Marco Giuli
PRIMO PIANO - Mar Baltico, la geopolitica corre sui gasdotti
L’8 settembre 2005, in occasione di un vertice fra il Cancelliere tedesco Schröder e il Presidente russo Putin, il colosso energetico russo Gazprom e una cordata teutonica composta da Eon e Wintershall (controllata del gigante della chimica Basf) hanno sottoscritto un accordo per la creazione di un gasdotto sottomarino finanziato al 51% dai russi e al 25% dai tedeschi. L’opera collegherà il terminale baltico russo di Vyborg allo scalo di Greifswald, nell’ex Ddr, portando direttamente in Germania il gas degli immensi giacimenti della penisola di Jamal’: 1200 km di condutture, con una capacità di 20 miliardi di metri cubi all’anno, che potrebbero essere innalzata fino a 55. I lavori dovrebbero concludersi entro il 2010, per una spesa che si aggirerà sui 4,6 miliardi di euro, ma la vicenda ha sollevato dure polemiche interne alla Ue.
La Germania della coalizione rosso-verde si è sempre voluta presentare come il più affidabile alleato della Russia di Putin, non tanto per quel che concerne le pipeline quanto per la forte interdipendenza commerciale fra i due paesi, che ha portato Berlino ad una complessiva comunanza di vedute con Mosca sulle più disparate questioni di politica internazionale, prima fra tutte la guerra in Iraq. Anche nei momenti di più aspra tensione euro-russa, sulla gestione della questione cecena, al regime dei visti, alle comunicazioni con l’enclave di Kaliningrad, alle relazioni fra Mosca e i nuovi membri Ue, ed alla Rivoluzione Arancione in Ucraina, la Germania ha mantenuto un atteggiamento morbido se non latitante. Importante, in tal senso, il ruolo dei crescenti interessi energetici franco-tedeschi in Asia Centrale, che hanno indotto molti analisti a parlare di un vero e proprio triangolo strategico Mosca-Berlino-Parigi. L’accordo sul gasdotto potrebbe apparire come l’ultima mossa sulla scena internazionale di Gerard Schröder, interessato a mantenere un legame strategico fra Germania e Russia in vista di una vittoria elettorale dei democristiani. Al momento dell’accordo, infatti, il vantaggio del centro-destra nei sondaggi appariva molto più netto di quanto è poi emerso dalle urne, ed il candidato premier Angela Merkel aveva più volte dichiarato di voler mutare la collocazione geopolitica tedesca in senso filoatlantista, stabilendo al contempo un dialogo preferenziale con Varsavia, che avrebbe creato qualche malumore al Cremlino.
I rilievi più critici sull’accordo sono venuti proprio dalla Polonia, il cui Presidente uscente Kwasnewski ha accusato la Germania di agire in modo difforme rispetto all’interesse europeo. Il governo di Varsavia, del resto, ha sempre cercato di spingere l’Ue verso una politica energetica più aggressiva, tesa a sottrarre a Mosca il controllo dei flussi di idrocarburi verso il Vecchio Continente, deplorando la muscolare azione di Gazprom in Europa Orientale, consentita dal russocentrismo del panorama post-sovietico. Il gigante gasifero russo, guidato da Aleksej Miller e saldamente controllato dal Cremlino (dopo la joint-venture con la compagnia di Stato Rosneft nelle mani di Igor Sechin, fedelissimo di Putin, la quota del tesoro in Gazprom è salita al 50% circa), con massicci investimenti e ricorrendo alla corruzione di funzionari e politici locali, si è infatti assicurato il controllo di quote crescenti delle ex compagnie petrolifere di Stato (ad esempio in Slovacchia e Lituania) sfruttando paradossalmente proprio le privatizzazioni imposte dalla Ue. In particolare, l’azione polacca a favore della Rivoluzione Arancione si giustificava anche con la necessità di spingere l’Europa a investire nel prolungamento verso Plock dell’oleodotto ucraino Odessa-Brody, che avrebbe consentito al petrolio azero e kazako di raggiungere l’Europa senza passare per la Russia, con un enorme guadagno strategico da parte di Polonia e Ucraina in termini di indipendenza energetica e rendite da trasporto. Inoltre Varsavia ha visto improvvisamente cancellare il progetto Amber, in base al quale Gazprom avrebbe costruito un gasdotto da Murmansk alla Polonia via Repubbliche Baltiche.
In ogni caso la Polonia, bypassata dal Vyborg-Greifswald, non è l’unica a preoccuparsi della partnership energetica russo-tedesca: l’accordo sul gasdotto baltico si inserisce in un contesto di progressivo disimpegno dei maggiori Stati europei dallo scacchiere ucraino: proprio Jushchenko è infatti l’altro grande sconfitto di questa partita. La preoccupazione di Kiev deriva dal fatto che un’Europa che torni a guardare a Mosca nella sua strategia energetica possa rendere ormai inutile l’estenuante sforzo dello Stato ucraino e di Ukrtransnafta per completare l’Odessa-Brody, il cui costo complessivo in caso di mancato prolungamento verso Plock potrebbe non essere più ammortizzato. Allo stesso tempo proprio questo timore, oltre alle note divergenze sulla strategie di politica economica ed estera e sulla corruzione, ha indotto lo stesso leader “arancione” ad abbandonare il premier Tymoshenko, assumendo al contempo toni più concilianti verso la Russia, i cui petrolieri hanno dimostrato di poter influire a piacimento sull’inflazione ucraina.
In effetti, il progressivo disinteresse europeo per il condotto Odessa-Brody-Plock è oggi sempre più evidente, così come gli infiniti ostacoli sorti sui progetti dei corridoi balcanici Varna-Valona o Burgas-Alexandropolis. Viene dunque da chiedersi se l’Europa abbia realmente intenzione di liberarsi dalla dipendenza energetica da Mosca. Una domanda che trova solamente risposte ambigue e scarsamente condivise. La politica dell’Unione riguardo l’Ucraina è stata e rimane decisamente contraddittoria, e le divergenze sorte negli ultimi mesi fra Polonia e Germania testimoniano che una strategia energetica comune è del tutto assente fra i Venticinque. Una situazione a tutto vantaggio di Putin, che in ogni momento ha la possibilità di sfogare la sua irritazione verso gli ex-satelliti usando la leva energetica. E se da un lato sarebbe opportuno arginare le roboanti e inutili provocazioni polacche nei confronti del Cremlino, dall’altro non si può pensare di continuare a condividere con Gazprom l’influenza politica sui nuovi membri Ue, garantita da un tasso medio di dipendenza energetica che in questi raggiunge il 73% del fabbisogno totale. Troppo per una Europa che vuole essere potenza mondiale.
(21 ottobre 2005)