Simone Nastasi
PRIMO PIANO - I Paesi in Via di (lento) Sviluppo
Lo scenario internazionale registra con frequenza sempre maggiore situazioni umanitarie dai toni drammatici, nonostante l’informazione in materia non sia sempre sufficientemente documentata. Lo stesso ricorso al termine “emergenza” non è sempre utilizzato per le fattispecie appropriate. È di uso ormai corrente nel linguaggio comune una terminologia, riferita ad espressioni quali “catastrofe umanitaria”, “emergenza umanitaria” e, di conseguenza, “aiuti umanitari” o “ agenzie umanitarie”, per delineare situazioni emergenziali che necessitano di interventi rapidi e diretti dall’esterno. L’aiuto umanitario ha conosciuto un’ampia disciplina grazie alle Convezioni di Ginevra e al Codice di autoregolamentazione della Croce Rossa Internazionale. Discende da principi etici espressi dalla Dichiarazione dei diritti umani e ha come obiettivi il soccorso, l’assistenza e la protezione delle popolazioni, vittime di eventi catastrofici. È caratterizzato pertanto dalla finalità totalmente estranea a qualunque colore politico, accompagnata dalla necessità di aiutare senza alcuna distinzione tutte le vittime civili e militari di un conflitto, astenendosi, inoltre, dal considerare l’azione come uno strumento di propaganda.
È ricorrente l’interrogativo posto da alcuni studiosi, se sia appropriato utilizzare questo vocabolo per descrivere situazioni che si verificano quotidianamente nei paesi più poveri. Se, ad esempio, può essere corretto, per quanto accade in Italia, definire come emergenza umanitaria, un accertato caso di colera, può non essere appropriato utilizzare la stessa espressione in merito alle epidemie che si verificano nei paesi in via di sviluppo per cui ogni giorno scompaiono migliaia di persone. È evidente pertanto, che operare in tali paesi, può significare allo stesso tempo dover far fronte a problematiche permanenti. È utile quindi ricercare nel termine generico “emergenza” l’esatta collocazione. In prima istanza, una possibile definizione permette una distinzione tra i casi determinati da eventi naturali, quali un terremoto, un’alluvione, un’epidemia e quelli che, al contrario, sono generati dalle azioni umane. Non è da escludere che tra le due categorie ci sia una stretta connessione: lo scoppio di un’epidemia può essere imputabile a guerriglie perduranti o, altrimenti, che gli effetti di un’alluvione siano moltiplicati dalla scarsa attenzione rivolta al territorio. Con il termine “catastrofi umanitarie”, pertanto, vengono attualmente indicate situazioni dove si registrano gravi violenze di natura politica, guerre vere e proprie, o ancora, prolungati stati di guerriglia che affliggono le popolazioni civili ed in particolare i soggetti più deboli quali bambini, donne, malati e anziani. In questi casi risulta determinante fornire un’assistenza tempestiva, mirata alla riduzione dello stato di vulnerabilità, che non sia soggetta a nessun atto di condizionamento politico e riesca a coinvolgere la popolazione. In Africa, il significato della parola “emergenza” può essere esteso per la maggioranza dei Paesi alla drammatica quotidianità, dove eventi contingenti possono sommarsi ad un contesto perdurante e cronico di necessità.
I documenti redatti e firmati dalla comunità internazionale, non hanno però avuto l’adeguato riscontro nella realtà, dove ai molteplici impegni assunti dagli Stati, non ha fatto seguito un’applicazione pratica dei consensi raccolti. Tra le varie proposte, molte aspettative sono state riposte nel processo di integrazione politica ed economica del continente, sul modello di quanto è accaduto sul nostro continente con l’Unione Europea. Tuttavia i provvedimenti adottati in quest’ambito, sono spesso risultati inconcludenti nell’obiettivo di alleviare la situazione dei paesi meno ricchi ed incoraggiare una crescita diffusa. Quanto osservato negli ultimi anni ha permesso di constatare, malgrado il tentativo di conciliazione tra gli aiuti destinati alle economie in maggiore difficoltà e le politiche di cooperazione tra Stati, quanto il processo innescato non abbia comportato invece sensibili miglioramenti nella distribuzione della ricchezza. I paesi che dovrebbero trainare il processo rappresentano numeri ridotti se paragonati su scala globale e si trovano in una condizione di costante precarietà a causa delle storiche frizioni che conoscono con i paesi confinanti.
