Marco Leofrigio
PRIMO PIANO - L’espansione della Shanghai Cooperation Organization
L’Asia Centrale corrisponde a quella regione che Sir Halford John Mackinder definì “il cuore della terra”. Secondo il padre della geopolitica di marca anglosassone questa zona impenetrabile del continente eurasiatico avrebbe assistito alla nascita e all’affermazione di grandiosi imperi, da quello persiano a quello di Alessandro Magno, da quello di Gengis Khan a quello di Tamerlano, per arrivare al regno Sciita di cui successivamente raccolsero l’eredità gli Zar russi ed il sistema collettivistico sovietico. L’Asia Centrale è tornata a recitare un ruolo da protagonista sul panorama internazionale grazie alle cospicue fonti di approvvigionamento energetico presenti nel suo sottosuolo, che potrebbero essere sfruttate a pieno regime a cavallo tra il 2010 e il 2015, in particolare nelle prossimità del mar Caspio. All’orizzonte si sta profilando la formazione di un nuovo “blocco imperiale”: la Shanghai Cooperation Organization, un’organizzazione regionale che si sta trasformando in solido blocco in contrapposizione all’espansione statunitense nell’area, che ha subito un’accelerazione impressionante dopo i fatti dell’11 Settembre 2001. Non si basa su un’intesa di tipo militare ma si occupa principalmente di cooperazione, con un’agenda centrata sul tema della sicurezza: dal terrorismo, al fondamentalismo religioso e alle spinte separatiste. In Uzbekistan, nel 2003, sono state condotte esercitazioni congiunte in funzione anti-terrorismo che gli sono valse l’appellativo “Asian Nato”, che le hanno attribuito alcuni analisti. Centrali risultano anche le issue economiche, con particolare attenzione a quelle concernenti i trasporti, l’energia e lo scambio di tecnologie. La Sco è dotata di una struttura regionale intergovernativa, i cui lavori si svolgono nelle lingue delle due superpotenze regionali, cinese e russo, artefici della conferenza inaugurale del 15 giugno 2001, richiesta sull’onda emotiva della guerra globale al terrorismo. L’accordo ha ottenuto l’adesione dei governi di Kazakhstan, Kyrgystan, Tajikistan e Uzbekistan, mentre ne fanno parte con lo status di osservatori Mongolia, India, Pakistan e Iran che forse nel prossimo futuro verranno promosse a membri effettivi, conferendogli un peso ancora maggiore nel moderno great game, una forza di attrazione crescente su tutta l’area circostante. Washington, che aveva compreso immediatamente la portata di un evento simile, aveva ottenuto a sua volta lo status di osservatore, venendone però ben presto estromessa. Questo passo indietro si somma alle scadenze temporali che i paesi dell’Asia centrale vorrebbero che gli Usa sottoscrivessero in vista del ritiro del loro contingente militare. In particolare quel che preoccupa gli strateghi americani sono gli impatti nel campo energetico: una più stretta cooperazione tra Cina, Russia, Kazakistan e Iran delinea una nuova alleanza che potrebbe vantare una cospicua dote di risorse sia finanziarie che energetiche, tali da riequilibrare l’egemonia statunitense nell’area e, in prospettiva, sul mondo intero.
Nel summit dello scorso 15 giugno, cui ha preso parte anche il presidente iraniano Ahmadinejad, i temi nell’agenda dei ministri degli esteri della Shanghai Cooperation Organization hanno riguardato la visione comune su terrorismo, cooperazione, politica internazionale ed economia. Sono intervenuti anche i rappresentanti di Afghanistan, Asean (Association of Southeast Asian Nations), Cis (Commonwealth of Independent States) e l’Eurasec (Eurasian Economic Community). Sulla questione del nucleare iraniano è stata espressa una posizione “pragmatica e costruttiva”, ricompressa in una energy strategy di ampio respiro che prevede la progettazione di nuove pipeline e la collaborazione dei paesi membri nelle attività dell’upstreaming e del downstreaming. Inoltre è stato confermata l’esercitazione militare congiunta prevista in Tajikistan a fine 2006, così come è stata pianificata una esercitazione anti-terrorismo da tenersi in Russia nel 2007.
La Cina, notoriamente a caccia di energia ai quattro angoli del pianeta, guarda con interesse sempre maggiore alle evoluzioni dell’organizzazione per le possibilità di poter trovare uno sfogo naturale alla sua “fame” di petrolio e gas: l’11% del suo fabbisogno è importato dai paesi della Sco, ma la percentuale è destinata a salire rapidamente. Il 26 maggio scorso il petrolio kazako è cominciato a fluire verso l’Impero di Mezzo attraverso la nuova pipeline da 1.000 km che parte da Atasu (Kazakhstan) ed arriva al Passo di Alataw, nella regione cinese dello Xinjiang. Ancor più ambiziosi sono i progetti per il 2011: verrà costruito un nuovo condotto, lungo oltre 3.000 km, che partendo dalla città kazaka di Dushanzi, fornirà il greggio alle regioni cinesi. Nel 2005 la Cnpc (China National Petroleum Corp) ha acquisito la PetroKazakhstan per 4,2 miliardi di dollari, mentre Pechino ha offerto 7,5 milioni di dollari per la costruzione di un’autostrada che collegherà il Tajikistan all’Uzbekistan. Ma i giacimenti di gas e petrolio dell’area fanno gola anche alle major petrolifere a stelle e strisce. La corsa statunitense all’energia dell’heartland ha visto la costruzione della Tap, la pipeline che interessa Turkmenistan, Afghanistan e Pakistan, mentre sta venendo ultimata la Btc (Baku-Tiblisi-Ceyhan) che fa perno sull’asse Caucaso-Turchia, per sfruttare le risorse del Caspio. Il Kazakhstan si sta trasformando in un vero e proprio ago della bilancia per le mire di Usa, Cina e Russia, possedendo da solo almeno il 60% delle risorse delle regione dove è stato scoperto il più grande giacimento petrolifero degli ultimi trent’anni, a Kashgan. La diplomazia statunitense ha cercato di ragionare in termini di Greater Central Asia proponendo la trasformazione della Sco nella Saarc (South Asian Association for Regional Cooperation), subito accettata dal governo di Kabul che ha respinto le offerte di adesione allo Sco. Ma nessuno degli altri paesi della regione ha apprezzato il progetto statunitense e quindi il probabile allargamento dell’alleanza asiatica sino al Golfo Persico e all’Oceano Indiano non farà altro che isolare uno dei pochi alleati dell’Alleanza Atlantica che, insieme al Pakistan, si troverà circondato da paesi potenzialmente ostili.
(28 giugno 2006)