Umberto Bianchi
PRIMO PIANO - Occidente vs. Islam, l’invenzione di uno scontro
Negli ultimi anni si è riaccesa la riflessione su quello che sembra essere divenuto il tormentone del nuovo millennio: i rapporti tra il mondo occidentale e quello islamico. Ad un primo e superficiale colpo d’occhio sembra di aver proprio a che fare con una rinascita demografica, politica e religiosa di quello che nei secoli passati fu lo spauracchio delle monarchie di mezza Europa: l’espansionismo islamico, inizialmente portato avanti dagli arabi sotto la sapiente guida di Maometto ed in seguito divenuto il cavallo di battaglia per giustificare l’espansione militare dei Turchi Ottomani. Però a ben vedere il problema di uno scontro Islam-Occidente, è in verità un “non problema”, in quanto parte da una formulazione iniziale non esatta. L’Islam anzitutto. Islam sta per “devozione o sottomissione assoluta” ad un Dio, Allah, che fa del Profeta Maometto il proprio fido portavoce, colui che vero e proprio “orecchio di Dio” dovrà raccogliere con pazienza e devozione quanto via via gli verrà rivelato. La raccolta dell’intera rivelazione divina costituisce il Corano, il libro sacro. L’Islam rappresenta quindi l’anello finale di quella rivelazione che, inizialmente trasmessa ad Abramo, passa attraverso la rivelazione di Cristo, sino ad arrivare allo stadio finale, costituito da Maometto, ultimo tra i Profeti.
L’Islam nasce all’insegna della continuità con le precedenti grandi religioni rivelate verso cui, anzi, non si pone in un senso di rivalità, bensì come teologia posta a suggello delle precedenti di cui vuole essere completamento e prosieguo. Non solo. L’Islam ha sempre guardato con attenzione ai filosofi greci – in primis ad Aristotele, ma senza lesinare apprezzamento per Platone – visti come validi supporti alle dottrine dei Profeti. Avicenna, Averroè, Al Kindi, sono solo alcuni tra i nomi di quanti mutuarono i concetti della filosofia ellenica operando una sapiente rielaborazione in senso più propriamente teosofico (volto a realizzare un’approfondita meditazione sulla sostanza divina). Senza contare la profonda interazione con la Gnosi, sulla cui scia l’Islam si colloca decisamente, tramite una visione decisamente dualista del rapporto tra l’uomo e l’elemento divino, non antropomorfizzabile, non conoscibile, non definibile se non all’insegna delle coordinate di una ferrea sottomissione: l’Arcangelo Gabriele che piange disperato perché, pur vicino ad Allah, non può contemplarlo in tutto il suo splendore, rappresenta la riconferma di quanto affermato. All’inizio del proprio percorso interiore, Maometto, uomo sicuramente attento ai fermenti che attraversavano le società del Vicino Oriente nel VII secolo d.C., si interessò al fenomeno dei monofisiti ed a quello dei nestoriani ed al dibattito che questi ingenerarono. Mentre l’eresia di Nestorio teneva ben disgiunte la natura divina da quella umana del Cristo, i monofisiti posero invece l’accento sulla natura esclusivamente divina di quest’ultimo. Da queste concezioni trarrà linfa vitale nell’elaborazione della propria percezione del divino. Dopo questa rapida carrellata sulle effettive radici culturali della dottrina islamica, non si può non arrivare alla conclusione che essa, in quanto tale, dell’Occidente rappresenta una filiazione o, quanto meno, l’adattamento dei parametri di pensiero di “certo” Occidente alle popolazioni semitiche della penisola arabica ed in seguito a tutte quelle del Vicino Oriente ed oltre.
