Simona Verrazzo
PRIMO PIANO - Il ruolo delle donne nella politica africana
In Liberia lo scorso 10 novembre, con il 59% dei voti, la 67enne Ellen Johnson-Sirleaf (nella foto) è entrata nella storia di un intero continente: nella più antica nazione africana, indipendente dal 26 luglio 1847, per la prima volta una donna sarà presidente. Che la Johnson-Sirleaf fosse consapevole di ciò che avrebbe rappresentato una sua vittoria, lo si poteva già dedurre ascoltando la sua compagna elettorale, in cui si rivolgeva alle donne chiedendo loro: «Women, are you ready for history?». I suoi sostenitori la chiamano “madre”, come uno studente ad uno dei suoi comizi: «Negli ultimi 158 anni, gli uomini hanno fallito. Ora è tempo di affidarci ad una madre». La “lady di ferro”, appellativo ormai utilizzato per indicare ogni donna che riesca ad arrivare ad un incarico politico o economico di altissimo livello, ha un curriculum che ben spiega l’insigne posizione appena raggiunta: laurea in scienze economiche a Harvard, consulente per la Banca Mondiale e la Citibank (una delle più grandi banche globali del mondo), direttrice del Programma di Sviluppo dell’Onu per l’Africa. Incarichi prestigiosi non le sono mancati neanche in “casa”: gli ex dittatori Samuel K. Doe (presidente dal 1980 al 1990) e Charles Taylor (che ha guidato il paese dal 1997 al 2003) si resero conto della preparazione della donna nominandola presidente della Banca Nazionale Liberiana (Doe) e ministro delle Finanze (Taylor). L’aver già ricoperto incarichi ad alto livello nella politica nazionale l’ha portata a farsi conoscere e rispettare tra la popolazione per le sue abilità, ma anche ad essere coinvolta in questioni non sempre chiare, su cui i suoi oppositori hanno insistito in campagna elettorale. A chi la indicava coinvolta nei crimini portati avanti sotto la dittatura di Doe, la Johnson-Sirleaf ha risposto ricordando che dall’incarico di presidente della Banca Nazionale Liberiana si dimise una volta resasi conto delle violazioni dei diritti umani portate avanti dal governo, e che per questo è stata condannata, imprigionata due volte ed esiliata negli Usa. Mentre ha definito “errore”, l’aver appoggiato Taylor nel 1989 ad invadere la vicina Costa d’Avorio, invasione che diede il via alla prima guerra civile nel paese, causando qualcosa come 300.000 morti.
Nonostante le ombre e le ambiguità, come ha sottolineato un quotidiano di Monrovia, The Analyst, nello “scontro tra competenza e popolarità” ha vinto la prima. La battaglia elettorale ha proposto, da un lato, il sogno che si realizza di un Weah forse troppo manipolabile, dall’altro la conoscenza, costruita durante gli anni, necessaria alla carica per la quale si concorreva. Non si è andati neanche al ballottaggio perché i liberiani non hanno avuto esitazioni: al clamore ed il richiamo mondiale che l’elezione dell’ex-campione del Milan e del Paris Saint-German avrebbe portato, hanno preferito la concretezza e la guida di chi, come la Johnson-Sirleaf, conosce fin troppo bene cosa significhi fare politica e, in particolare, farlo in Africa. Non sono stati i due programmi elettorali, praticamente identici, entrambi incentrati sulla lotta alla corruzione, a fare la differenza, ma le due visioni opposte della politica e della vita. Sono stati i giovani che, carichi dei loro sogni, hanno votato per l’idolo dello sport, mentre le donne, che portano avanti la famiglia e la sua economia, hanno votato in massa per la loro candidata. Senza distinzioni di etnia: la Johnson-Sirleaf ha preso persino i voti delle donne congo o, come spesso sono definite con disprezzo, le “americane”, appartenenti a quella che viene chiamata “tribù importata”, cioè i discendenti delle famiglie di schivi che negli anni ’20 del diciannovesimo secolo rientrarono dall’America per “liberare” dai colonizzatori la terra dalla quale furono costretti a partire. Quando i dati erano ormai definitivi Weah ha inutilmente tentato di screditare il risultato sostenendo che “queste elezioni sono segnate da brogli”, smentiti in modo unanime dagli osservatori internazionali, a partire da quelli di Nazioni Unite e Unione Africana. I quindicimila Caschi Blu presenti sul territorio hanno calmato gli animi anche dei sostenitori più fervidi dell’ex centravanti rossonero. Una volta proclamata la vittoria, la stessa Johnson-Sirleaf ha teso una mano al suo avversario chiedendogli di entrare nella sua squadra di governo, conoscendo il carisma ed il valore simbolico che Weah continua a mantenere nel cuore di tutti i liberiani. Alle domande sulla composizione definitiva del suo governo, il nuovo capo di stato ha risposto senza fare nomi, ma limitandosi ai requisti inderogabili: competenza, onestà, rispetto dei diritti umani. Le idee sono chiare, ora la sfida è metterle in atto.
