PRIMO PIANO - Sunniti e sciiti, l’Islam che combatte se stesso

Quella in cui viviamo è un’epoca di globalizzazione, ma anche di ricerca e affermazione delle identità. La repentina riduzione degli spazi e la maggiore facilità nelle comunicazioni ha contribuito a mescolare razze, culture e religioni, intaccando progressivamente le derive autarchiche di ogni credo o ideologia. Eppure, di converso, stiamo assistendo ad un rafforzamento di alcuni pensieri forti. Questa è la realtà del nostro tempo e il mondo musulmano non può sottrarvisi. È in questo contesto, reso ancor più difficile da decifrare se alla religione e alla cultura si sommano gli interessi economici e politici degli stati, che è esplosa una guerra esplicita tra le due anime più consistenti dell’Islam, quella sunnita e quella sciita, le quali hanno eletto come loro campo di battaglia il martoriato Iraq, prima ancora di svilupparsi altrove.

Sul piano teologico, la fedeltà sciita all’imamato della progenie del Profeta ha relegato i suoi aderenti in un angolo angusto del complesso universo islamico, rappresentando meno del 15% dell’oltre miliardo e trecento milioni di credenti in Allah. Sul piano sociale, si è sedimentato un odio che ha aizzato in tutte le epoche il risentimento sunnita verso i cugini sciiti. Questo fenomeno, senza elencare gli eventi che hanno insanguinato la storia del Vicino Oriente, è facilmente riscontrabile nei detti e nelle usanze comuni. Come riportato dall’esperto Vali Nasr, professore di Politica mediorientale alla Naval Postgraduate School: «in Libano, il folclore popolare vuole che gli sciiti abbiano la coda (…) e, nonostante la popolarità politica di Hezbollah, gli sciiti subiscono discriminazioni e sono trattati da provinciali; in Arabia Saudita si dice che dare la mano ad uno sciita contamini e renda necessaria un’abluzione; in Pakistan, agli sciiti viene appioppato il soprannome dispregiativo di “zanzare” ». Parallelamente il pensiero sciita si è rafforzato senza prescindere da un forte coinvolgimento degli strati più poveri della popolazione e da un comune senso di persecuzione, osteggiando da sempre il compromesso sunnita secondo il quale il potere politico incarna la funzione di papa e cesare insieme, delegando l’autorità sulle questioni della fede a studiosi e funzionari religiosi professionisti, gli ulema, senza riconoscere una qualsiasi forma di gerarchia ecclesiale. Le leadership sciite, in tutti i luoghi dove sono a capo di comunità consistenti, non perdono occasione per imputare ai governanti dell’ortodossia sunnita, i cui alfieri in Vicino Oriente sono i membri, ritenuti corrotti, della famiglia Saud, di non aver mai coinvolto le masse in un progetto sociale realmente condiviso, abusando del Corano per godere indisturbati del benessere derivante dalla produzione del petrolio. Più realisticamente parlando, all’interno del Libano, dentro i confini iracheni, in Pakistan o nel Golfo Persico con la competizione strisciante tra Iran ed Arabia Saudita, gli sciiti vogliono difendere i loro interessi attraverso network religiosi e finanziari che si trovano le porte sbarrate dai rivali sunniti ovunque nel mondo islamico.

La destituzione di Saddam ha scoperchiato il vaso di Pandora iracheno, innescando un processo difficile da arrestare come confermano le notizie che arrivano dalla Mesopotamia: sunniti e sciiti si combattono per strada, in moschea e nei palazzi del potere senza trovare quasi mai un accordo, sobillati e sovvenzionati da due reti internazionali che trova proprio in Iran e Arabia Saudita i diretti capofila. Quanti sostengono e profetizzano l’imminente divisione dell’Iraq per questioni etniche e religiose hanno registrato eventi dall’impatto sociale disastroso che sembrano andare nella direzione tracciata. Nel sanguinoso dopoguerra che si sta protraendo, in particolare tra sunniti e sciiti, è in atto un processo di auto-segregazione da parte di entrambe le comunità, come conferma la nuda cronaca: al-Daura, bastione delle lotte anti-coalizione nella zona sud di Baghdad, era per tre quarti sunnita e per un quarto sciita, prima che la minoranza iniziasse un esodo volontario per non trovarsi più a contatto con un miscredente e un potenziale aggressore; a Ramadi, focolai di jihadisti e miliziani del vecchio partito Baahat nella provincia di al-Anbar, la popolazione non è riuscita ad impedire agli insorti di espellere gli abitanti sciiti della città; a Bassora, al contrario, gli estremisti sciiti si sono accaniti contro religiosi e leader sunniti oltre che contro la gente comune, provocando un massiccio esodo dalla più grande città dell’Iraq meridionale. Le pressioni esterne stanno lacerando la Repubblica federale nata sulle macerie del vecchio stato iracheno, e sembra ormai palese che una pace non potrà essere raggiunta senza il coinvolgimento dei due maggiori attori regionali. L’Iran di Ahmadinejad sta lanciando una sfida al mondo sunnita e ai suoi tenutari sauditi, al pari di quanto tentò di fare l’ayatollah Khomeini venticinque anni fa: diventare il nemico giurato dell’imperialismo (americano) e più antiisraeliano degli arabi. L’obiettivo è conquistare, sulla scia emotiva del consenso popolare, una leadership internazionale all’interno del mondo islamico altrimenti preclusa dalle divisioni religiose settarie tra sunniti e sciiti.

Se è vero che, come afferma Nasr, «il sunnismo è basato sulla legge, sugli obblighi e i divieti dell’Islam, mentre lo sciismo è rituali, passione e dramma», tanto da considerare sacri, al pari di quello alla Mecca, i pellegrinaggi nelle città dove hanno trovato la morte i dodici imam ritenuti santi, le visite ai santuari sciiti danno vita a livello transnazionale a grandi reti di persone, opere di carità e traffici commerciali. Ciò conferisce agli sciiti un senso di comunità che va al di là dell’ambito strettamente locale, almeno quando non si assiste alla sopraffazione di una scuola coranica su un’altra, come invece è accaduto con l’esportazione nel mondo a suon di denaro del wahabbissmo saudita. Lo sciismo, così come il sufismo, si è subito dichiarato nemico dell’impostazione puritana di cui si è fatto promotore il wahabbismo (interpretazione sunnita dell’Islam predominante in Arabia Saudita), così come del salafismo (versione moderna e spesso violenta del wahabbismo), ed oggi, con la crisi irreversibile del nazionalismo arabo, è la prima alternativa vera all’ideologia politica islamica dominante. Da ciò risulta chiaro come l’esportazione tout court della democrazia in Vicino Oriente senza le misure necessarie a contenere l’estrema litigiosità etnica e confessionale della regione, come è avvenuto con la campagna militare statunitense in Iraq, non abbia alcuna possibilità di successo. Sono talmente sedimentati i risentimenti tribali e settari, oggi confusi con altrettante ostilità originate dalla competizione economica e di potere, che è estremamente difficile immaginare per la maggioranza dei paesi dell’area un futuro pacifico e un governo ampiamente riconosciuto che escluda derive tiranniche o dittatoriali. Un intervento esterno, sia esso militare o diplomatico, teso a sovvertire gli equilibri in campo non ha nessuna possibilità di successo senza l’attuazione di una tregua coerente, seria e duratura, che nasca dall’interno del mondo islamico.

Roberto Coramusi
(8 maggio 2007)

HOME

SEGNALA AD UN AMICO