Giovanna Sfragasso
MYANMAR - Proteste e arresti contro il caro benzina
Una nuova ondata di proteste ha travolto il Myanmar: a scatenarla, questa volta, è stato l’aumento del prezzo del carburante deciso dalla giunta militare lo scorso 15 agosto. Un provvedimento immotivato, che ha subito messo in crisi l’intero sistema di trasporti nazionale, facendo scattare non solo il rincaro dei biglietti dei mezzi pubblici ma anche quello dei prodotti alimentari di base. Messa in ginocchio, la popolazione non ha esitato a scendere in piazza. A sostenerla contro la vertiginosa crescita da tre a cinque volte, in un solo giorno, del prezzo della benzina, della nafta e del gpl anche gli esponenti del movimento “Studenti della Generazione ‘88”, passato alla storia per la protesta soffocata nel sangue dal regime dell’allora dittatore Ne Win, che ordinò alla polizia di sparare sulla folla: molti gli attivisti del gruppo che sono immediatamente finiti in manette.
Uno dei primi fermati è stato Min Ko Naing, numero due della Lega Nazionale per la Democrazia (National Legue for Democracy), liberato nel 2004 dopo 15 anni di prigionia. Con lui sono stati arrestati altri 13 leader dell’opposizione birmana che rischiano 20 anni di detenzione. Il giornale governativo The New Light of Myanmar, che ha stranamente dato notizia della manifestazione, ha definito i dissidenti imprigionati «agitatori che hanno causato disordini con lo scopo di minare la pace e la sicurezza dello stato». Retate continue ed arresti a catena ad opera della polizia e delle squadre paramilitari dell’Usda (Associazione Unione, Solidarietà e Sviluppo), nonché la spietata caccia ai leader dei manifestanti messa in atto da gang arruolate dal regime, al potere da oltre quarant’anni, non hanno però placato il malcontento popolare. La protesta si è così estesa dalla più grande città birmana, Yangon, alla città natale del generale Than Shwe (nella foto), Kyaukse, fino a raggiungere Mandalay, la località più turistica del Paese. Anche Yenanchuang e Pakokku, dove sono scesi in piazza 500 monaci, sono state travolte dalle dimostrazioni. La volontà di contrastare il regime e reclamare il ripristino della democrazia ha spinto le forze di opposizione ad organizzare anche la cosiddetta “lunga marcia”, ispirata dalla “marcia del sale” del 1930 di Ghandi contro i colonizzatori britannici dell’India. L’esercito però ha bloccato sul nascere la possibilità di compiere questo percorso di 270 chilometri, da Labutta, nel delta del fiume Irrawaddy, a Yangon.
L’ondata repressiva di queste settimane è considerata la più forte degli ultimi 20 anni. Contrariamente a quanto accaduto in passato, il duro soffocamento delle proteste ha raggiunto le capitali di tutto il mondo, suscitando l’insolita attenzione della comunità internazionale. Alle rimostranze, sia pur deboli, delle diplomazie europee si sono aggiunte quelle più convinte degli Stati Uniti, che si stanno muovendo in più direzioni affinché il Myanmar sia isolato e sanzionato duramente per la completa intolleranza dimostrata nei confronti di ogni tipo di opposizione. Dal 19 agosto, data di inizio delle contestazioni, sarebbero finite in manette almeno 150 persone, che si aggiungono ai 1.185 prigionieri politici denunciati da Amnesty International per l’anno 2006. Come emerge dal rapporto 2007 pubblicato dall’organizzazione umanitaria la condizione in cui versano i detenuti ha assunto toni drammatici. Spesso arrestati senza mandato e privati del diritto di scegliere un legale, i prigionieri sono messi a dura prova dalle scarse condizioni igienico-sanitarie delle carceri e dall’assenza di cure necessarie, a cui si sommano il razionamento del cibo, le torture, i lavori coatti (secondo quanto riferito dalla Croce Rossa internazionale, i reclusi sarebbero talvolta impiegati anche in operazioni di sminamento). Le vicende di queste ultime settimane hanno determinato un ulteriore inasprimento delle pene: sono state infatti drasticamente ridotte le visite dei familiari e la possibilità di portare in carcere cibo e medicinali. Condannata a più riprese, perfino dalla Croce Rossa, le cui dure parole ricordano quelle utilizzate contro il genocidio del Ruanda nel 1994, la giunta non ha mai fatto marcia indietro. A testimoniarlo, il principio di “non interferenza” di cui i generali si sono ancora una volta serviti per rispondere alla proposta di creare un organismo di competenza dedito alla denuncia delle violazioni dei diritti umani (il tema è stato al centro del dibattito del quarantesimo congresso dei Paesi Asean svoltosi a Manila a fine luglio). Nell’ex Birmania però anche chi vive “in libertà” vede continuamente negati i propri diritti. Lavori forzati nelle campagne, violenze, stupri e omicidi, soprattutto contro le popolazioni che vivono al confine con la Thailandia, in particolare contro la minoranza etnica dei karen, sono all’ordine del giorno.
