Roberto Coramusi
PRIMO PIANO - Cosa si nasconde dietro la guerra delle vignette
C’è chi soffia sul fuoco dello scontro di civiltà. Non sono i vignettisti che hanno realizzato le discutibili caricature di Maometto, oggi al centro di una polemica senza precedenti, e non sono nemmeno le folle islamiche che, in maniera deprecabile, incendiano bandiere e sedi diplomatiche. Tutti insieme rappresentano solo lo strumento con cui i fanatici occidentali ed i loro compari islamisti sedimentano l’odio e scavano un solco pericoloso tra le diverse culture. L’ultimo drammatico grido d’allarme, anteriore all’incidente diplomatico causato dalla maglietta dell’ex Ministro Calderoli, è stato lanciato in una città turca (Trebisonda) quando un ragazzo incosciente, nel vero senso della parola, ha ucciso un prete missionario italiano: don Andrea Santoro. La follia del jihadismo ha armato la mano di questo giovane, il quale si è prestato, insieme a quanti continuano a manifestare violentemente contro i fumetti danesi, al gioco al massacro che rischia di travolgere milioni di persone.
Quello che non risulta chiaro, a differenza di quanto si possa pensare, non è il prendere atto che i musulmani abbiano una sensibilità sociale differente dalla nostra, piuttosto come lo sdegno verso i disegni ritenuti blasfemi si sia trasformato, quattro mesi dopo la loro pubblicazione, in un fenomeno di massa che è sconfinato nella guerriglia e nella guerra civile. Il pericolo, non lontano dalla verità, è che alcuni agitatori abbiano approfittato dell’indignazione generale per amplificare il sentimento, da molti condiviso, di affermazione dell’identità islamica come forma dominante di autoaffermazione nazionale. A Damasco come a Beirut i saccheggi e gli incendi rispondono ad una logica interna spietata: la Siria ed i suoi alleati locali non possono che incoraggiare la piazza ad attaccare i simboli dell’Europa. La pressione nei confronti dell’Unione si è fatta ancor più eclatante in Palestina dove, pur in assenza di specifiche indicazioni di Hamas, la popolazione ha risposto con la violenza alle minacce di Bruxelles di tagliare i finanziamenti al nuovo governo di Ramallah.
La miscela esplosiva che rischia di accendersi, ancor più di quanto non sia già avvenuto, ha ragioni complesse ed è alimentata da pressioni e tensioni inserite in un quadro molto ampio. Il risentimento delle società islamiche verso quanti in occidente mirano a sottomettere la cultura ed il mondo musulmano, la mancanza di proficuo dialogo interculturale, i tentativi da parte di alcuni estremisti islamici e di elementi criminali di fomentare le violenze per incidere negli equilibri politici, sono solo alcune delle questioni che dovrebbero essere affrontate con la massima urgenza. Secondo Rami Khouri, editorialista del quotidiano libanese Daily Star, le proteste delle piazze islamiche rappresentano “una nuova forma di lotta al colonialismo europeo ed americano, ancor più pericolosa perché la differenza, rispetto al diciannovesimo secolo, è che oggi i cittadini del sud non sono deboli e immobili di fronte alle potenti armi occidentali, alla retorica del disprezzo o ai fumetti offensivi”. Questo è il dato che va analizzato, perché racchiude in sé la visione più moderata sulla famigerata “guerra delle vignette”.
Ad aumentare il rancore concorrono i conflitti culturali originati dalla globalizzazione: i contatti tra il mondo occidentale industrializzato e le aree economicamente instabili e politicamente retrograde del pianeta sono un fenomeno inevitabile e si trasformano spesso in scontro frontale. Secondo le parole del politologo Benjamin Barber, si tratta del confronto storico tra la Jihad ed il “Mc-World”. La fame e lo sfruttamento, che generano un’incertezza pressoché totale verso il futuro, non sono alleate di chi può vantare un avvenire sicuro ed agiato e si presenta in Vicino Oriente come il miglior amico del mondo islamico. È necessario iniziare ad interrogarci, come europei, prima ancora che occidentali, fin dove la sacrosanta libertà di espressione lasci spazio all’insulto e all’irriverenza verso culture e religioni diverse dalla nostra. Ciò non deve essere inteso come una deminutio dei diritti e dei principi sedimentati nella nostra civiltà, ma al contrario come una loro diretta espressione perché strettamente collegati al rispetto e alla dignità di ogni essere umano. In questo senso, non era necessario alimentare l’ostilità delle folle islamiche con la rinnovata e continuata pubblicazione delle vignette “incriminate”, come avvenuto nel Vecchio Continente in risposta alle violenze di fine gennaio. Secondo Bernard-Henry Levy, autore di un articolo molto interessante apparso sul Wall Street Journal, “si può pensare che la loro pubblicazione non sia stata l'idea più brillante considerato il contesto attuale. Tuttavia, un conto è pubblicarle su un giornale sconosciuto al di fuori della Danimarca e un altro è veder viaggiare quelle immagini per il mondo a quattro mesi di distanza per innescare un’Intifada planetaria”.
(22 febbraio 2006)