THAILANDIA - Carri armati a Bangkok, un tuffo nel passato

Nuova politica, vecchie usanze: chissà quanti nel mondo hanno pensato a questa frase non appena si è appresa la notizia del golpe militare che ha deposto dalla carica di premier Thaksin Shinawatra. L’azione eclatante dello Stato Maggiore tailandese ha riportato indietro il paese asiatico in una situazione di empasse e di criticità che sembrava ormai dimenticata nel passato, visto che l’ultimo colpo di stato risaliva al ’92. L’errore, se così si può chiamare, è stato quello di pensare che la democrazia, da quelle parti, si fosse ben radicata mandando definitivamente in soffitta consuetudini dispotiche di cui nessuno, nemmeno i tailandesi, avevano grande nostalgia. È pure vero che in Thailandia la situazione politica, da un anno a questa parte, è diventata quantomeno torbida con accuse da più fronti rivolte verso un unico bersaglio, l’ormai ex primo ministro fautore di una politica “nepotista” al limite della tollerabilità. La notizia negativa è che la democrazia costituzionale tailandese non ha saputo produrre gli anticorpi necessari per impedire che si arrivasse a questa situazione che, come prima conseguenza, ha prodotto il crollo della borsa e della quotazione della moneta locale, il bath.

La caduta di Thaksin è stata repentina quanto la sua ascesa economica e politica: figlio di un commerciante cinese, possiede un patrimonio personale da far invidia ai più ricchi del pianeta. Attraverso le sue proprietà, controlla il mercato della telefonia e delle televisioni private, e ha dato ampia dimostrazione di avere un grandi qualità per gli affari, un po’ meno nella politica, nella quale si è tuffato a capofitto copiando uno slogan coniato in Occidente: “Sono già ricco, non ruberò”, che, sommato ad una buona dose di nazionalismo, gli è bastato per vincere le ultime elezioni con una maggioranza plebiscitaria, quasi il 70% dei suffragi. La situazione è degenerata quando l’oligarchia arricchitasi all’ombra del potere del Thai Rak Thai, il partito fondato dell’ex premier, ha tentato di estendere i suoi tentacoli sugli interessi della Casa Reale e dell’aristocrazia ed ha escluso dal benessere del paese gran parte dei 64 milioni di tailandesi. Il tutto è scoppiato durante la visita di Thakisn a New York per la seduta plenaria dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ma covava da diverse settimane. All’inizio dell’anno, gravi scandali di corruzione hanno dato il via ad una serie di manifestazioni oceaniche che hanno portato allo scioglimento delle Camere e all’indizione di nuove elezioni alle quali, causa il boicottaggio delle opposizioni, ha partecipato solo il partito del premier. Anche per questo motivo sono state successivamente annullate dal sovrano che ha anche richiesto la contestuale apertura di un’inchiesta penale per accertare se fossero stati commessi dei reati. Dopo un breve periodo nel quale è rimasto alla finestra, a maggio scorso Shinawatra ha ripreso il potere, rompendo definitivamente i rapporti con il Re e quella parte delle Forze Armate che gli hanno voltato subito le spalle. Come se non bastasse, nella pacifica e tollerante Thailandia, si è fatta strada un inquietante fanatismo di regime verso i mussulmani, sfociato in scontri violentissimi tra i separatisti del sud e l’esercito. Lo stato d’emergenza decretato dal Governo non ha fatto altro che esacerbare gli animi degli islamici d’origine malese, ma anche dei buddisti thai che mal sopportano la recrudescenza di quello che è diventato in poco tempo un vero e proprio conflitto.

Il capo della Commissione per le Riforme Amministrative Sonthi Boonyaratglin, all’indomani del golpe, ha assicurato il mondo intero affermando che entro 15 giorni verrà nominato un governo civile ed i militari rientreranno nei ranghi e nelle loro caserme. Ciò che preoccupa però è che una situazione del genere, se perdurasse nel tempo e quindi andasse oltre quanto sostenuto dal generale, rischia di ripercuotersi su tutta la regione. La crescita economica tailandese si è arrestata, drasticamente, compressa negli ultimi cinque anni dalla riduzione dei risparmi delle famiglie, e l’instabilità in cui è ripiombato il regno di Bhumibol Adulyadej non assicura investimenti certi né alla potente Cina né agli Stati limitrofi. Anche gli strali di Washington non si sono fatti attendere, visto che il sotto Segretario di Stato agli Affari per il Sud Est Asiatico Christopher Hill ha rilasciato dichiarazioni di fuoco al quotidiano di Bangkok, The Nation. “Stiamo rivedendo la nostra politica di sussidi e finanziamenti al governo tailandese – ha detto il diplomatico statunitense -. Gli Stati Uniti sollecitano il ritorno rapido alla regola democratica e ad elezioni libere”. Con il cambio al potere nell’ex Siam, gli Usa temono di perdere un alleato strategico nella regione, una pedina fondamentale nella delicata partita a scacchi che stanno giocando a distanza con la Cina e l’India e che già li vede in condizione svantaggiata. Il flusso di dollari che arriva a Bangkok infatti riguarda il potenziamento degli apparati e delle tecnologie militari (14 milioni in assistenza bilaterale e altri 4 milioni solo in armamenti) perché la Thailandia gode del favore di essere un partner privilegiato della Nato, pur non aderendovi. L’azione dei militari in sé non desterebbe alcuna preoccupazione qualora Sonthi e il Re facessero pervenire in America notizie confortanti, ma per ora ciò non è avvenuto. Comunque, qualsiasi orientamento prenderà la Commissione golpista è importante che questa antica pagina di storia si chiuda al più presto per impedire che tale gesto destabilizzi, più di quanto non sia già avvenuto, il delicato equilibrio politico asiatico.

Roberto Coramusi
(22 settembre 2006)

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