Stefano Pelaggi
CAMBOGIA - Inizia il processo ai Khmer Rossi
In questi giorni in Cambogia si sta svolgendo un importante processo ai crimini di guerra commessi dai Khmer rossi. È il processo a Kang Kek Ieu, noto come Duch: il responsabile della tristemente famosa prigione di Tuol Sleng durante il governo di Pol Pot. Anche Khieu Samphan e Leng Sary che furono rispettivamente Capo di stato e Ministro degli esteri dei Khmer Rossi sono stati recentemente accusati di crimini di guerra e contro l’umanità. La moglie di Sary, Leng Thirith che ricopriva la carica di Ministro degli affari sociali ed il vice di Pol Pot, Nuon Chea, si trovano ad affrontare il processo che si terrà nell’Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia. L’importanza simbolica è notevole: ci troviamo di fronte al primo vero processo in Cambogia contro i Khmer Rossi e per la prima volta un personaggio noto appare davanti alla corte. Centinaia di cittadini si sono messi in fila sin dall’alba per un posto in tribunale e tutti i quotidiani hanno messo in prima pagina la notizia. Sembra veramente che sia giunto il tempo per la Cambogia e i cambogiani di riaprire un dolorosa e recente ferita.
Il tribunale è il frutto di cinque anni di trattative tra lo stato asiatico e le Nazioni Unite ed è presieduto da diciassette giudici cambogiani e tredici da paesi stranieri. La composizione della giuria è il risultato di un braccio di ferro tra il governo di Phnom Pehn e le Nazioni Unite; nonostante la maggioranza dei giudici sia cambogiana ogni decisione potrà essere presa solo con il voto di almeno un giudice internazionale. Fino ad ora nessun membro dei Khmer Rossi è stato processato. Pol Pot è morto nel 1998 dopo aver passato la maggior parte degli anni ottanta in una base militare in Thailandia, continuando ad esercitare il suo potere e mantenendo stabile il suo controllo sulla nazione. Gli altri responsabili sono morti di vecchiaia o sono ancora in libertà e nel passato dell’attuale premier Hun Sen, che governa ininterrottamente dal 1985, c’è anche l’appartenenza ai Khmer Rossi, prima di diventarne oppositore. Il paese è ancora uno dei più poveri al mondo e dipende in gran parte dagli aiuti internazionali nonostante i grandi introiti che l’industria del turismo sta generando. Le mine antiuomo uccidono centinaia di persone all’anno, l’Hiv si sta diffondendo con un rapidità preoccupante e ci sono depositi di armi sepolti in tutto il paese.
Molto rimane comunque ancora da dire sui crimini dei Khmer Rossi. Chomsky a suo tempo avanzò la tesi che una parte consistente dei morti attribuiti al governo di Pol Pot furono in realtà vittime della fame e degli stenti causati dalla guerra. Il linguista americano desiderava così porre l’accento sulla grande importanza mediatica dedicata alla tragedia cambogiana rispetto ad altri eventi della stessa intensità (Timor Est il primo esempio) che però vedevano protagonisti gli Usa e l’Indonesia. Il termine genocidio è stato generalmente accettato perché difficilmente si poteva esprimere diversamente il dramma vissuto dal popolo cambogiano. Già nel 1979 il campo di Tuol Sleng fu trasformato dai vietnamiti in un museo (nella foto, a cura dell’autore) per attirare l’attenzione sui crimini commessi, in tempo record considerando che dopo quasi trent’anni che la ricostruzione del paese non è ancora iniziata. La responsabilità degli Stati Uniti nella presa di potere e nel mantenimento dello stesso da parte dei Khmer Rossi, funzionale all’equilibrio in chiave anti-vietnamita, è innegabile. In realtà poi l’accusa di genocidio che permette un processo internazionale è solo in parte giustificata, in quanto la furia omicida dei Khmer Rossi non era diretta ad un determinato gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso ma alla nazione tutta. Lo scopo era chiaramente di ridurre in schiavitù un’intera nazione, per “tornare alla purezza del chicco di riso”, perché per tornare alla gloria di Angkor bisognava affondare quella città marcia e corrotta. La città ora è esattamente come la descriveva Pol Pot, i flussi di denaro generati dagli aiuti internazionali e dal turismo finiscono quasi interamente nei conti in banca dei politici. L’attuale governo ha praticamente minimizzato la democrazia parlamentare con il colpo di stato del 1997, quasi tutti i membri della giunta hanno militato nelle file dei Khmer Rossi e nessuno ha mai ripudiato il suo passato. Un fatto di cronaca di qualche anno fa ben descrive la situazione a Phnom Pehn: la moglie del primo ministro fu accusata di aver fatto gettare dell’acido in faccia all’amante del marito. Dopo la morte della donna e la denuncia di un settimanale francese nessuno si occupò di aprire un’indagine.
Il paese figura, secondo un rapporto della Banca mondiale, tra i più corrotti al mondo e il gabinetto di Hun Sen conta ben 330 persone tra ministri, segretari di Stato e sottosegretari. Nonostante i tanti appelli internazionali, nessuno è mai stato condannato per corruzione. Neanche la monarchia cambogiana è esente da colpe, si è alleata per ben due volte con Pol Pot anche quando, nel 1980, i suoi crimini erano ormai conosciuti da tutti. La spirale di suicidio e autodistruzione innestata dai Khmer Rossi sembra non essere esaurita, le ragioni sono molteplici ma per lo più affondano nel carattere dei cambogiani e nella loro convinzione, radicata dall’osservazione della vita politica, per cui la legge sia quello che dice chi detiene il potere. Una convinzione che non può essere certo smentita dalla politica attuata da Hun Sen. E neanche da un tribunale attraverso cui indirettamente tutti gli stati del mondo continuano a finanziare un governo malato, né dalla gestione di aiuti internazionali che non hanno creato nessun tipo di maturazione di mercato. La speranza risiede negli sguardi dei cambogiani in fila per assistere al processo dei carnefici di un intero popolo e nella capacità di sopportazione e di recupero che hanno dimostrato nella loro storia recente. La Cambogia oggi dipende pesantemente dagli aiuti internazionali, bisogna fare pressione su questa leva per esigere una graduale riforma dell’apparato giudiziario e politico.
(20 dicembre 2007)