PRIMO PIANO - La rivolta in Tibet tra Usa, Cina e Iran

Lunedì 10 marzo 2008, giorno del 49° anniversario dell’insurrezione tibetana del 1959 contro il governo cinese, Radio Free Asia (con sede a Washington) ha dato la notizia della marcia di protesta di monaci a Lhasa, sottolineando, per mezzo di fonti anonime, l’arresto di alcuni di loro da parte delle forze del governo cinese. Il 14 marzo la protesta si è estesa prima a varie zone della capitale e poi nelle vicine provincie dello Sichuan, Qinghai e Gansu. A Lhasa, piccoli gruppi di facinorosi tibetani hanno aggredito indiscriminatamente i cinesi di etnia han, distruggendo e bruciando macchine e più di cento negozi. La retorica occidentale e le analisi culturaliste hanno oscurato, tuttavia, la valenza geopolitica dei fatti: nel giro di poche ore la notizia della rivolta dei tibetani contro i cinesi residenti a Lhasa ha subito una metamorfosi politica. Malgrado la mancanza di prove dirette e senza riflettere sui fatti conosciuti si è immediatamente parlato di “repressione del governo cinese in Tibet”, con veloci appelli al boicottaggio delle Olimpiadi e successive manifestazioni per fermare il giro del tedoforo. Così, con un’ormai consueta strategia di disinformazione globale, le notizie sono state usate per una strumentalizzazione politica (occidentale) che ha fatto leva sui pregiudizi anticinesi diffusi nelle nostre società.

Cercando notizie della sedicente repressione cinese sulla Bbc, Economist Asiatimes e altri importanti network d’informazione internazionali, non si trova infatti alcunché di circostanziato al di là dell’aggressione ai cinesi. Anzi, proprio alcuni importanti network internazionali sono incappati in grossolani errori fattuali, subito denunciati da Pechino, che ha ricevuto le scuse formali dei media incriminati. Nel frattempo, i candidati alle presidenziali americane hanno mostrato tutta l’omogeneità della “alta politica” della potenza dominante: John MacCain, Hilary Clinton e Barac Obama hanno seguito tutti e tre lo stesso copione, che prevedeva la dura condanna nei confronti del Governo cinese, senza far niente per aiutare a comprendere l’importanza delle complesse e mutevoli relazioni fra gli Usa e la Cina. Nessuno ha visto, tutti ci hanno creduto. La storica questione del Tibet, regione autonoma cinese, ha radici profonde e riguarda un problema politico-culturale in cui interviene una complessa combinazione di fattori identitari e di rivendicazioni d’autonomia e secessione. Una storia che, in una certa misura, lega tutti i movimenti autonomisti e/o separatisti in giro per il mondo, Europa compresa, ieri come oggi. Ciascuno con le loro ragioni. Ma anche il supporto finanziario e militare degli Usa alla causa tibetana, per mezzo della Cia, ha radici profonde e risale agli anni cinquanta e sessanta. Al di là dell’uso politico dell’informazione, i fatti tibetani rientrano dunque a pieno titolo nelle dinamiche politiche internazionali e richiedono una maggiore riflessione da parte dell’Occidente, la cui recessione economica è stata fino a oggi scongiurata grazie alla performance economica cinese (negli ultimi venti anni il 50% delle esportazioni mondiali e il 20% della produzione mondiale sono state garantite proprio da Pechino).

L’intervento dell’Esercito cinese ha rappresentato una reazione, criticabile ma legittima, finalizzata a sedare una rivolta scoppiata nel proprio territorio contro persone e simboli cinesi. Le ragioni di politica interna – la Cina ha problemi simili con i separatisti musulmani del Xinjiang e, in misura diversa, con Hong Kong e Taiwan – e di equilibrio internazionale esemplificano il diritto di un governo sovrano d’intervenire per questioni di “ordine pubblico” e di interesse nazionale nell’arginare focolai secessionisti. Non va dimenticato peraltro che il Tibet è un territorio con enormi giacimenti di materie prime minerarie (magnesio, potassio, uranio, litio, rame ecc.) e alcuni significativi giacimenti di petrolio, che tanto condizionano la politica economica mondiale come, nello specifico, l’espansione di Pechino nel mondo. È necessario pertanto avere uno sguardo meno miope sul Tibet e vedere dove si collocano gli interessi cinesi, le guerre occidentali e i suoi pregiudizi scoppiati con i fatti tibetani. Chi studia le dinamiche geopolitiche mondiali sa che la schizofrenia occidentale è legata all’esistenza di cambiamenti rivoluzionari in corso che legano la riorganizzazione spaziale del capitalismo globale (spostamento dei centri di accumulazione a Est) alla trasformazione della struttura della geografia energetica e, contestualmente, di quella finanziaria. E che il gioco competitivo-strategico fra Washington e Pechino abbraccia tutto il mondo ed è dietro ciò che avviene tanto in Tibet quanto in Iran, Asia Centrale e così via. La connessione fra petrolio e moneta costituisce il perno intorno cui ruota la dinamica di ascesa e declino delle grandi potenze. Il valore monetario delle riserve petrolifere mondiali è ad esempio – secondo i calcoli della Morgan Stanley – superiore alla capitalizzazione dell’intero sistema finanziario globale (azioni, obbligazioni e riserve valutarie). Peraltro, gli introiti crescenti dei Paesi produttori di petrolio, sempre più vicini alla Cina, sono e saranno investiti in modo crescente nella costruzione di infrastrutture in Asia, Africa e America Latina (il 10%) e nei fondi sovrani asiatici (90%); cioè strumenti finanziari di politica economica in continua espansione. E in queste dinamiche la Cina gioca un ruolo da superprotagonista. Pechino ha le più grandi riserve in valuta estera del mondo, ha già iniziato, seppure gradualmente, a diversificarle per ridurre l’impatto della svalutazione del dollaro, ha comprato quote significative delle più importanti holding finanziarie americane/globali, come la Morgan Stanley, la Blackstone, la CityGroup, così come fanno altri attori politici mediorientali e asiatici, ed è il principale attore asiatico capace di connettere le varie regioni strategiche del continente, attraverso accordi bi-multilaterali con la Russia, l’India, il Pakistan, le Repubbliche Centro-asiatiche, l’Arabia Saudita e l’Iran, muovendosi con pragmatismo e originalità politico-economica tra gli amici/nemici di Washington. Gli Usa d’altro canto vanno avanti con la loro strategia unilaterale di espansione della Nato a est, realizzazione degli scudi antimissili in Europa e in Asia, controllo dell’Afghanistan e del Pakistan al confine con la Cina, permanenza in Iraq e depotenziamento dell’Iran.

