PRIMO PIANO - Turchia e Iran fanno salire la tensione in Vicino Oriente

Il mondo cambia e di conseguenza mutano anche le strategie geopolitiche. Mentre in Cina il Partito Comunista al potere rinnova le massime cariche dello stato nel segno della continuità dettata dal presidente Hu Jintao e le due Coree tornano a parlarsi dopo un silenzio durato sette anni, l’attenzione dei media internazionali si concentra sul Vicino Oriente. Iran, Siria, Libano, Israele, Turchia e quel che resta dell’Iraq sono impegnati nel disegnare un equilibrio ancora instabile per una regione già lacerata da decenni di accesi conflitti. Come se non bastasse, questi paesi si prestano a facili strumentalizzazioni a causa di alleanze, spesso avventate nonché sproporzionate, con i due attori geopolitici più ricchi e potenti del panorama globale. Stati Uniti d’America e Russia tornano a competere nell’ambito di un remake che potremmo essere tentati di definire, senza timore di sbilanciarci troppo, in “stile Guerra Fredda”. A diciotto anni dalla caduta del muro, lo scontro a bassa densità si sposta dall’Europa al Golfo Persico, da Berlino a Teheran: la linea di frattura est-ovest, viene sostituita da quella nord-sud, ma il risultato resta invariato. E proprio dalla capitale iraniana il presidente russo Vladimir Putin (nella foto insieme al collega iraniano) ha comunicato ai competitors un piano di ristrutturazione dell’esercito che comprende l’intero settore degli armamenti.

L’inquilino del Cremino, che si appresta nel 2008 a passare nel ruolo di premier, ha imposto al resto del mondo l’agenda degli argomenti più urgenti di politica internazionale con il piglio e la risolutezza che da sempre lo contraddistinguono. Grazie alla posizione di forza che vanta, dettata dagli ingenti introiti provenienti dalla vendite delle risorse energetiche di cui la Russia è provvista, ha imposto ad amici e nemici anche la metodologia con cui affrontarli: il dialogo è l’unica via da percorrere, anche perché non interrompe i consistenti traffici commerciali che legano Mosca alle potenze “emergenti” tra cui l’Iran, almeno sotto il profilo economico. La scelta del pulpito dal quale ha lanciato il messaggio, prima ancora di interpretare il suo contenuto, ha scosso le cancellerie di Europa e Usa. Parlando al fianco del presidente iraniano Ahmadinejad, Putin lo ha sostenuto in campo internazionale, affermando che la questione del nucleare va affrontata attorno a un tavolo senza il ricorso ai bombardamenti, e rafforzato nella sua posizione interna, visto che negli ultimi mesi è montato un consistente malcontento causato dal razionamento della benzina e dal rinvio opposto ad alcune riforme necessarie per rilanciare la crescita della Repubblica degli ayatollah. In particolare, secondo Putin non sussiste alcuna evidenza circa la bellicosità del programma nucleare iraniano e quindi ha lasciato presagire la possibilità di apporre il veto in seno al Consiglio di Sicurezza dell’Onu qualora fosse discussa sul tema sanzioni una risoluzione ancor più restrittiva di quelle attualmente in vigore. Qualora ciò accadesse potrebbe avverarsi la previsione del giornalista iraniano Amir Taheri, lanciata sulle colonne del quotidiano Asharq Alawsat, secondo la quale Ahmadinejad, che piaccia o no, “ha ottenuto il profilo di un vincitore. Egli ha fatto esattamente ciò che ha affermato di voler fare e non ha pagato il prezzo, sia in patria o all’estero”.

Washington non ha fatto attendere la sua risposta, ammonendo il “neo zar” moscovita di dar manforte ad uno “stato-canaglia” che si oppone all’Occidente. Ma gli sforzi americani di chiudere, in loro favore, l’incidente vicino-orientale sono stati vanificati dalla decisione del parlamento turco di autorizzare il proprio esercito ad intervenire militarmente in territorio iracheno per colpire le basi della guerriglia curda. Il voto di Ankara rappresenta una pugnalata alle spalle per George W. Bush, infertagli proprio dal fido amico Erdogan, irritato dal voto del Congresso sulla legge che riconosce alla tragedia armena lo status di “genocidio”. L’ennesimo fattore di instabilità mischia ancora le carte della partita regionale e mette la Casa Bianca di fronte ad una verità troppe volte nascosta: anche gli alleati sono pronti a sacrificare gli sforzi americani per proteggere gli interessi personali. In questo contesto, purtroppo, manca la voce dell’Unione Europea che si presenta al solito in ordine sparso senza una posizione chiara ampiamente condivisa, nonostante il 27,8% degli scambi commerciali dell’Iran nel 2006 siano avvenuti proprio con Bruxelles. La Francia ha recentemente scosso gli animi, senza consultare preventivamente i partner europei, paventando la possibilità di far ricorso ad ogni tipo di armamento qualora non si arrivasse con le parole ad ammansire l’Iran. Come reazione Teheran ha “licenziato” il capo negoziatore sul nucleare Larijani, ritenuto dagli ayatollah eccessivamente propenso al dialogo con l’Occidente.

In una situazione così delicata non servono alzate di testa inutili, al contrario, risulta imprescindibile un progetto serio che impegni Bruxelles verso la soluzione di una crisi che sembra sul punto di precipitare. Nell’interesse del Vicino Oriente, dell’Europa, ma anche degli Stati Uniti d’America e della Russia, in questo momento troppo distanti per poter da soli trovare un punto d’incontro, bisogna opporre un nuovo piano diplomatico capace di costringere le forze di destabilizzazione che si muovono nell’area a compiere un auspicato passo indietro. Altrimenti il rischio reale, come ha affermato Timothy Garton Ash, “è che l’Europa scivoli in un disastro in politica estera sul caso Iran, sia che gli Usa decidano di bombardare prima che Bush lasci la Casa Bianca, nel gennaio 2009, sia che l’Iran, pochi anni più tardi, arrivi ad avere la bomba atomica”.

Roberto Coramusi
(13 novembre 2007)

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