professori e altri – hanno firmato un documento per chiedere il rispetto dei diritti umani fondamentali, un sistema politico multipartitico, sindacati indipendenti e la libertà di religione e di associazione politica. «In Vietnam la semplice firma di questo documento – osserva Brad Adams, direttore di Hrw per l’Asia – causa un’indagine di polizia e spesso la carcerazione». Nel 2004 il Dipartimento Usa ha definito il Vietnam un paese “di particolare preoccupazione” per la sua politica religiosa, rischiando di bloccare la sua entrata nella World Trade Organization. Da qui la applicazione della politica del doppio pedale: accelerare in ambito economico-liberista, frenare sul tema della libertà di pensiero e religiosa. Per questi motivi si valutano con malcelato sospetto le dichiarazioni di Ngo Yen Thi, direttore dell’Ufficio Affari religiosi, il quale sostiene che già dallo scorso aprile Hanoi sta lavorando a un’agenda per compiere i passi necessari a stabilire relazioni diplomatiche con la Santa Sede. Durante una conferenza stampa tenuta a conclusione del Congresso, Ngo si è persino spinto a dichiarare che «il socialismo non è opposto alla spiritualità» e che «il governo vietnamita garantisce il pieno diritto del popolo vietnamita ad esprimere la fede e la religione, in quanto sia il partito che lo stato usano speciale attenzione verso i bisogni spirituali della popolazione». In realtà, a parte la materia relativa al rispetto dei Diritti dell’Uomo, nota dolente in gran parte dell’Asia estremorientale, vi sono anche altri aspetti che andrebbero risolti in ambito civile e giuridico al proprio interno, anzitutto il turismo sessuale. La condanna a tre anni di carcere di Gary Glitter, ex cantante rock britannico, per abusi sessuali verso due bambine di 11 e 12 anni nella sua abitazione nella meridionale Vung Tau, è solo il caso più famoso. Sta crescendo in maniera impressionante questo genere di abusi verso i bambini nonché la prostituzione minorile, come denunciato spesso da vari gruppi internazionali per la tutela dell’infanzia, anche stavolta nell’indifferenza dei media e degli organismi mondiali. La povertà del popolo vietnamita, l’applicazione scarsa o nulla delle leggi nazionali ed internazionali in tema di protezione dei minori, delle donne e nella lotta alla prostituzione non fanno altro che aumentare le dimensioni di quei fenomeni. Non a caso, dopo 15 anni nei quali i turisti hanno di fatto disertato il paese, nel 2005 sono diventati 3,5 milioni (+18,4% rispetto al 2004). Già nel 2003, uno studio estero ha stimato che su 185 mila vietnamiti che vendono prestazioni sessuali, il 30% ha meno di 16 anni. I dati ufficiali diramati ad marzo 2006 stimano che la prostituzione minorile sia aumentata di cinque volte in cinque anni. La polizia, tra cui è diffusa la corruzione, interviene di rado e le prostitute, quando sono arrestate, vengono solo inviate a “centri di rieducazione”, uguali per tutte senza rilievo per l’età. Altro che ingresso nel Wto.

Francesco Tortora
(21 giugno 2006)

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