Questo è lo scenario in movimento in Asia e nel mondo, in cui le tensioni strategiche aumentano poiché la Cina sta chiaramente minando, con la sua proiezione internazionale, l’egemonia americana. L’azione cinese nel mondo è finalizzata a conseguire scopi strategici e geopolitici (resi possibili dalle spinte capitalistiche), che stanno infatti alterando il rapporto fra l’Oecd e l’Opec e per questa via il sistema monetario internazionale, incentrato sul sottosistema dei petrodollari. Il controllo politico occidentale della relazione circolare fra energia-moneta-finanza è dunque in profonda trasformazione. Le critiche dell’Occidente alla Cina per i fatti tibetani, prima delle Olimpiadi, esprimono secondo questa prospettiva la volontà di rallentare il concreto avanzamento del Beijing consensus in Asia, Africa e America del Sud. Un tassello tra i tanti, insomma, che si lega all’attacco sferrato dagli Usa contro l’Iran il 20 marzo scorso. «A day of infamy», secondo John McGlynn, in cui il Financial Crimes Enforcement Network (FinCen) – un’unità del dipartimento del tesoro degli Usa – ha lanciato un comunicato alle istituzioni finanziarie di tutto il mondo, ricordando alla comunità internazionale che la Risoluzione 1803 del 3 marzo 2008 del Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite «chiama tutti i gli Stati membri a esercitare la vigilanza nei propri territori sulle attività che le varie istituzioni finanziarie hanno intrapreso con tutte le banche domiciliate in Iran e le loro filiali». Gli Usa, tramite il FinCen, hanno affermano poi che tutte le banche del mondo «devono prendere in considerazione il rischio che emerge dalle carenze del sistema iraniano nelle attività anti-riciclaggio e anti-terrorismo», suggerendo infine di applicare tutte le sanzioni internazionali e americane relativamente a ogni possibile transizione effettuata dalle banche di Stato e private iraniane. Il messaggio è in sostanza che tutte le banche della repubblica Islamica dell’Iran rappresentano un rischio per il sistema finanziario internazionale e, dunque, vanno boicottate.

Il rafforzamento di una simile strategia di boicottaggio finanziario su scala globale potrebbe rappresentare, se seguito dalle altre potenze, il colpo di grazia alla capacità dell’Iran di partecipare al sistema bancario internazionale, con effetti devastanti non solo per il suo ruolo di potenza regionale, ma anche per l’intera popolazione civile (se si considera il contraccolpo che tale misura avrebbe su ogni sorta di interscambio commerciale). Tutto ciò non ha forse a che fare con la combinazione di una serie di fattori critici per il sistema finanziario a guida Usa piuttosto che con la sedicente “lotta globale al terrorismo”? Si pensi, solo per dare un’idea, al fatto che l’Iran di Ajmadinejad effettua regolarmente transazioni petrolifere in euro, così come accadeva nell’Iraq di Saddam Hussein, nonché al rafforzamento geopolitico ed economico dell’asse Teheran-Pechino (energetico e militare) e alla presenza in Iran delle seconde riserve di petrolio più grandi del mondo. Considerati i legami politico-economici fra Washington e Pechino, assisteremo tuttavia all’acuirsi della competizione per il controllo di regioni strategiche, piuttosto che a una nuova Guerra Fredda in un quadro geopolitico complessivo che ci aiuta a comprendere, tra le altre cose, anche la partita tibetana.

Fabio Massimo Parenti
(24 aprile 2008)

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