Punto primo. L’Islam in quanto mutua dall’Occidente le proprie principali coordinate di pensiero, non è collocabile in una posizione conflittuale verso quest’ultimo. Punto secondo. Coerentemente con quanto affermato, va piuttosto definito contro “quale” Occidente l’Islam si vorrebbe collocare. Punto terzo, e di non poca rilevanza. Se è vero che l’Islam con l’Occidente condivide alcuni fondamenti, è altrettanto vero che ne dovrà condividere pure le problematiche. Per dare una chiara risposta a questi tre punti è necessario partire da un assunto di base. L’Islam sembra condividere le aspirazioni universalistiche dell’Occidente globalista, in quanto religione connotata da una forte istanza universalistica, che in tal modo sembrerebbe rappresentare il perfetto contraltare all’irrefrenabile avanzata dell’altro universalismo, tutto all’insegna di un esasperato tecno-economicismo di cui gli Stati Uniti sembrano essere il perfetto alfiere. La condivisione di fondamenti culturali con l’Occidente porta però anche alla scomoda condivisione di tutte quelle problematiche attinenti alla struttura stessa del pensiero, alla sua forma formans. Tra queste, quella che maggiormente incarna l’essenza dell’Occidente è rappresentato dal problema della struttura del pensiero metafisico. Il pensiero filosofico di alcuni autori come Heidegger e Cassirer è incentrato sulla considerazione dell’insufficienza della metafisica occidentale a penetrare ed a capire l’essenza della realtà, proprio perché, essendo nata come la più completa ed onnicomprensiva sintesi interpretativa della realtà, finisce per divenire invece un ostacolo che si frappone tra noi e quest’ultima, grazie ad un graduale processo di sclerotizzazione che sembra irrimediabilmente abbattersi sull’intera costruzione metafisica. Ecco dunque affacciarsi prepotente il problema del senso che, dinnanzi all’inesorabile scorrere di un impietoso divenire, finisce con il divenire non senso, lasciando l’uomo in preda allo smarrimento ed all’incertezza più totali. Apparentemente corredato da fortissime certezze metafisiche, l’Islam si trova sempre più costretto ad interagire con un Occidente di cui sicuramente molto avversa, ma con cui sicuramente si trova, come abbiamo già visto, a condividere molti aspetti. Sinora il mondo islamico aveva potuto fruire di quelle inossidabili certezze che solo un mondo non globalizzato, fatto di limiti, confini nazioni, imperi, poteva permettere. Oggi invece, il mondo della post-modernità va sempre più strutturandosi come un immenso reticolo interconnesso di uomini, esigenze, società, o addirittura spicchi e settori di quest’ultima, tutti accomunati e mortalmente condizionati da un modello economico assurto ad unica ragione di vita per milioni e milioni di individui. La stretta interconnessione tra economia e tecnica crea una dipendenza da cui è ben difficile liberarsi, poiché sembra rappresentare la liberazione da quell’infinità di problemi che quotidianamente affliggono l’umana esistenza. Una liberazione che finisce con il rivelarsi momentanea ed illusoria, visto che nuove difficoltà si presentano puntualmente all’orizzonte, aggravate da una forma di sempre più insolubile dipendenza. Il fatto è che la interconnessione tra economia e tecnica è dotata della proprietà di autocontraddizione, che solo il primario senso della convenienza economica è riuscito sinora a determinare, rischiando in tal modo di mandare a gambe per aria qualunque forma di pensiero totalizzante, che in tal modo ne risulta continuamente messa alla prova.
Sino a quando non si riuscirà a determinare una nuova sintesi di pensiero in grado di conciliare al proprio interno le principali opposizioni metafisiche rappresentate da Essere e Divenire, sarà ben difficile che una religione fosse anche quella islamica con tutte le sue incrollabili certezze, potrà aver ragione della globalizzazione. In questa cornice il confronto tra Islam e Occidente sembra piuttosto rappresentare uno stadio intermedio tra l’iniziale incontro tra differenti assetti di civiltà, ed un successivo omologarsi ed adeguarsi ad un unico e sempre più pervadente modello di sviluppo. Stranamente taluni tra i più attivi centri di irradiazione di certo integralismo islamico sono saldamente impiantati in quelle nazioni che, maggiormente tra altre, hanno rapporti con la potenza nord americana. Arabia Saudita, Pakistan, Paesi del Golfo, rappresentano un eloquente esempio di quanto detto, lasciando intravedere all’origine di certi fenomeni un’accorta regia. Evocare lo spettro di uno scontro delle civiltà fa il paio con il sostenere ad oltranza la società multirazziale. L’uno giustifica l’altra, in un inscindibile gioco delle parti in cui tutti coloro che in qualche modo provano a difendere la propria identità vengono demonizzati, spinti allo scontro fisico con l’“altro”, grazie all’imposizione di innaturali modelli di convivenza e sviluppo su scala globale.
(8 agosto 2006)