Giovanna Sfragasso
PRIMO PIANO - Sex for food, l’Africa punta il dito contro i Caschi Blu
Sul banco degli imputati, questa volta, il personale delle Nazioni Unite che opera in Sudan. La denuncia arriva dal quotidiano britannico Daily Telegraph che accusa militari e civili della missione umanitaria Unmis di aver stuprato e molestato bambini, a volte di soli dodici anni, nel sud del paese. A darne notizia, un rapporto del luglio del 2005 consegnato all’Unicef dal governo sudanese, che è anche in possesso di un video in cui i dipendenti Onu del Bangladesh abusano di tre ragazzine. Al rapporto si accompagnano le testimonianze dirette di venti bambini adescati e costretti a subire violenze. Una realtà sconcertante, se si considera che nella regione operano circa 11 mila funzionari provenienti da settanta paesi diversi, reclutati per la ricostruzione di un paese che ha sofferto le atrocità di una ventennale guerra civile, e che la notizia arriva all’alba dell’approvazione di una nuova missione per la risoluzione della crisi umanitaria del Darfur a lungo osteggiata dal governo di Khartoum. Se la politica di «tolleranza zero» proposta dall’ex segretario dell’Onu, Kofi Annan, è rimasta fino ad oggi pura teoria e i suoi appelli non hanno avuto seguito, data l’incapacità di «capire il senso di urgenza che questa questione richiede alla collettività», lo scandalo del Sudan sembra offrire nuove chance. A coglierle, il sud coreano Ban Ki-Moon, neo segretario generale delle Nazioni Unite, che ha visto piombare la notizia sulla scena politica internazionale il suo primo giorno di lavoro, in occasione del quale ha annunciato, come priorità assoluta, la volontà di porre fine alla crisi in Darfur.
Davanti all’imbarazzo delle accuse del Daily Telegraph l’Onu, che non ha mai ammesso pubblicamente l’esistenza di un fenomeno radicato e in continua espansione, dopo il silenzio seguito al lancio della notizia, sembra essersi deciso ad intervenire, facendo sapere di voler aprire un’indagine. «Potrebbe esserci del vero – ha dichiarato all’Associated Press il vicesegretario generale dell’Onu per le operazioni di pace all’estero, Jane Holl Lute – si tratta di ambienti in cui è difficile accertare la verità. Non credo si tratti di accuse nuove. Tuttavia, le prenderemo in seria considerazione così come abbiamo sempre fatto. Abbiamo bisogno di accertare i fatti, seguiti da un’appropriata risoluzione e, se necessario, adottare le dovute misure». Un passo avanti rispetto alle dichiarazioni fatte in un’intervista dello scorso maggio dal coordinatore regionale britannico di Unmis, James Ellery: «Respingo ogni accusa a questo riguardo. Abbiamo indagato e non abbiamo trovato alcuna prova. Nessuna di queste denunce può essere dimostrata. Questo è uno dei paesi più arretrati dell’Africa e spesso ci sono incomprensioni sul ruolo dell’Onu. Oltre il 90% della popolazione è analfabeta e le voci si diffondono molto rapidamente». I protagonisti della triste vicenda sudanese sono in maggioranza bambini senza famiglia e senza casa, incapaci di sottrarsi a situazioni come quella raccontata da Jonas, che ha solo quattordici anni. «Ero seduto lungo il fiume la prima volta che è successo. Un uomo a bordo di una macchina bianca mi ha chiesto se volevo andare in macchina con lui. Ho capito che la vettura era delle Nazioni unite perché era bianca con le lettere nere. L’uomo aveva un badge. Quando ha fermato la macchina, siamo scesi, mi ha bendato gli occhi e ha cominciato ad abusare di me. È stato doloroso ed è durato a lungo. Quando è finito siamo tornati sul fiume, mi ha fatto scendere e se ne è andato». Jonas racconta poi di essere tornato spesso sul posto, nella speranza di essere pagato: «So che è una cosa terribile da fare ma vedo le macchine dell´Onu la notte fino a tardi vicino ai locali dove si beve e così mi siedo lì e spero di essere caricato. Se guadagno 1000 dinari sudanesi (3 dollari americani) al giorno è un bel giorno».
Il caso del Sudan non è isolato. Sono molti i precedenti che vedono donne e bambini obiettivo predestinato di violenze, massacri indiscriminati e sistematici abusi sessuali. L’indignazione a livello internazionale è stata scatenata dai primi casi di violenze in Congo, durante la missione di pace Monuc. L’Onu, che sulla questione ha aperto un’inchiesta, definita sex for food, ha reso noti i risultati lo scorso agosto. Circa 150 i casi documentati, tra abusi sessuali, pedofilia e sfruttamento della prostituzione. Tra le pratiche più diffuse, quella di costringere bambine e donne affamate ad avere rapporti sessuali in cambio di razioni alimentari. In soli due anni le accuse di stupro presentate contro il personale delle Nazioni Unite sono oltre 250. Sono invece 313 quelle analizzate dal 2004 dall’Onu: 17 i funzionari radiati, 161 quelli forzatamente rimpatriati. Alle vicende del Congo si sommano quelle di altri paesi vittime di guerre civili, come Liberia, Bosnia, Sierra Leone, Rwanda e Kosovo. Risale al maggio del 2006 un rapporto sui campi profughi liberiani, curato da Save the Children che accusa i Caschi Blu di aver obbligato bambini a prestazioni sessuali in cambio di cibo, birra o di un giro in automobile. È stato invece pubblicato nell’agosto del 2006 su The Lancet un rapporto che documenta ad Haiti 32.000 casi di stupro su donne e bambine avvenuti negli ultimi due anni. Lo studioso Royce Hutson, coautore della ricerca, attribuisce del 25% dei casi ai Caschi Blu. Le violenze su minorenni sono di scena nel 1991 in Cambogia, nel 1993 a Sarajevo, dove i Caschi Blu ucraini pagarono prestazioni con la benzina, nel 1994 in Mozambico, nel 2001 in Eritrea, dove soldati danesi e italiani organizzarono orge con bambine di 13 anni, nel 2002 in Guinea e Sierra Leone, dove sono stati organizzati traffici sessuali nei campi profughi.
La credibilità dell’Onu è così messa a dura prova. Significative le parole del Principe al-Hussein, ambasciatore della Giordania, all’Onu, in un rapporto del marzo del 2005, in cui denuncia come «la realtà della prostituzione e degli abusi sessuali nei contesti di peacekeeping è specialmente inquietante e sconcertante perché le Nazioni Unite hanno avuto il mandato di entrare a far parte di una società devastata dalla guerra per aiutarla e non per abusare della fiducia riposta dalle popolazioni locali». La gestione delle operazioni dei Caschi Blu è comunque complessa, poiché le missioni sono autoreferenziali. Il controllo è riservato al personale civile, mentre i contingenti militari rispondono direttamente al loro paese d’origine, che spesso, per una scarsa volontà politica di arginare il problema restano in silenzio. Testimonianza più eclatante, lo stupore suscitato due anni fa dalla decisione del Marocco di processare per crimini sessuali sei peacekeeper impiegati in Congo.
(22 gennaio 2007)