Anche se, in fondo, il nuovo presidente della Liberia, una vittoria ben più grande di quella elettorale l’ha già ottenuta, confermando una tendenza della politica africana che fa ben sperare, la presenza sempre maggiore di candidature femminili per cariche di prestigio. La Johnson-Sirleaf è la prima presidente donna del continente, ma solo la terza, in ordine di tempo, a rivestire un incarico politico ai massimi livelli. Sia lo Zimbawe, sottoposto alla dittatura di Robert Mugabe, sia il Sud Africa, hanno come “numero due” una donna: Joyce Mujuru nel dicembre del 2004 è stata nominata vice di Mugabe, sette mesi dopo è toccato a Phumzile Mlambo-Ngcuka, seconda carica dello stato più meridionale del continente dopo Thabo Mbeki. Due scelte non casuali, ma dotate di una forte valenza politica. La Mujuru rappresenta la continuità dell’oligarchia dittatoriale che tiene in mano lo Zimbawe: ex-guerrigliera negli anni della liberazione, più volte a capo del dicastero per gli Affari Sociali e di quello per le Risorse Idriche e le Infrastrutture, è nota soprattutto per essere la moglie del potentissimo Solomom “Rex” Mujuru, braccio destro di Mugabe, da molti considerato il suo successore naturale. E la scelta di mettere alla vicepresidenza la moglie per molti è una sorta di ammissione dei suoi obiettivi politici. Diverso il caso della sudafricana Mlambo-Ngcuka, che, con una scelta fortemente politica, ha pronunciato la formula del giuramento in lingua Isi-Zulu, rompendo la tradizione che raccomandava l’uso dell’inglese. Una questione non solo di forma, che riassume in modo perfetto il programma che intende portare avanti, a favore dei nativi della propria nazione. La posizione del presidente Mbeki è quella di portare avanti un governo paritario e la conferma è data proprio dai numeri: 13 ministri su 29 sono donne.
Liberia, Zimbawe e Sud Africa non sembrano casi isolati: il binomio “donna-politica” risulta essersi ormai affermato già da diversi anni e con sempre maggiore frequenza. L’Africa, come Continente, ha già un presidente di sesso femminile, Gertrude Mongella, della Tanzania, a capo del Parlamento Panafricano dal marzo 2004, anno di nascita di quello che è l’organo legislativo dell’Unione Africana. Così come la collega Johnson-Sirleaf anche la Mongella ha un passato di collaboratrice con le Nazioni Unite, essendo stata nel 1995 – prima donna a ricoprire tale carica – segretario generale della IV Conferenza Mondiale dell’Onu sulle Donne, tenuta a Pechino dal 4 al 15 settembre. Nelle presidenziali del maggio 2004 Vera Chirwa, prima donna avvocato dell’Africa dell’est, si era candidata per la presidenza del Malawi, ma i tempi non erano ancora maturi, e la popolazione diede il suo appoggio. Forse lo saranno, a dicembre, nello Zambia, quando proverà a far meglio di lei Edith Nawakwi, economista come la Johnson-Sirleaf. Forse anche lì, come il Liberia, la popolazione penserà che “ora è tempo di affidarci ad una madre”.
(3 gennaio 2006)