Marco Cochi
PRIMO PIANO - Le mire della Casa Bianca sul petrolio africano
Le previsioni del National Intelligence Council (Nic) hanno fatto salire negli ultimi giorni la temperatura delle acque del Golfo di Guinea. Il think tank della Cia ipotizza infatti che entro i prossimi dieci anni, questa zona potrebbe soppiantare il Golfo Persico per la sua importanza strategica e petrolifera per gli Stati Uniti. Gli esperti del Nic spiegano come l’area esaminata, con la Nigeria in testa, fornisce già il 16 per cento del suo petrolio all'America e stando alle stime degli esperti statunitensi, entro il 2015, la cifra potrebbe addirittura arrivare a toccare il 25 per cento. Secondo un altro importante istituto di ricerca, il Center for Strategic and International Studies di Washington, nei prossimi cinque anni, sul mercato mondiale un barile su cinque proverrà dal golfo di Guinea e nella regione saranno investiti più di 33 miliardi di dollari, di cui il 40 per cento da società americane. Le previsioni del Centro studi di Washington sembrano in linea con la nuova strategia della Casa Bianca, che sta cercando di dipendere sempre meno dalle forniture del Medio Oriente, rivolgendosi all'Africa occidentale che produce 4,5 milioni di barili di greggio leggero.
Una nave guardacoste statunitense assicura intanto il controllo dei nuovi interessi americani in questo vulnerabile angolo del continente africano, che da tempo si trova a dover fronteggiare pirateria e terrorismo, senza tralasciare i problemi dati dall’instabilità politica. Gli immensi giacimenti di greggio e gas naturale scoperti nel Golfo di Guinea, hanno trasformato gli scenari nella regione, dando legittimità internazionale ai regimi oligarchici locali e alimentando tensioni di frontiera fra gli Stati rivieraschi, mentre al largo dei 3.700 chilometri di costa l'industria petrolifera americana investiva miliardi di dollari. "Molta acqua, ma niente sicurezza", riassume il comandante Daniel Trott, esperto di strategia delle forze navali americane in Europa, a cui spetta il controllo anche del continente africano. Dalla Costa d'Avorio all'Angola, il golfo della Guinea resta comunque uno sconosciuto per le forze americane: per questo, lo scorso mese, la nave guardacoste Portsmouth è stata mandata a perlustrare l'intera area per fare conoscenza, incontrare gente, individuare eventuali pericoli e minacce allo sfruttamento del petrolio. La nave farà tappa a Capo Verde, Ghana, Benin, Guinea Equatoriale e nell'arcipelago di Sao Tomé e Principe. Durante i tre giorni della perlustrazione Usa nella piccola Sao Tomé, il vicepresidente dell'assemblea nazionale, Carlos Neves, ha dichiarato: "Purtroppo gli americani si interessano a Sao Tomé a causa del petrolio, ma Sao Tomé esisteva anche prima". Intanto, il governo della repubblica africana ha già accordato alle aziende petrolifere Usa concessioni per esplorare l’area. Per il capitano della Portsmouth, Bob Wagner, la sicurezza marittima in Africa vuole dire prevenzione, "per impedire ai terroristi di avere accesso al mare". Gruppi armati ritenuti affiliati ad al Qaeda sono infatti attivi in Algeria, grande produttore di petrolio, come pure in Mauritania, che inizierà a pompare greggio il prossimo anno. La Nigeria, il paese più popoloso dell'Africa ed "emirato" petrolifero del continente, è uno degli obiettivi "da liberare", stando a una dichiarazione attribuita a Osama bin Laden e rintracciata su internet in un sito web filo-islamico.
Washington dispone al momento di una sola base militare in Africa, situata a Gibuti, da cui gestisce la sua "guerra contro il terrorismo" nel continente nero. Anche se ci sarebbe un progetto del Pentagono (finora smentito da entrambe le parti interessate) per costruire una nuova base navale a Sao Tomé, mentre è già operativo in località ‘Pinheiro’ un centro di ascolto elettronico della Cia. Nel corso della loro perlustrazione, gli Usa hanno mostrato preoccupazione per l'inesistenza di fatto di flotte marittime africane: la guardia costiera di Sao Tomé e Principe conta 50 uomini forniti di due battelli Zodiac per il controllo di una vasta zona ancora non sfruttata, condivisa con la Nigeria, e che conterrebbe riserve per 11 miliardi di barili. La questione sicurezza è già stata affrontata invece in Guinea Equatoriale, dove le piattaforme petrolifere americane sono controllate da guardie private. Stabilità politica e stabilità dell'approvvigionamento petrolifero sono obiettivi centrali per Washington, soprattutto in Nigeria, che esporta 2,5 milioni di barili al giorno, di cui la metà negli Stati Uniti. Lungo il delta, gli attacchi delle milizie etniche o le minacce di stampo mafioso ai lavoratori stranieri del petrolio hanno fatto diminuire la produzione, mentre nell'area settentrionale del paese si registrano migliaia di morti per gli scontri tra cristiani e musulmani. Tra gli stati che destano qualche preoccupazione alla Casa Bianca anche la Mauritania: da poco è stato rovesciato il governo del presidente Maaoya Sid'Ahmed Taya, un fido alleato.
Un altro aspetto della strategia messa a punto dagli Usa in vista di una loro maggiore presenza nell’area riguarda la trasmissione di informazioni sensibili e la collaborazione in caso di attacchi terroristici. Le forze americane hanno cominciato dai vasti spazi sahariani dell'Africa del Nord, ma c'è stato anche un primo incontro in Italia, lo scorso ottobre, con i responsabili della marina dei paesi del golfo della Guinea. Ed una conferenza simile è prevista per dicembre prossimo in Ghana.
(11 agosto 2005)