Giovanna Sfragasso
TIMOR EST - Elezioni libere dopo la guerra civile
José Ramos Horta, primo ministro e Nobel per la pace, è il nuovo presidente di Timor Est. Ha ottenuto il 73% delle preferenze contro il 27% dello sfidante al ballottaggio Francisco "Lo-Olo" Guterres, leader del Fretelin (partito di maggioranza in Parlamento, con 55 seggi su 88). Al primo turno avevano ottenuto rispettivamente il 22,6% e il 28,79%. Alle prime elezioni presidenziali del giovane stato asiatico si è recato alle urne, nei circa 700 seggi allestiti in tutto il Paese, oltre l’80% degli aventi diritto al voto, circa 520mila cittadini. José Ramos Horta, che ha trascorso i 25 anni di occupazione indonesiana in esilio, è entrato ufficialmente in carica il 20 maggio, giorno del quinto anniversario dell’indipendenza di Timor Est. Succede al carismatico e storico leader Xanana Gusmao, già in lista per le elezioni parlamentari di giugno, a capo di un nuovo partito pronto a guidare il governo.
«Sono felice del risultato», ha dichiarato subito dopo il confronto elettorale il neo presidente. «Farò il possibile per non fallire con le persone che hanno votato per me, per non perdere la loro fiducia. Adempirò ai miei doveri secondo la Costituzione e ascoltando i consigli di tutti in modo da condurre Timor Est verso un futuro migliore». E in aggiunta una promessa: collaborare con Guterres: «Si prospettano cinque anni di duro lavoro, ma io lavorerò con il Fretelin assicurandomi che i loro leader non abbiano la sensazione di aver perso le elezioni». In merito alle elezioni il leader del Fronte rivoluzionario per l’Indipendenza di Timor Est ha espresso la sua volontà di “piegarsi” alla decisione dalla maggioranza del popolo: «Accetto la sconfitta perché rispetto il principio della democrazia. Ora dobbiamo tutti collaborare per fare progredire questo Paese». «L’importante – avverte però Guterres – è prepararci a vincere la prossima consultazione popolare e vedere come governeranno il Paese». Positivo il commento di Xanana Gusmao, che ha fiducia nelle capacità del nuovo presidente di affrontare «i problemi con i quali la nostra giovane nazione si sta attualmente confrontando», in un clima di «pace e armonia per l’intera comunità». A congratularsi con Horta, il primo ministro australiano, John Howard, che considera il neoeletto un «amico dell’Australia» e il ministro degli esteri neozelandese, Winston Peters, che crede fermamente nel potenziamento della «giovane e fragile democrazia di Timor Est».
Le elezioni dell’8 maggio sono state definite dagli osservatori dell’Unione Europea «libere e trasparenti». Javier Pomes Ruis, capo degli osservatori, ha precisato come l’apertura dei seggi sia stata «migliore della volta precedente», ricordando che l’affluenza dell’8-9 aprile era stata così alta da indurre due elicotteri dell’Onu e uno della missione di pace internazionale a distribuire schede elettorali supplementari. Le operazioni di voto si sono svolte in un’atmosfera di relativa tranquillità. Sono state così smentite le ipotesi di disordini derivate dalle accuse di manipolazioni e brogli del primo turno. Non sono stati infatti «indicati episodi di violenza», ha sottolineato il capo dell’ufficio elettorale dell’Onu Steven Wagenseil. A difesa dell’ordine pubblico sono stati dislocati in tutto il Paese 4000 poliziotti locali e oltre 1700 poliziotti dell’Onu, 270 osservatori internazionali e 2000 locali. Alla vigilia del voto il neopresidente aveva dichiarato che in caso di vittoria avrebbe avuto «una grossa responsabilità»: ridefinire il futuro dell’ex colonia portoghese. Insieme al Parlamento (il Primo ministro e l’esecutivo saranno rinnovati con le elezioni del prossimo giugno), Horta si trova alla guida di uno stato in difficoltà, minato da laceranti divisioni politiche e travolto dal problema della povertà. Circa 37.000 persone ancora oggi vivono nei campi profughi, protetti e assistiti dalle forze dell’Onu e dalla polizia locale. Oltre 150mila, nel marzo del 2006, sono state costrette a fuggire dalle proprie case dopo gli episodi di violenza seguiti alla decisione dell’allora premier Mari Alkatiri di licenziare per ammutinamento un terzo dell’esercito. Scontri di natura etnica che hanno provocato la morte di 37 persone. Il nuovo presidente ha dichiarato che il suo primo obiettivo sarà quello di combattere lo stato di miseria in cui versa il Paese. In aggiunta, l’impegno a riportare Timor Est sulla strada della pacificazione e dello sviluppo sociale, senza mettere da parte la ferma volontà di dare impeto allo sviluppo economico e di attirare gli investitori stranieri. Sul tema della pacificazione, in particolare, è intervenuta la Chiesa Cattolica, che tra gli abitanti della piccola Timor Est conta il 90% di fedeli. Il giovane stato asiatico è una enclave cattolica nel paese musulmano più popoloso del mondo, l’Indonesia. La Chiesa, come sottolineato in un documento della Commissione “Giustizia e Pace”, ha proposto un programma di riconciliazione, in cui si auspica una nuova era nelle relazioni tra l’area orientale dell’isola di Timor e l’enclave occidentale, che fa parte dell’Indonesia.
(13 giugno 2007)