Marco Cochi
PRIMO PIANO - Inverno ed attentati: due nemici per la crescita economica
Il prezzo del petrolio all’inizio della settimana ha sbriciolato
l'ennesimo record sfiorando la quota dei 56 dollari al barile nelle
contrattazioni after hours sulla piazza di New York e sui mercati
asiatici. Lo scenario che sembra profilarsi nella corsa al rialzo non è dei più
rosei, visto che già gli analisti parlano di 60 dollari e oltre. Pesa, a
loro parere, la necessità di accumulare scorte per l'inverno, ora
attestate a livelli più bassi rispetto al 2003. Un inverno più rigido o
gelate improvvise si ripercuoteranno negativamente sui mercati del greggio,
con nuovi aumenti. Questa, tra le altre, è l’opinione di Victor
Shum, analista petrolifero per la compagnia di consulenze sull'energia
Purvin & Gertz. Shum è convinto che dopo aver superato la 'pietra
miliare' dei 50 dollari, la quotazione di “60 dollari è senz'altro
ipotizzabile".
Dello stesso tenore anche Alex Busch, corrispondente capo della Energy
Intelligence Group a Londra, per cui il mercato è surriscaldato e
inizialmente dovrebbe mostrare un raffreddamento. “Ma nel breve termine
– secondo Busch – ci sono molte probabilità che il barile arrivi
alla soglia 60 dollari ". Le possibilità ventilate dall’esperto
britannico fanno riferimento all’avvicinarsi dell'inverno, periodo in cui la
domanda di greggio cresce sensibilmente. Secondo le ultime stime in
Usa, Europa e Giappone le scorte attuali sono significativamente
più basse rispetto allo scorso anno. Quindi, in caso di gelate
improvvise i prezzi potrebbero salire ulteriormente. Altri commentatori,
come Bernard Dan, capo della commissione commercio di Chicago,
sottolineano che l'impatto del greggio sull'economia Usa ci sarà, ma
che non sarà significativo, tanto che si potrebbe sopportare un livello
di 75 dollari al barile. "Anche se causerebbe alcuni danni
all'economia – dichiara Dan - non ritengo che la cosa raggiungerebbe
proporzioni catastrofiche". Come lui anche la maggior parte degli
analisti è concorde nell’asserire che i reali effetti della corsa
dell'oro nero sull'andamento dell'economia non dovrebbero assumere toni
drammatici di una nuova grande crisi petrolifera provocata dallo
squilibrio nei ritmi di sviluppo dell'offerta e della domanda.
Le previsioni antecedenti alla guerra, stimavano che l'invasione
dell’Iraq avrebbe dovuto portare a un rapido aumento della produzione
irachena e a una riduzione dei prezzi a circa 20 dollari il barile. Le
quotazioni sopraelencate riflettono però una realtà ben diversa, con
una crescita dei prezzi addirittura esponenziale e completamente
imprevista. I fattori che hanno fatto schizzare i prezzi a oltre 55 dollari
il barile riguardano al tempo stesso il contesto geopolitico mondiale e
gli aspetti strumentali del mercato.
Se l’Iraq non fosse ostaggio della guerriglia e dei terroristi di al
Zarqawi e se l'Arabia Saudita fosse rimasta al riparo dalla sequela di
attentati, la crescita dei prezzi non sarebbe stata così rapida. In
Iraq, l'insicurezza e i sabotaggi a ripetizione delle installazioni
petrolifere hanno fatto precipitare la produzione a 1,33 milioni di
barili al giorno (mbg) nel 2003 (contro i 2,12 mbg del 2002).
Nonostante una risalita a 2,3 mbg nel maggio 2004, la produzione rimane
ancora ben al di sotto dei livelli del 1999-2001. Inoltre sono
stati bloccati i contratti negoziati o firmati dal regime destituito
con diverse società internazionali per sfruttare nuovi giacimenti e per
raddoppiare la produzione in sei-otto anni. Nel frattempo, i numerosi
attentati che nei mesi scorsi si sono verificati in alcune zone
petrolifere dell’Arabia Saudita, primo esportatore di petrolio del
mondo, hanno destato viva preoccupazione, suscitata dal possibile
ripetersi di simili episodi. La grande differenza rispetto a quello che
era successo nei due precedenti shock petroliferi (nel 1973 e nel
1979) è che oggi non si tratta di un embargo deciso dai governi in
carica o di un cambiamento di regime politico (come in Iran dopo la
rivoluzione islamica), ma di atti terroristici completamente
imprevedibili compiuti da gruppi senza volto. Peggio ancora, le minacce di
destabilizzazione alle quali il regime saudita è ormai confrontato
rimettono in discussione la possibilità per questo paese di continuare a
svolgere il suo ruolo determinante nell'approvvigionamento della
domanda petrolifera mondiale. Se il regno di Riad fosse oggetto di
nuovi attacchi, le ripercussioni sulle esportazioni sarebbero molto
serie.
Dalle esportazioni di greggio dipendono gli Stati Uniti e l’Occidente.
Nel 2003, gli Usa hanno importato la metà dei 20 milioni di barili
consumati ogni giorno. In territorio americano si nascondono riserve
per 31 miliardi di barili (poco meno della Nigeria), che basterebbero
appena per tre-quattro anni, se gli Usa smettessero di comprare greggio
all’estero. La situazione in Europa occidentale non è certo
migliore, tanto meno in Giappone, secondo consumatore, appena
soppiantato dalla Cina. La dipendenza di tutti i paesi industriali
aumenta e peggiora nei confronti del Golfo Persico che entro il 2012,
se le cose non cambiano, fornirà due terzi del petrolio mondiale,
secondo le stime del Dipartimento all’energia degli Stati Uniti.
In linea di massima le tensioni provocate dal degenerarsi della
situazione in Iraq e in Arabia Saudita sono responsabili di gran parte
dell'ultimo aumento dei prezzi, cioè del cosiddetto “premio di
rischio”. Quest'ultimo, stimato fra i 6 e i 10 dollari per barile a seconda
delle circostanze, comprende sia l'aumento dei costi di assicurazione
sia le conseguenze degli acquisti speculativi sui mercati a termine
ai quali le grandi banche di investimenti hanno destinato decine di
miliardi di dollari.
L'Opec ha intanto rivisto al rialzo le stime sul prezzo medio del
greggio nel 2005. Secondo quanto scritto nel “Oil market report di
ottobre”, a causa degli alti prezzi di agosto e settembre, il prossimo
anno le quotazioni medie dovrebbero attestarsi tra i 37 e i 38
dollari al barile, in rialzo del 6-8% rispetto ai 35 dollari stimati in
precedenza. Un incremento che, si legge, dovrebbe frenare la crescita
mondiale dello 0,15% al 4,1%. A settembre, il livello medio dei prezzi
del paniere Opec ha toccato i record di sempre: la quotazione
media è stata di 40,36 dollari al barile con punte, raggiunte il 30
settembre, di 43,49 dollari. Nei primi nove mesi dell'anno, la media si
è attestata a 34,98 dollari contro i 28,10 dollari dello scorso anno.
Nella prima metà di ottobre, le persistenti tensioni dal lato
dell'offerta, hanno portato il prezzo medio a 43,94 dollari. E’
indubbio che a generare questa situazione sono state le tensioni
geopolitiche e gli acquisti speculativi, che hanno amplificato una
tendenza al rialzo che affonda le sue radici nell'evoluzione dell'offerta e
della domanda.
(26 ottobre 2004)