La questione dell’efficacia degli aiuti, della trasparenza degli obiettivi, reali o nascosti, rappresenta una questione nodale per i paesi in via di sviluppo (Pvs). Una funzione tuttavia, la cui rilevanza potrebbe essere destinata a diminuire anche molto rapidamente. La globalizzazione prima, l’ingente flusso di investimenti esteri in seguito, hanno provocato un forte ridimensionamento degli aiuti diretti. Il fattore che è intervenuto nel processo di sviluppo costituendo una nuova variabile nel contesto è quello delle “rimesse” degli immigrati. Si tratta di un fenomeno rilevante non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi, per la funzione che assolve nell’economia di molti Stati africani. Le stime confermano che le rimesse vengono utilizzate in buona parte per i consumi di base, quali cibo, vestiti o migliorie alla casa, con una piccola percentuale del 10 per cento destinata al risparmio. Una fonte di sostegno che interviene direttamente nel miglioramento delle modeste condizioni di vita, permettendo, non di rado, di distogliere i bambini dal lavoro minorile, con interessanti effetti di investimento sul capitale umano. Tuttavia, se l’azione delle rimesse è volta direttamente al miglioramento delle condizioni di vita familiari, gli aiuti bilaterali, quando non sono legati a situazioni emergenziali, come guerre, carestie o disastri naturali, sono in gran parte diretti a creare le condizioni per la crescita del sistema economico, attraverso la realizzazione di opere infrastrutturali, servizi di base, o ancora in programmi di supporto all’apparato burocratico.
Investimenti grandi e piccoli, i cui effetti possono tardare a manifestarsi nell’economia del paese destinatario, al cospetto invece di un più rapido impatto all’interno del paese donatore, dove appalti e commesse facilitano l’esportazione e la delocalizzazione delle attività. In sostanza sono in molti a credere che per molteplici ragioni gli “aiuti” elargiti o promessi, non rispettino gli intenti originari. Un recente rapporto redatto dal Government accountability office (Gao) ufficio americano per la revisione dei conti, fornisce un giudizio negativo sui risultati ottenuti dagli interventi occidentali, nei territori dell’Africa Sub–sahariana. Il documento denuncia, in particolare, il mancato investimento degli aiuti finanziari stranieri in progetti di sviluppo agricolo, vitali per l’autosufficienza alimentare dei più paesi più poveri. Critica, inoltre, i sussidi previsti dagli organismi di cooperazione statunitensi di “eccessiva frammentazione”, che nei fatti avrebbe acuito il rischio di mala gestione. Spostando l’attenzione sugli aiuti garantiti dalle agenzie multilaterali, il rapporto evidenzia il decremento dei finanziamenti stranieri ai progetti agricoli, passati dal 15 per cento dei primi anni al 4 per cento del 2006. Nello stesso periodo il rendimento agricolo della regione sub–sahariana avrebbe registrato un notevole calo rispetto agli altri paesi in via di sviluppo. Anche per questo il Gao accusa i leader dei paesi africani di non aver rispettato l’obiettivo fissato nel 2003, di investire il 10 per cento della spesa governativa in programmi di sviluppo agricolo.
Non mancano le voci che muovono le rimostranze maggiori nei confronti delle organizzazioni sovranazionali, come Banca Mondiale e Fondo monetario internazionale ed Organizzazione delle Nazioni Unite. Secondo questa prospettiva l’azione delle istituzioni chiamate in causa, volta al rispetto dei parametri macroeconomici stabiliti, avrebbe impedito il progresso delle economie locali. La crescita del Pil del 5,6 per cento di un recente rapporto Onu sarebbe legata a parametri macroeconomici che sostituirebbero nei calcoli gli indicatori microeconomici più appropriati, basati anche sull’indice di sviluppo delle aree rurali. Il concetto di sviluppo umano è stato elaborato per essere differenziato dallo sviluppo economico, prestando un’attenzione maggiore al rispetto dei diritti umani, al diritto di convivenza pacifica, alla difesa dell’ambiente e lo sviluppo delle risorse territoriali, o ancora all’educazione di base e della partecipazione democratica. Parametri da connettere imprescindibilmente ad un programma di sviluppo locale. Ma l’attuazione di una politica economica volta al miglioramento della bilancia dei pagamenti, non significa necessariamente facilitare lo sviluppo di una nazione. In passato anche l’Uneca, United Nations Economic Commission for Africa espresse un parere negativo nei confronti dell’utilità di un trend economico che non fosse supportato adeguatamente dallo sviluppo umano. Le linee dettate dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario, potrebbero rivelarsi inadeguate a garantire lo sviluppo di molti popoli africani.
(15 settembre 2008)