Alfonso Arpaia
PRIMO PIANO - Una nuova Guerra Fredda all’orizzonte
Da anni la Cina, vista dagli Usa come rivale principale nel mantenimento di un’egemonia globale nel XXI secolo, sta conducendo una politica estera improntata alla cooperazione, militare e non, con quello che era stato il principale nemico di Washington fino alla caduta del Muro, la Russia. Da parte sua, Mosca sembra non aver mai rinunciato a rifornire di armi paesi considerati poco affidabili dai vertici della comunità internazionale (Siria, Iran e Sudan): si aggiunga che gli stessi americani hanno perso il loro ruolo di punta come fornitori di armi ai Paesi in via di sviluppo, a favore della Francia e della stessa Russia. L’esplosione del terrorismo su scala globale, tuttavia, ha fatto sì che a lungo i legami tra Pechino e Mosca – o almeno le loro possibili implicazioni – passassero in secondo piano, mentre solo di rado giungevano notizie di esercitazioni militari congiunte sino-russe. Ma di fronte ai propositi statunitensi di installare basi missilistiche ed intercettori nell’Europa orientale, la Russia ha cominciato a manifestare i suoi punti di frizione verso Washington.
Il 26 aprile, in occasione del vertice Nato di Oslo, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov (nella foto) ha lasciato a bocca aperta tutti i presenti dichiarando di voler interrompere l’adesione al Trattato sulle armi convenzionali in Europa (Cfe) almeno fino a quando le sue disposizioni non vengano ratificate da tutti i paesi membri. Occorre sottolineare che il testo limita il dispiegamento di armi nel continente europeo ed ha storicamente rappresentato uno dei momenti di svolta che hanno posto fine alla Guerra Fredda. Una nuova versione di questo accordo fu approvata nel 1999, ma senza ottenere la ratifica, in quanto molti rappresentanti delle parti in causa sostenevano (come del resto fanno tutt’ora) che la Russia non rispetta l’impegno preso in sede internazionale di ritirare le proprie truppe dai territori di Georgia e Moldavia. Con tutto che il ritiro dei russi dalla Georgia é stato completato e i soldati rimasti in Moldavia svolgono compiti di pacificazione e di controllo di depositi d’armi. Per quanto la fine del confronto a tutto campo tra il mondo occidentale e il sistema sovietico sia sancita nei libri di storia dallo scioglimento dell’Urss, non si può certo affermare che le relazioni Russia-Usa siano sempre state caratterizzate da armonia. Allo stesso tempo risulta difficile dire con esattezza quando sia iniziata la nuova controversa fase dei rapporti tra le due superpotenze e soprattutto ancor più arduo è stabilire quando siano cominciati a manifestarsi quei primi segnali che hanno fatto da preludio a un ritorno della tensione. Certo è che alla Guerra Fredda ne è seguita una nuova che potrebbe essere definita paradossalmente “freddissima”, in quanto troppo presa sotto gamba dai media.
Nonostante la distrazione generale dal problema, si tratta di una fase fondamentale dei rapporti Usa-Russia, i cui sviluppi sono attualmente sotto gli occhi dell’opinione pubblica mondiale. A fine maggio è giunta la notizia secondo cui la Russia ha testato con successo un missile intercontinentale in risposta al nuovo scudo europeo voluto dalla Casa Bianca. Per tutta risposta, la rivista Courrier International a maggio ha reso noto che l’intero complesso industriale e militare americano intenderebbe disporre in via permanente di fondi di gran lunga maggiori rispetto a quelli attuali: da ciò, secondo il periodico francese, il bisogno di grandi progetti come quello nei paesi slavi, capaci di offrire ai contribuenti americani l’impressione che il Governo federale sia attento alla loro sicurezza. Lo stesso Generale Obering della Missile Defense Agency ha affermato che i radar che la Casa Bianca vorrebbe sistemare in Europa sono disegnati contro una minaccia da Medio Oriente e non contro la Russia. Dunque nessun rischio per Mosca? Secondo un articolo di Federica Caciagli, consigliere politico del ministro degli Esteri, «vi è una considerazione in più, […] che vale la pena di essere ricordata come argomento per motivare l’inasprimento delle più recenti posizioni di Mosca: un paese del Caucaso meridionale potrebbe ospitare uno dei radar del sistema integrato di difesa. Se quel paese fosse la Georgia — le cui relazioni con Mosca hanno recentemente fatto registrare momenti di grande tensione e continuano a oscillare per la questione sospesa dei conflitti congelati in Ossezia del Sud e Abkhazia per la prospettiva che la Georgia entri nella Nato — Putin avrebbe una ragione ulteriore per accusare gli Stati Uniti di minacciare la Russia».
Contemporaneamente la tensione sembra avanzare anche su altri fronti, come confermato da quanto avvenuto di recente a danno dei sistemi informatici in Estonia a seguito della rimozione di una statua di epoca sovietica, lasciando pensare che un’eventuale nuova Guerra Fredda potrebbe essere combattuta con armi innovative (i cosiddetti cyberattacchi) sebbene alcuni pretenderebbero di continuare ad utilizzare strumenti concepiti per minacce di “vecchia generazione”. Le autorità di Tallinn, dopo aver puntato il dito contro il Cremlino ritenendolo responsabile dei gravi attacchi informatici ai portali di istituzioni e banche estoni, hanno fatto un richiamo all’art. 5 del Patto Atlantico il quale si limita semplicemente a disporre che un attacco (armato) ad un paese membro è da considerarsi tale per tutti i membri dell’Alleanza, implicando dunque una risposta di tutti gli altri in difesa del paese oggetto dell’aggressione. Evidentemente Tallinn non è stata oggetto di un attacco nel senso tradizionale del termine. Se la guerra globale al terrorismo ha messo in crisi organizzazioni internazionali e non come Onu e Ue, vi è il rischio – ancor più temibile per noi europei – che una Nuova Guerra Fredda possa mettere in grave crisi l’Alleanza Atlantica, per giunta proprio nel momento in cui l’espansione verso est dell’Unione europea e della Nato dovrebbe offrire maggiore sicurezza a Washington.
(17 luglio 2007)