Il problema dell’approvvigionamento in Italia e la via energetica con la Russia

Il presidente del Tar del Lazio ha accolto con decreto l’istanza della Regione Puglia per l’annullamento, previa sospensione, delle note del Ministero dell’Ambiente con le quali veniva dichiarata pienamente ottemperata la prescrizione A.44 riferita alla cosiddetta fase 0 dei lavori, autorizzando TAP all’espianto degli ulivi nell’area del cantiere di Melendugno. Il Tar ha sospeso l’efficacia dei provvedimenti in attesa della discussione dell’istanza cautelare fissata per il 19 aprile.

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Tale fatto di cronaca è solo uno dei tanti che riporta alla luce il problema dell’approvvigionamento in Italia. Partendo da questo siamo spinti a fare diverse considerazioni.

L’Italia importa circa l’80% dell’energia utilizzata e oltre il 90% di quella prodotta dai fossili che, nella maggior parte dei casi, proviene da Paesi ad alto rischio geopolitico (Russia, Libia ed Algeria per il gas e vari Paesi del medio oriente per il petrolio) e che dunque, non consentono certezza nell’approvvigionamento. Oggi soltanto la Norvegia, come paese esportatore verso l’Italia è rappresentativo di una sicurezza e stabilità politica quindi economica in tema di esportazioni.

Investire nello sviluppo di reti di trasporto tra stati potrebbe essere significativo in quanto creerebbe una interconnessione tra i Paesi stessi, i quali sarebbero legati da interessi comuni di crescita e benessere per l’ambiente e la propria gente. La complessità della rete potrebbe essere un mezzo per garantire il dialogo e dunque la stabilità degli stati, non essere motivo di conflitto e divisioni come quanto successo tra Ucraina e Russia nel 2006.

In secondo luogo, si considera importante per gli usi civili investire sul gas metano come strumento di sviluppo dell’auto-trazione che oggi non ha ancora raggiunto una significativa diffusione nel mercato italiano. Basti pensare che in una regione come il Friuli Venezia Giulia gli impianti di distribuzione si contano su una mano.

In un sistema paese sempre più ingessato che in questi ultimi anni lo hanno visto succube di diversi e continui interrogativi (interrogatori) e pressioni sulle future scelte nell’ambito energetico si è deciso di dire no. Si è deciso di dire no ai rigassificatori, no alle trivelle, no al Tap senza proporre delle alternative valide da porre sul tavolo di discussione.

Una presa di posizione che denota disinformazione e (forse) mal informazione e sfocia in un atteggiamento di protesta e opposizione.

Come alternativa possibile si viaggia verso l’utilizzo totale delle rinnovabili le quali però, come sappiamo, non garantiscono la necessaria autonomia e sicurezza nella continuità degli approvvigionamenti per gli utilizzi civili, commerciali, sociali e industriali. Nel frattempo?

Questo atteggiamento di chiusura risulta essere rischioso poiché porta ad incoerenza come nel caso delle trivelle nell’Adriatico. Noi abbiamo deciso per il no, ma nel frattempo la Croazia continua l’estrazione.

Concludendo, si dovrà pertanto uscire dalle contraddizioni ideologiche e logistiche che purtroppo caratterizzano invece il dibattito su questi argomenti con posizioni spesso fuorvianti e contraddittorie. Evitare inutili battaglie di competenza e superare i conflitti, individuando obiettivi comuni che definendo una politica energetica che possa favorire la ripresa economica del nostro Paese.