INDONESIA - La polveriera del Pacifico

L’autobomba che a settembre ha provocato la morte di undici persone nei pressi della sede dell’ambasciata australiana a Jakarta ha riportato ancora una volta alla ribalta dei media occidentali la grave minaccia del terrorismo islamista in Indonesia. L’attacco rivendicato su internet dal gruppo radicale Jemaah Islamiyah, è l’ultimo di una lunga serie che ha insanguinato il paese asiatico, considerato già all'indomani della guerra in Afghanistan una possibile nuova sede operativa del network di al Qaeda.

Jakarta da tempo collabora alle attività antiterroristiche, arrestando sul proprio territorio cittadini stranieri sospetti, evitando però di colpire i militanti locali nel timore di esacerbare i problemi religiosi interni. Il paese, infatti, è turbato da una serie di conflitti che hanno radici etniche accompagnate da motivazioni religiose e politiche. Nell’arcipelago delle Molucche e nel Kalimantan occidentale sono in corso guerre di religione tra musulmani e cristiani, che finora hanno provocato migliaia di morti e centinaia di migliaia di fuorusciti. Movimenti separatisti sono molto attivi in altre due regioni dell’Indonesia: nell’Irian Jaya, la parte occidentale della Nuova Guinea e nell’Aceh, l’area più settentrionale dell’isola di Sumatra. A differenza di altre zone del mondo, manca una forte organizzazione internazionale regionale in grado di gestire conflitti transfrontalieri, nonostante la presenza dell’Asean (Associazione delle nazioni del sud-est asiatico), ancora troppo debole per essere considerata un fattore di stabilità.

Il 12 ottobre 2002 duecentodue persone, per la maggior parte cittadini australiani, sono morte nell’isola di Bali, vittime dell’attacco terroristico al Sari Club di Kuta Beach. Bali è un importante centro turistico e i circa tre milioni di abitanti sono di religione induista, una delle minoranze religiose del paese. Fino a quel momento l’isola era rimasta relativamente immune dagli scontri che hanno sconvolto l’Indonesia a partire dal 1998, anno che ha sancito la fine della lunga dittatura militare di Suharto. Un altro sanguinoso attentato è avvenuto il 5 agosto 2003 a Jakarta. In quell’occasione un estremista islamico di 28 anni, Asmar Latin San, al volante di un furgone-bomba si è scagliato contro l’entrata dell’Hotel Marriott della capitale, causando il decesso di diciassette civili.

Gli Stati Uniti e altri paesi ritengono che entrambi gli attacchi siano opera della rete terroristica di Osama bin Laden, con la collaborazione di strutture d'appoggio locali. In particolare, è considerato responsabile il gruppo di Jemaah Islamiyah, anche se dal carcere il suo leader, Abu Bakar Bashir, ha smentito il coinvolgimento dell’organizzazione negli attentati terroristici. Pochi giorni dopo l’attacco il Sydney Morning Herald ha riportato una notizia, basata su informazioni riservate ricevute da un agente dell’intelligence locale, per cui il giovane integralista era membro di un commando scelto suicida, attivo nella capitale dell’Indonesia, il Laskar Khos che in arabo significa "Forza Speciale". Quest’ultima capeggiata da Zulkarnaen, ben noto all’antiterrorismo d’oltreoceano, conterebbe su di una quindicina di attivisti pronti a sferrare attacchi suicidi. Secondo il quotidiano australiano, il commando farebbe parte integrante dell’apparato di Jemaah Islamiyah. Stando ad un rapporto della Cia, stilato sulla base di segnalazioni degli 007 locali, dopo un primo momento di smarrimento dovuto all’arresto di Hambali (catturato l’11 agosto 2003 in Thailandia e considerato il punto di riferimento di bin Laden nel sud-est asiatico), al Qaeda avrebbe ricostruito un nuovo vertice operativo nell’area, affidato a tre estremisti della cellula indonesiana che sarebbero pronti ad una nuova campagna di attentati contro obiettivi occidentali. Secondo quanto riportato nel documento, i successori di Hambali sarebbero stati identificati dall’antiterrorismo come Zulkarnaen, il già menzionato capo del Laskar Khos; Azahari bin Husin, noto come “Dottor Azahari”, ricercato da tempo e segnalato di recente in Malaysia; Dulmatin, un indonesiano che viene ritenuto la persona che innescò l’esplosivo per l’attentato di Bali. La Jemaah Islamiyah è da tempo al centro delle indagini. Il gruppo è stato accusato di attacchi contro le ambasciate statunitense, britannica e australiana a Singapore, dove sono stati arrestati diversi presunti militanti, mentre altri sono stati fermati in Malaysia. L’organizzazione radicale si prefigge la formazione di uno Stato islamico nel sud-est asiatico che comprenda Malaysia, Indonesia, Singapore e l’isola di Mindanao, nelle Filippine meridionali. Molti militanti della Jemaah Islamiyah, sono stati addestrati in Afghanistan durante il periodo dei taliban ed alcuni di loro hanno preso parte agli scontri religiosi nelle isole Molucche.