Un caso particolare è quello di Aung San Suu Kyi, che vive “obbligatoriamente” nella sua casa sul lago. Sessantuno anni, Premio Nobel per la pace nel 1991, Suu Kyi ha trascorso 11 degli ultimi 17 anni agli arresti domiciliari nella sua abitazione di Yangon, da quando, nel 1990, la Lega Nazionale per la Democrazia, di cui era leader, vinse le elezioni. Non le fu mai permesso di governare, l’esercito annullò i risultati delle consultazioni. Rimessa in libertà nel 1995, è stata nuovamente arrestata nel 2000, per poi essere liberata nel 2002 e ancora imprigionata nel 2003. A maggio il Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo (Spdc), ha stabilito di estendere la sua detenzione di un altro anno, suscitando ferma condanna da parte degli Stati Uniti e dell’Unione Europea. La “Lady”, come è soprannominata, non è autorizzata a ricevere visite, né può avere contatti telefonici. Il 19 giugno le è stata negata anche l’autorizzazione ad assistere alla cerimonia di commemorazione per l’assassinio del padre, il generale Aung San, eroe dell’indipendenza nazionale, ucciso in un attentato nel 1947. A nulla sono serviti i numerosi appelli per la sua liberazione, come quello sottoscritto a luglio da ben 59 leader mondiali. II segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, si è detto «profondamente rammaricato per la decisione del Governo di Myanmar». L’unica speranza è legata agli esiti, ancora in ombra, di una serie di colloqui che si sono svolti a Pechino nel mese di giugno tra Stati Uniti e Spdc e a cui hanno partecipato il vice segretario di Stato statunitense Eric John e tre ministri birmani.
Intanto, mentre in strada avanza la protesta in nome della democrazia, in una base a nord di Yangon, i vertici militari festeggiano la conclusione dei lavori della Conferenza nazionale deputata a stilare le linee guida per la nuova Costituzione birmana. Dopo quattordici anni di lavori, si è chiusa finalmente anche l’ultima sessione, svoltasi nella cittadina di Hmawbi e durata sei settimane. Sul tavolo delle trattative, a cui hanno partecipato 1000 delegati designati dal regime, sono state discusse le regole per la formazione dei partiti politici e per lo svolgimento di elezioni “libere e giuste”, le prime dopo quelle del 1990, vinte da Suu Kyi ma mai riconosciute dalle Forze Armate. La Conferenza è solo il primo dei sette obiettivi della road map verso la democrazia tracciata dai generali. Molti però i critici, e tra questi gli attivisti per i diritti umani e i membri della Nld, che esprimono dubbi e preoccupazioni su un progetto in atto che appare chiaramente indirizzato a calmare gli animi e a permettere alla giunta militare di riprendere il completo controllo di una situazione sociale che potrebbe sfuggire di mano. Il disegno di legge della nuova Costituzione prevede infatti un ruolo dominante per l’esercito nella politica, tramite una riserva del 25% dei seggi nel parlamento e dei più importanti dicasteri. Stabilisce inoltre la possibilità, per il capo delle forze armate, di dichiarare lo “stato d’emergenza” senza l’approvazione del governo, di sciogliere sia l’esecutivo, democraticamente eletto, che il Consiglio dei ministri, qualora passassero riforme invise ai generali.
(25 settembre 2007)