MYANMAR - L’Onu condanna il regime, l’Asia ci fa affari

Il regime militare birmano non dà segni di cedimento. Il potere assoluto esercitato dalla giunta alla guida dello stato asiatico, fin dai tempi del golpe di Ne Win, nel 1962, non è mai stato destabilizzato: neppure la caduta in disgrazia, a turno, dei suoi generali, Ne Win, Sein Lwin, Saw Mong e Khin Nyunt, ha minato le fondamenta di questa “prigione a cielo aperto”. Le manifestazioni anti-governative degli ultimi mesi e la crescente indignazione della comunità internazionale per la sanguinosa repressione messa in atto dagli ufficiali ai vertici sembrano però offrire al Paese una possibilità di cambiamento. La responsabilità del destino di cinquanta milioni di persone, che anche a prezzo della propria vita reclamano libertà e democrazia, è ora nelle mani dei più importanti attori mondiali, gli unici capaci di sottrarre l’ex Birmania al rigido e spietato controllo politico e sociale del regime.

Un primo passo è stato compiuto dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che dopo aver severamente condannato la condotta dei militari, responsabili di «pestaggi, uccisioni, detenzioni arbitrarie e scomparse forzose», ha approvato una risoluzione in cui esorta la giunta a liberare i detenuti arrestati durante le manifestazioni di protesta, nonché tutti i prigionieri politici, inclusa la leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi. I ministri degli Esteri dei paesi dell’Unione europea, lo scorso 15 ottobre, hanno invece deciso di adottare una serie di misure volte a colpire gli interessi personali dei generali e delle loro famiglie: estensione del blocco dei visti d’ingresso, congelamento dei loro beni all’estero e inasprimento dell’embargo sulle esportazioni di legnami, metalli e pietre preziose. I provvedimenti non riguardano però i settori dell’estrazione e della produzione di gas e petrolio, quelli cioè strategici per gli stati dell’Ue. Beaudee Zawmin, alto funzionario del governo birmano in esilio e vice direttore esecutivo dell’Euro-Burma Office a Bruxelles, ritiene che le sanzioni siano uno strumento di dubbia efficacia. Secondo Beaudee Zawmin bisogna piuttosto «impedire alle imprese europee di fare affari con la giunta» e «ritirare tutti gli investimenti già avviati».

Sulla scia dell’Unione europea si è mosso il Giappone che ha sospeso gli aiuti all’ex Birmania per 4,7 milioni di dollari. «Abbiamo bisogno di mostrare la posizione del governo giapponese – ha dichiarato il ministro degli Esteri, Masahiko Komura – non possiamo agire sostenendo a questo punto il governo militare». L’Australia ha invece annunciato sanzioni finanziarie contro gli ufficiali e i loro congiunti. Il ministro degli Esteri, Alexander Downer, ha fatto sapere che le misure saranno applicate a 418 individui, compreso il Capo del Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo, Than Shwe. «L’Australia ha esortato il regime birmano a lavorare verso una genuina riforma democratica e la riconciliazione nazionale e offrirà a tutti i cittadini birmani standard internazionali per i diritti umani», ha dichiarato Downer in una nota. A dover scegliere se sacrificare i propri interessi economici a sostegno di una condanna morale della repressione, è invece la Thailandia, il maggior partner commerciale del Myanmar. La sua forte dipendenza dalle risorse energetiche di Naypyidaw e la negoziazione di nuovi accordi tra i due paesi, rende poco probabile questa possibilità. La Thailandia ha un volume di affari con il suo vicino pari a circa 2,3 miliardi di euro: una sanzione nei confronti del regime militare avrebbe delle pesanti ripercussioni sugli equilibri interni di Bangkok. Anche l’Asean, di cui sia il Myanmar che la Thailandia sono membri, è troppo frammentata al suo interno per intraprendere azioni coordinate nei confronti della dittatura. Alcuni dei suoi membri continuano ad avere rapporti commerciali con l’ex Birmania, altri hanno proposto l’espulsione del Paese dall’Associazione.