L’ex-tigre asiatica ha visto l’alimentazione dell’anti-americanismo crescere dopo la crisi finanziaria del 1997, con corpose manifestazioni che sono andate avanti anche dopo gli attacchi dell'11 settembre. Questi sentimenti sono facilmente compatibili con quelli anti-cinesi, poiché questi ultimi controllano in Indonesia la maggior parte della ricchezza nazionale. Tutto ciò non fa altro che lasciare campo libero ad un rigurgito nazionalista che diverrebbe il focolaio del radicalismo, in grado di forzare nuovi divieti. Gli ultimi attentati hanno sicuramente spaventato i turisti che da decenni sono la fortuna del paese ed hanno messo in guardia gli uomini d’affari che solo di recente erano tornati ad aver fiducia nel mercato indonesiano. Inoltre la produzione di petrolio potrebbe essere minacciata, aumentando la dipendenza dell’Asia dal greggio mediorientale.

Così gli interessi americani e cinesi viaggiano paralleli a quelli di Jakarta. Pechino ha un tallone di Achille: l’immigrazione indonesiana. Molti di coloro che sono volati verso la capitale cinese durante il giro di vite degli anni sessanta e quelli che sono rimasti, hanno stretto legami (anche parentali) con la Cina. Pechino non spera di vederli linciati, come è invece successo nella crisi finanziaria del 1997, e non desidera vedere il petrolio indonesiano in pericolo, poiché ovviamente l’oro nero è un'importante fonte di energia. Allo stesso modo, gli americani non vogliono assistere al depotenziamento e ad una possibile balcanizzazione dell’Indonesia, che potrebbe portare onde destabilizzanti in tutta l’Asia e propagarsi in Malaysia e a Singapore. Sia la Cina che gli Stati Uniti hanno interesse a calmare la regione. Poiché il governo civile di Jakarta si è già dimostrato poco forte negli ultimi anni, i militari troppo ambiziosi e i militanti islamici molto attivi, tutti gli ingredienti sono sul piatto per provocare un’esplosione.

La prima misura “tappabuchi” dovrebbe arrivare dall’economia, che deve accelerare il passo per una risalita, in modo da riassorbire anche un po’ di disoccupati, che potrebbero foraggiare il terrorismo. L’economia mondiale, però, porta ancora marcati i segni di una profonda crisi e pochi paesi sono nella posizione di poter dare all’Indonesia le decine di milioni di dollari di cui avrebbe bisogno. Tanto che molti investitori hanno lasciato il paese. In questa situazione l’Indonesia potrebbe facilmente diventare un problema più grande dell’Iraq, anche perché ha dimensioni molto più estese e si trova in una parte del mondo più sensibile. È impossibile pensare che tali fattori non influenzeranno le linee guida della politica estera americana dopo le elezioni, anche se adesso è difficile capire che impatto avranno. Forse potrebbero fare dell’Indonesia il buco nero della prossima generazione ed un porto sicuro per il terrorismo.

Marco Cochi
(15 novembre 2004)

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