Giovanna Sfragasso
MALESIA - Si rompe l’equilibrio tra le etnie, un nuovo partito vuole approfittarne
C’è un nuovo partito nell’agone politico malese. Si chiama Pakatan Rakyat, Patto del Popolo, ed è nato dall’unione tra il Partito di Azione Democratica (Dap), il Partito della Giustizia del Popolo (Pkr) e il Partito Islamico del Pas, per provare a diventare una valida alternativa all’attuale coalizione al governo, oggi colpita da una profonda crisi di consensi. Guidato da Anwar Ibrahim, il nuovo schieramento politico è costituito dalle tre forze d’opposizione che alle elezioni parlamentari dello scorso 8 marzo hanno ottenuto un numero record di seggi, riuscendo a conquistare, nelle amministrative, cinque dei dodici Stati della Federazione: Kelantan, Kedah, Penang, Perak e Selangor. Il risultato di questa consultazione elettorale è stato definito storico, poiché ha inflitto un colpo senza precedenti alla coalizione del Fronte Nazionale (Barisan Nasional), guidata dal partito Umno (United Malays National Organization) a capo del Paese da cinquant’anni.
Il Bn del premier Abdullah Ahmad Badawi non ha ottenuto, per la prima volta dal 1969, la maggioranza dei due terzi in Parlamento, quella cioè che consente eventuali cambiamenti costituzionali, limitandosi a una “maggioranza semplice”, 139 seggi su 222. Un’inversione di tendenza rispetto alle elezioni del 2004, quando con il 64% dei suffragi e la maggioranza qualificata in Parlamento, il Barisan Nasional ha trionfato in tutti gli stati della Federazione, tranne che nel Kelantan, dove ha riportato vittoria il partito dei fondamentalisti islamici. Per il Fronte Nazionale, però, la più grande disfatta è stata la perdita dell’isola di Penang, il cuore pulsante della Malaysia, una delle aree più industrializzate del Paese. A ottenere il miglior risultato contro i palazzi del potere di Kuala Lampur è stata la formazione liberale cinese del Dap; nell’Assemblea legislativa di Penang l’opposizione ha ottenuto, complessivamente, 29 seggi su 40.
L’attuale quadro politico non potrà che incidere sui risvolti geopolitici della regione. La Malaysia, nelle intenzioni della coalizione al potere, ha tutte le carte in regola per trasformarsi in una sorta di base energetica del sud-est asiatico. Nel 2007, grazie ad un contratto di 7 milioni di dollari, siglato in accordo con società saudite e indonesiane, il governo di Kuala Lampur si è impegnato nella realizzazione di una pipeline che, attraversando il nord della Malaysia ed il sud della Thailandia, dovrebbe ridurre del 20% il traffico marittimo dello Stretto di Malacca. Se il progetto dovesse essere portato a termine l’opposizione non rinuncerà alla possibilità di partecipare alla sua gestione, visto buona parte del tracciato attraverserà gli Stati appena conquistati dal Patto del Popolo. La questione desta forti preoccupazioni nel Fronte Nazionale: per la nuova formazione di Anwar Ibrahim la realizzazione dell’opera rappresenta un primo concreto attacco contro l’ormai consolidata base economica del potere politico del Barisan Nasional.
L’egemonia del partito di maggioranza, garantita negli ultimi trent’anni dal controllo quasi totale del sistema dell’informazione e del sistema amministrativo e burocratico nazionale, è stata però messa in discussione già da tempo, a partire cioè dal dissolversi dell’equilibrio tra le tre grandi comunità etniche del Paese: malay, maggioritaria e di religione musulmana, cinese, buddista e confuciana, tradizionalmente rappresentata dalla borghesia mercantile nazionale, e indiana-tamil, di religione indù. Le disuguaglianze e le contraddizioni emerse all’interno di questa società multietnica hanno generato un forte malcontento popolare: accanto ai malay, gli unici ad essere favoriti dalla Nuova politica economica imposta dall’Umno (Nap), ci sono sia gli indiani, continuamente soggetti a discriminazioni, che i cinesi, economicamente forti ma esclusi dai vertici della politica e della pubblica amministrazione. Al disagio esplicitamente dichiarato da queste due etnie, si sommano l’acceso dibattito sul ruolo della religione e della giustizia, gli episodi di corruzione e gli scandali che hanno coinvolto Abdullah Ahmad Badawi e i suoi ministri, tutte questioni che spingono cinesi ed indiani a nuove mobilitazioni e contestazioni antigovernative.
(24 aprile 2008)