Marco Giuli
PRIMO PIANO - Gli interessi di Mosca in America Latina
In seguito alle recenti elezioni che hanno interessato la maggioranza dei paesi latinoamericani, si può ormai parlare di una vera e propria inversione di tendenza: dall’Argentina al Venezuela, dal Brasile alla Bolivia passando per l’Uruguay e il Cile, è ormai chiara l’affermazione di una nuova politica eterodossa, volta a segnare un punto di rottura rispetto alle disastrose applicazioni delle prescrizioni delle istituzioni finanziarie internazionali. Tale nuova politica, con più o meno sfoggio di carica ideologica, e con le dovute differenze fra i singoli paesi, è tuttavia lontana dagli esperimenti socialisti anni ’80 alla Alan Garcìa, tesi a coprire con la consueta retorica terzomondista insostenibili espansioni fiscali e monetarie dannose almeno quanto gli aggiustamenti strutturali (soprattutto dal lato microeconomico) del Washington consensus. Il nuovo Sudamerica sembra invece avere oggi ben presente quali siano le regole del mercato e le necessità di fronte alla globalizzazione, pur volendo affermare una politica che ponga l’interesse nazionale finalmente davanti a quello statunitense. È ormai sotto gli occhi di tutti come diversi paesi del continente stiano moltiplicando le direttrici delle loro relazioni internazionali nell’intenzione di costruire partnership che non guardino più solo a nord, ma anche verso l’Europa, la Russia, la Cina, l’India e l’Iran.
La presenza russa in questo quadrante va valutata nella sua assoluta novità. Oggi possiamo affermare che anche durante la Guerra Fredda il coinvolgimento di Mosca negli affari sudamericani – principalmente in termini di sostegno ai fenomeni di guerriglia insurrezionale o rivoluzionaria – è stato largamente sovrastimato. Anche l’esperienza cubana ha forse procurato all’Unione Sovietica più problemi che vantaggi strategici. Considerata l’assenza di interessi storici, significativi in altre zone, a cosa si deve l’interessamento degli ultimi anni?
Occorre innanzitutto comprendere la natura di questi rapporti. In un momento in cui il Mondo sembra manifestare scarso entusiasmo per la politica estera neocon, sempre più drammaticamente isolata, alcuni scorgono nella “rivoluzione” sudamericana e nelle relazioni internazionali che stanno sorgendo intorno ad essa i germi di un neoterzomondismo antiglobale e antistatunitense, che per quanto riguarda il dibattito russo potrebbe fare riferimento a qualche versione alterata dell’eurasismo. Particolare interesse riveste in questo senso un infuocato discorso del Presidente bielorusso Lukašenko presso l’Assemblea Generale dell’Onu in difesa della “resistenza” cubana e venezuelana contro l’”imperialismo nordamericano”. Nel complesso questo neoterzomondismo ideologico – in quanto tale ben lontano dallo stile politico della Russia di Putin (nella foto con Chavez) – va probabilmente lasciato ai suoi pochi teorici, primo fra tutti Gennadij Zjuganov. La Russia oggi non ha né la voglia, né le capacità diplomatiche e meno che mai l’interesse strategico per la costruzione di irragionevoli blocchi anti-Usa o anti-globalizzazione. La parola chiave è invece multipolarismo: secondo i paradigmi di politica estera di Putin, date le attuali condizioni della Federazione, il modo migliore per affermare l’interesse russo è operare con i maggiori attori internazionali – soprattutto quelli emergenti – per ristabilire un equilibrio che passi per il rilancio delle Nazioni Unite, nella convinzione che le regole siano al momento l’unico strumento per evitare pericolose tentazioni unipolari ed affermare i propri interessi di fronte allo strapotere di un solo attore.
Nella strategia russa il Brasile, insieme all’India e la Cina, costituisce uno dei maggiori perni geopolitici. Nell’ultimo incontro fra Putin e Lula si è discusso molto di multipolarismo, in particolare in tema di riforma dell’Onu: Mosca ha annunciato l’appoggio ad ogni progetto di riforma che veda l’ingresso del Brasile nel Consiglio di Sicurezza in qualità di membro permanente, ottenendo in cambio il sostegno brasiliano all’ingresso russo nel Wto. Il volume di scambio fra i due paesi, la cui struttura produttiva risulterebbe straordinariamente complementare, sta crescendo a ritmo sostenuto mentre si allargano i settori che saranno in futuro interessati da una crescente cooperazione. Nel settore dell’alta tecnologia, Mosca sembra scommettere sulle potenzialità del settore aerospaziale brasiliano. I russi sono favorevoli a portare il multipolarismo e le regole internazionali nello spazio, anche in questo caso per evitare una militarizzazione del cosmo che vedrebbe un indiscusso vantaggio statunitense, sebbene l’ingegneria aerospaziale russa stia lavorando alacremente e con un discreto successo al contenimento dell’ormai superato ma non abbandonato progetto dello scudo stellare americano. Russia e Brasile avvieranno inoltre un’intensa cooperazione nel settore energetico, soprattutto per lo sviluppo del nucleare brasiliano. Mosca ha infine ottenuto importanti commesse militari dal gigante sudamericano, in particolare nella fornitura di elicotteri d’assalto MI-171A e mezzi anfibi BE-103, entrando in diretta concorrenza con l’industria statunitense delle armi nel mercato latinoamericano.