La sorte del popolo birmano non prescinde però dalle decisioni dei due grandi colossi asiatici, la Cina e l’India, che in preda ad un dirompente sviluppo economico e ad ambiziose idee politiche hanno il potere di stravolgere gli attuali equilibri geopolitici dell’Asia e di rimettere in discussione l’ordine mondiale. Le loro esigenze economiche al momento sembrano prevalere sull’opportunità politica di favorire l’insediamento di un governo democratico a Naypyidaw. La Cina ha subito dichiarato la propria fedeltà al principio di «non ingerenza nelle questioni interne di altri Paesi», una linea diplomatica che lo stato asiatico sceglie ogni volta che si trova ad affrontare questioni in cui sono messe in discussione le sue relazioni con governi responsabili di atroci violazioni di diritti umani. Pechino si muove così sull’asse del compromesso: cerca, da una parte, di tutelare i propri interessi economici (l’import-export tra i due paesi ha un valore, nei soli primi sei mesi del 2007, di un miliardo e 110 milioni di dollari, con un incremento di quasi il 40% rispetto al 2006) e geopolitici (gli stretti rapporti tra i due stati garantiscono alla Cina l’accesso fino all’Oceano Indiano, permettendole, in caso di emergenza, di aggirare lo Stretto di Malacca), dall’altra, di non macchiare la sua immagine (soprattutto alla vigilia delle Olimpiadi 2008). A sostegno di questa posizione, la dichiarazione del viceministro degli Esteri cinese, Wang Yi, in occasione dell’incontro a Pechino con l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la Birmania, Ibrahim Gambari. La Cina, ha assicurato Yi, «continuerà a dare il supporto necessario alla mediazione Onu», ma ha anche aggiunto che vertice militare e movimento democratico devono risolvere la crisi «attraverso il dialogo» e non attraverso l’embargo. Una presa di posizione che conferma gli interessi del gigante asiatico per uno stato da sempre considerato fonte di risorse naturali e inserito nella schiera dei più fedeli alleati del Sud-Est dell’Asia.

A testimoniare l’importanza rivestita dall’ex Birmania, l’approvazione, lo scorso aprile, della costruzione di un gasdotto di 2.380 chilometri che dal porto birmano di Sittwe, nel Golfo del Bengala, raggiungerà la capitale del sudoccidentale Yunnan, Kunming, per portare, nei prossimi 30 anni, 170 miliardi di metri cubi di gas dal Medio Oriente senza passare per lo Stretto di Malacca. A far concorrenza alla Cina c’è l’India che ormai da anni adotta la politica del no comment. La grande disponibilità di gas naturale (circa 2.500 miliardi di metri cubi), pari all’1,4% delle riserve mondiali e l’assenza di capitali e di infrastrutture per l’estrazione e la diffusione rendono appetibile “l’amicizia” con la giunta. New Delhi, che già a partire dagli anni Novanta invia in Myanmar tecnici e ingegneri, detiene il 30% delle azioni in diverse piattaforme di estrazione off-shore e progetta da tempo la costruzione di un gasdotto di 950 chilometri attraverso il Bangladesh. Lo scorso primo maggio Iftekhar Ahmed Chowdhury, portavoce del ministro degli Esteri bengalese, di ritorno dall’ex Birmania, ha rilanciato il progetto, dichiarando il suo Paese «disponibile a cercare un accordo» per il gasdotto, dal costo previsto di un miliardo di dollari. Si stima che l’India pagherà al Bangladesh 100-120 milioni di dollari annuali per i diritti di passaggio. Nonostante i comuni interessi nel settore dell’energia in Myanmar, i due giganti asiatici hanno però compiuto scelte diverse nei confronti dell’attuale situazione di crisi. Nuova Delhi, contrariamente a Pechino, ha deciso di appoggiare la risoluzione del Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani che chiede la liberazione di Daw Aung San Suu Kyi (nella foto).

Giovanna Sfragasso
(5 dicembre 2007)

HOME

SEGNALA AD UN AMICO