Più complesse ed interessanti risultano però le evoluzioni delle relazioni fra la Russia e il Venezuela di Chavez, forse l’unico ad aver cercato di fornire un impianto ideologico – il bolivarismo – ai recenti avvenimenti sudamericani. In questo caso, inoltre, si parla di un paese che molto più del Brasile e dell’Argentina ha contribuito a segnare una decisa discontinuità rispetto ai rapporti con gli Usa. Che poi si tratti di roboanti provocazioni alimentate solo dalle alte quotazioni del greggio – di cui il Venezuela è uno dei maggiori esportatori – o di una vera strategia volta a scardinare vecchi equilibri e a costruirne di nuovi intorno ad una innovativa visione dello sviluppo e della globalizzazione, non rileva in questa sede. Ciò che invece interessa qui è capire cosa la Russia vuole da Chavez e viceversa. Il tema più importante concerne sicuramente la cooperazione energetica. Il progetto di Chavez per la creazione di Petroamerica, consorzio delle compagnie petrolifere latinoamericane finalizzato a contrastare l’ingombrante presenza delle holding statunitensi nel continente, appare a Mosca un interessante modo per scardinare gli equilibri dell’Opec dall’interno. Sia Russia che Venezuela hanno il massimo interesse alla permanenza di così alti livelli nei prezzi dell’oro nero, ma solo il secondo paese fa parte dell’Opec, in cui la sempre più traballante leadership saudita si ostina – coerentemente con i desiderata americani – a non rimuovere gli attuali tetti ai prezzi e ad agire come “calmiere di ultima istanza”. Per quanto riguarda i risvolti pratici, Gazprom costruirà nel paese sudamericano un gasdotto dal bacino di Falcon Este al mare, mentre Lukoil ha già avviato una partnership con la compagnia locale Pdvsa nel settore della raffinazione del petrolio venezuelano. Per il momento gli Usa stanno a guardare, almeno finché il governo di Caracas continuerà a rifornire il Nordamerica agli attuali ritmi e non metterà in discussione i contratti di estrazione di Chevron. Segnali di forte nervosismo sono invece giunti da Washington relativamente ad una cooperazione militare sempre più intensa fra il Venezuela e il gigante eurasiatico: Rosoboroneksport, la compagnia russa di stato che ha centralizzato nelle sue mani l’intero settore dell’export bellico russo, ha contratto nel marzo del 2005 la fornitura al Venezuela di 100.000 Kalašnikov, 33 elicotteri MI-35M, sei MI-17V-5 e un MI-26T, mentre l’aviazione di Chavez sta pensando di acquistare 50 caccia MiG-29. Il ministro degli esteri russo Lavrov ha replicato all’irritata reazione della sua collega americana Condoleeza Rice sostenendo che il Venezuela non è in guerra con nessuno stato, mentre da parte venezuelana si è sostenuto che tali armamenti servono solo a modernizzare le ormai obsolete dotazioni dell’esercito – nonostante il Presidente abbia a più riprese sostenuto che tali acquisti serviranno al paese latinoamericano per difendersi da un già pianificato attacco da parte degli Usa per destituire il governo. Ciò che più preoccupa gli americani è invece la possibilità che tali forniture servano a Chavez per sostenere le Farc colombiane ed esportare il bolivarismo per via rivoluzionaria a Bogotà, a cui Washington sta fornendo imponenti dotazioni militari visto che ormai il paese andino è rimasto fra i pochi alleati fidati. Secondo i neocon si avrebbe in questo caso la riproduzione di uno scenario mediorientale con il Venezuela nella parte della Siria, la Colombia nella parte di Israele, le Farc nella parte delle organizzazioni palestinesi e la Russia nella parte di sé stessa. Secondo una visione più cinica, gli americani patirebbero invece solo la concorrenza russa sul mercato sudamericano delle armi, su cui detenevano fino a poco tempo fa il monopolio. Probabilmente la seconda visione è più corretta, dato l’evidente disinteresse russo sia per la questione palestinese che per quella colombiana.
In ogni caso, anche se assistiamo ad una significativa crescita della presenza russa in Sudamerica, sarebbe un grosso errore ritenere che tale presenza costituisca un tassello di una improbabile sfida globale agli Stati Uniti. Non si può confondere qualche buon affare nel mercato delle armi con un progetto ideologico peraltro del tutto estraneo all’attuale condotta russa in politica estera. Ciò di cui Washington deve invece prendere atto è che le crescenti pressioni per un mondo multipolare non possono essere bollati come deliri di personaggi stravaganti come Lukašenko, Castro o Chavez, ma sono il risultato della più assordante indifferenza dell’Amministrazione Bush per l’opinione pubblica internazionale.
(21 marzo 2006)